Fan Fiction by Anita Sessa – capitoli 12-13-14

Buon Pomeriggio Sfumature,

Continuiamo con la fan fiction di Anita Sessa

UNIVERSITà

Capitolo 12

Quando apro di nuovo gli occhi non è neppure l’alba. Balzo giù dal letto, portando con me il BlackBerry che stringo ancora nella mano sinistra. Lo controllo. Ma niente. Nessuna email, chiamata o sms. “Cazzo, Anastasia!”. Sospiro, passandomi una mano nei capelli e guardando il soffitto per qualche istante. “Ho appena messo i piedi giù dal letto e già mi sento frustrato”. Butto il telefono sul materasso e mi sfilo il pigiama. Dall’armadio tiro fuori una tuta, indossandola e mi infilo le scarpe da ginnastica. Mentre esco dall’Heatman, con l’iPod nelle orecchie, il sole sta facendo timidamente capolino all’orizzonte. Metto il cappuccio della felpa in testa e inizio la mia corsa solitaria. Non so neppure io per quanto corro. Sono esasperato, arrabbiato e…preoccupato. Almeno credo. Non conosco tutte queste sensazioni nuove che mi attanagliano lo stomaco da quando frequento Anastasia. “Oh, se solo riuscisse ad essere più obbediente!”. Oltretutto non ha un minimo di riguardo per sé stessa e la sua sicurezza. Mi fa sentire spaesato e non posso sfogarmi come vorrei. Tutta questa attesa mi lacera l’anima. Non so fino a quando sarò in grado di resistere. Quando finalmente mi decido a tornare in albergo, trovo un impeccabile Taylor pronto a aspettarmi davanti alla porta della mia suite.

<<Mr Grey>>

Mi saluta con un diplomatico cenno della testa. Mi conosce abbastanza bene da sapere che quando vado a correre prima dell’alba sono di cattivo umore.

<<Taylor, ho bisogno che ti occupi di una faccenda>> gli dico in modo sbrigativo, passandogli davanti ed entrando nella suite.

Lascio la porta aperta e Taylor mi segue all’interno, senza aggiungere altro. Quando riemergo dalla mia stanza d’albergo sono vestito di tutto punto, pronto per prendere parte alla prestigiosa cerimonia delle lauree presso la Washington State University di Vancouver. Dentro di me sto ribollendo di rabbia nei confronti di una piccola brunetta impertinente, anche se da fuori non si direbbe. E non è solo rabbia. Sono eccitato. Nessuna donna mi ha mai tenuto in sospeso in questo modo. So sempre cosa aspettarmi e quando aspettarmelo. Anastasia, invece, si diverte a prendere il mio mondo, capovolgerlo e sedercisi sopra con noncuranza. Fa sempre quello che non deve. Dice sempre quello che non deve. E io ho un fottuto bisogno di vederla ora. Ed accertarmi che stia bene, soprattutto. In ascensore mi aggiusto la cravatta. E’ quella di seta argento. Quella che ho usato per legarle i polsi prima di scoparla. Ne seguo la linea morbida con le dita, immaginando di fare lo stesso con il suo corpo. L’ho scelta apposta, pregustando il delizioso rossore che si diffonderà sul suo viso non appena i suoi occhi azzurri si poseranno su di essa. Agilmente, con ritrovata determinazione, salgo al posto di guida della mia R8. Faccio rombare il motore ed esco in pochi secondi dal garage sotterraneo. Il viaggio è corto, piacevolmente allietato dalla musica classica in sottofondo. Fermo la mia Audi nell’ampio parcheggio riservato al corpo docente e scendo dall’auto, richiudendola col telecomandino. Mi abbottono la giacca del completo grigio, dandomi una fugace occhiata nel finestrino. Poi, a grandi passi, mi avvio verso l’ufficio del rettore, dove sono atteso.

Passo molti minuti tra strette di mano e sorrisi a gente di cui già non ricordo il nome. Odio gli eventi pubblici. La gente è sempre troppo servile nei miei confronti. ‘Andiamo, Grey. Ti piace metterti in mostra’. Mi imbroncio. “Sì, ok, è vero. Ma mi piace di più starmene rinchiuso nel mio appartamento. Anzi, meglio. Nella mia Stanza dei giochi”. Finalmente, il tanto atteso inizio della cerimonia arriva e, insieme ai professori ed al rettore, mi avvio verso il padiglione nel quale si svolgerà la consegna delle pergamene. Il cuore inizia a martellarmi nel petto, mentre mi giro intorno cercando di scorgerla. “Dove cazzo sei, Anastasia?”. Il padiglione è affollatissimo, pieno di studenti vestiti tutti allo stesso modo. Il brusio di sottofondo è continuo e incessante. Stiamo per salire sul palco quando mi raggiunge Miss Kavanagh, trafelata, vestita con tocco e toga. Si mette in coda alla fila, proprio accanto a me.

<<Christian>> mi saluta, guardando fissa dinnanzi a sé, quasi saltellando per l’agitazione.

<<Buon pomeriggio, Katherine>> le dico gelidamente.

Brucio dalla curiosità di sapere dove si è ficcata Anastasia. Ma non voglio doverlo chiedere proprio a lei. Questa donna mi irrita. Come se avesse appena sentito i miei pensieri, Kate si gira a squadrarmi, stringendo gli occhi a fessura. Le rivolgo anch’io una breve occhiata scostante. Non vorrei insistere, ma credo che le sia appena sfuggita un’esclamazione sarcastica.

<<Ana è arrivata poco fa, insieme a suo padre>> mi dice, poi, scuotendo leggermente la testa.

Mi rilasso impercettibilmente, lasciando scorrere via da me parte della tensione che ho accumulato dentro. “Sta bene, per fortuna!”. Ma mi ha ignorato. E questo mi provoca un moto di rabbia.

<<Credo che più tardi lo conoscerai>> aggiunge Kate, con un’espressione furba ed arrogante sul viso.

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Capitolo 13

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«Ciao»

Anastasia è sulla soglia, con ancora addosso il vestito a pieghe, color argento. Le sue lunghe gambe che fanno capolino mi fanno venire voglia di prenderla qui, sulla soglia di casa sua. Mi sorride timidamente. La guardo negli occhi, rispondendole con un sorriso sincero e caloroso. “Sono davvero felice di essere qui. E lei è dannatamente sexy!”. La voglia e il desiderio animano anche i suoi occhi e, per qualche istante, si dimentica delle buone maniere, lasciandomi sull’uscio mentre il suo sguardo guizza ammirato sul mio corpo. Finalmente, sembra riaversi.

«Accomodati» mi dice imbarazzata.

«Se posso» rispondo, divertito dalla sua aria ancora trasognante.

Una volta dentro le mostro la bottiglia di Bollinger, che avevo nascosto con il braccio dietro le spalle.

«Ho pensato che dovevamo festeggiare la tua laurea. Niente di meglio di un buon Bollinger»

«Stiamo attenti a non versarlo, questo» mi dice maliziosa.

Sorrido, divertito dalla sua ironia, ripercorrendo con la mente tutti gli attimi della bellissima scopata di qualche sera fa. “Io, il vino ed Anastasia. Un trio da urlo”.

«Mi piace il tuo senso dell’umorismo, Anastasia» le dico divertito.

La seguo nel salone. Cammina spedita, concedendomi ancora una volta la vista del suo bellissimo culo, accarezzato dalla morbida stoffa argentea del vestito.

«Abbiamo solo tazze. I calici sono negli scatoloni» mi dice con un pizzico di preoccupazione.

«Andranno benissimo»

Le scocco un sorrisetto, mentre i miei occhi faticano a lasciarla. Il mio sguardo rovente le accarezza di nuovo il corpo da capo a piedi. Mi sento esplodere i pantaloni.“Andrebbe benissimo anche se potessi berlo di nuovo dal tuo ombelico Anastasia”. China il capo, senza riuscire a leggere la mia occhiata di fuoco. Si rifugia in cucina, lasciandomi da solo a scrutarmi intorno. L’appartamento è piccolo per i miei standard, ma relativamente comodo per due studentesse. In giro non c’è molto. Probabilmente è già tutto impacchettato per il trasloco. Sul tavolo da pranzo un pacchetto in bella vista cattura la mia attenzione. Sopra torreggia un biglietto. Mi avvicino curioso.

«Vuoi anche i piattini?» la sento urlare dall’altra stanza.

«Bastano le tazze, Anastasia» le dico di rimando, distratto.

Accetto le condizioni, Angel; perché tu sai meglio di me quale debba essere il mio castigo; solo… solo… non fare che diventi più pesante di quanto io sia in grado di sopportare!”.

Dev’essere per me. E’ una battuta tratta da Tess dei D’Uberville. Il pacco evidentemente contiene i libri che le ho regalato.

«È per te» mormora in apprensione, quando mi arriva accanto. Poggia sul tavolo due tazze da tè.

«Mmh, lo immaginavo. La citazione è molto pertinente» mormoro.

Rileggo il biglietto, seguendo con l’indice le parole scritte dalla sua mano.

«Pensavo di essere d’Urberville, non Angel. Tu hai scelto la degradazione» aggiungo malizioso. «Ero certo che avresti trovato qualcosa di appropriato»

«È anche una supplica» mi sussurra nervosamente.

Mi giro a guardarla e trovo i suoi grandi occhi azzurri ricolmi di paura e speranze inespresse.

«Una supplica? Mi chiedi di andarci piano?» le chiedo guardandola serio.

Annuisce silenziosamente. Dentro di me si va pian piano formando un pensiero. Mi viene in mente un’idea per costringerla ad accettare il mio regalo.

«Ho comprato questi libri per te» le dico piano, con uno sguardo irremovibile. «Ci andrò piano solo se li accetti»

Faticosamente deglutisce, implorandomi con gli occhi di accettare la sua richiesta.

«Christian, non posso accettarli, valgono troppi soldi» mi supplica, sospirando.

«Vedi, è questo che intendevo quando parlavo della tua sfida nei miei confronti. Voglio che tu li tenga, fine della discussione. È molto semplice. Non devi pensarci più. In quanto Sottomessa, dovresti essere riconoscente e basta. Accetteresti quello che ho comprato per te perché a me fa piacere» le dico esasperato.

«Non ero una Sottomessa quando me li hai comprati»

“Puntigliosa, come sempre”. La sua voce è bassa, un leggero mormorio che mi eccita costantemente.

«No… ma adesso hai accettato, Anastasia»

La guardo attentamente, mentre scandisco le mie parole. Ripeterlo mi eccita, mi riempie di una sensazione di euforia, follia allo stato puro. “Hai accettato. Sei mia”. La sua espressione, tuttavia, mi preoccupa e mi costringe a tornare con i piedi per terra. Aggrotta la fronte e sospira, probabilmente esasperata e sopraffatta.

«Se sono miei, posso farne quello che voglio» esordisce dopo qualche attimo.

La guardo con diffidenza. “Dove diamine vuoi andare a parare, Miss Steele?”.

«Sì» le rispondo cauto alla fine.

«In questo caso, vorrei darli a un ente benefico, uno che lavora in Darfur, visto che sembra starti tanto a cuore. Possono metterli all’asta»

La determinazione con cui inizia la frase va via via scemando prima di arrivare alla fine di fronte alla mia espressione. Faccio una fatica immensa per trattenermi dal mettermela ora sulle ginocchia. La rabbia per la sua aperta sfida nei miei confronti mi fa ribollire il sangue nelle vene. Ma non posso rischiare di perdere il controllo. Faccio un profondo sospiro.

«Se è quello che vuoi» acconsento, senza nascondere la mia aria contrariata.

Anastasia arrossisce di colpo. “Sì, Miss Steele. Mi hai dato un dispiacere. Ma più tardi posso restituirti il favore. Ora che sei mia”.

«Ci penserò» mormora alla fine.

La vedo perdersi per un attimo nei suoi pensieri. “Spegni il cervello e lasciati andare, maledizione”.

«Non pensare, Anastasia» le dico seccamente.

Si agita tra sé, imbarazzata, e fissa il suo sguardo sulle sue mani. Il capo chino, quel vestito che mette in risalto tutto il suo corpo, la sua pelle candida. E’ davvero splendida. Poggio la bottiglia di Bollinger sul tavolo da pranzo, accanto alle tazze e ai libri. Mi avvicino, afferrandole il mento e costringendola a guardarmi.

«Ti comprerò molte cose, Anastasia. Dovrai farci l’abitudine. Posso permettermelo, sono molto ricco»

E prima che possa rispondere la bacio dolcemente. Le sue labbra calde che si schiudono sulle mie mi fanno desiderare molto di più. Le nostre bocche roventi si incollano per qualche secondo, mentre le lingue si toccano, in una piccola e armoniosa danza di piacere.

«Per favore» aggiungo quando la lascio andare, per addolcire la mia imposizione.

Anastasia mi fissa, con la fronte aggrottata.

«Mi fa sentire volgare» mormora poi, abbassando lo sguardo.

Mi passo una mano nei capelli, irritato. “Tutta questa situazione è così esasperante, cazzo!”. Prima di adesso non ho mai dovuto giustificare le mie azioni, i miei ordini, le mie imposizioni. Tutte le altre erano Sottomesse, felici di esserlo e grate per quello che potevo offrirgli. Anastasia, invece, è sempre lì ad analizzare, pensare, riflettere. Mi sfianca, mi sfinisce del tutto.

«Non dovrebbe. Tu pensi troppo, Anastasia. Non dare di te stessa un vago giudizio morale basato su quello che potrebbero pensare gli altri. Non sprecare la tua energia. È solo perché hai delle riserve sul nostro accordo; è del tutto normale. Non sai in che cosa ti stai facendo coinvolgere»

Aggrotta la fronte, riflettendo sulle mie parole. Inavvertitamente si morde le labbra, accendendo il mio desiderio. Di nuovo. “Non riesce proprio a farne a meno!”.

«Dai, smettila» le intimo con dolcezza.

Le prendo nuovamente il mento e le tiro il labbro inferiore, fino a liberarlo dalla morsa dei denti.

«Non c’è niente di volgare in te, Anastasia. Non ti permetterò di pensare una cosa del genere. Ti ho solo comprato qualche vecchio libro che pensavo significasse qualcosa per te, fine della storia. Ora beviamo lo champagne»

Finalmente mi fa un sorriso. Un bellissimo sorriso, anche se velato di tristezza. Ma mi rilassa. “Abbiamo superato almeno questo ostacolo”. ‘La vedo dura fare lo stesso con l’ostacolo rosso parcheggiato nel vialetto, Grey!’. Allontano il pensiero per il momento.

«Così va meglio» le dico alla fine.

Mi giro e afferro la bottiglia, stappandola e riempiendo le tazze a metà. “Questo l’aiuterà a sciogliersi un po’”.

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Capitolo 14

spank

Anastasia crolla pesantemente sul mio corpo e, insieme, ansimiamo in silenzio, fino a calmarci. La sua testa è poggiata sul mio petto e la sento annusare piano il mio profumo. Per fortuna ho lasciato addosso la t-shirt. Restiamo così per non so quanto tempo. La prima a muoversi è lei. Alza piano un braccio e poggia una mano sul mio petto. Ci metto meno di un secondo per realizzare quello che ha fatto. “Cristo santo, Anastasia. No!”. Il dolore fisico che si riverbera in tutto il mio corpo mi fa stringere forte gli occhi. Le afferro la mano con forza. Mi guarda impaurita. Per smorzare la violenza del mio gesto mi porto la sua mano alle labbra. Delicatamente bacio piano ogni nocca. Mi sposto, girandomi sul fianco destro e la trascino con me, per guardarla negli occhi. E per tenerla ferma.

«Non farlo» le mormoro piano, a mo’ di avvertimento, depositandole un leggero bacio sulle sue labbra morbide.

«Perché non ti piace essere toccato?» mi chiede con dolcezza.

«Perché dentro ho cinquanta sfumature di tenebra, Anastasia» ammetto sinceramente, senza avere il coraggio di dirle di più. «La mia introduzione alla vita è stata molto dura. Non voglio annoiarti con i dettagli. Non farlo e basta»

“Non posso dirtelo, Anastasia. Non posso darti nessuna spiegazione che tu giudicheresti razionale per dare un senso alle mie azioni, alla mia vita e al mio essere così follemente depravato”. Per smorzare la tensione che si è creata tra di noi, mi avvicino e strofino la punta del mio naso contro il suo. Un piccolo contatto che riesco a tollerare e che le lascia un sorriso sulle labbra. Poi mi alzo, sedendomi sul letto. Sono ansioso di cambiare argomento.

«Abbiamo affrontato tutte le nozioni di base. Ti è piaciuto?»

“Perché a me è piaciuto davvero un sacco, Miss Steele”. Anastasia rimane per qualche attimo a guardare il soffitto, pensierosa. Poi piega la testa di lato. Imitando me, credo. Mi fa un piccolo sorriso, frenato dalla tensione che ancora non si è del tutto dissolta.

«Se immagini che io creda di aver preso il controllo anche solo per un istante, be’, non hai tenuto conto del mio quoziente di intelligenza» dice, con un sorriso timido. «Ma grazie per avermi illuso»

Sorrido, divertito dalla sua osservazione. Anche se non è del tutto vera.

«Miss Steele, tu non hai solo un bel visino. Finora hai avuto sei orgasmi e mi appartengono tutti» mi vanto, spavaldo.

Di colpo arrossisce in modo violento, guardandomi in modo strano. “Cosa mi nascondi, Miss Steele?”. Aggrotto la fronte.

«Devi dirmi qualcosa?»

Il mio tono è severo. Riconosco il Dominatore che è in me. E che tenta di uscire fuori ad ogni costo. La voglia di vedere la sua pelle arrossarsi sotto le mie mani mi fa svettare l’uccello di nuovo all’insù. “Cristo santo, che effetto mi fa!”.

«Stamattina ho fatto un sogno»

La voce le trema. E’ spaventata di dovermi confessare qualcosa.

«Ah, sì?»

Le lancio un’occhiata di fuoco. “Dimmi che hai disobbedito e ti sei data piacere da sola, Miss Steele, e potrei anche decidere di non ragionare più. Avresti deliberatamente infranto una delle mie regole”.

«Sono venuta nel sonno»

Mentre lo dice si copre gli occhi con il braccio, rimanendo distesa sul letto. Mi viene così tanto da ridere che a malapena riesco a trattenermi. La vedo spostare di poco il braccio, per sbirciare nella mia direzione.

«Nel sonno?» le chiedo, mentre un sorriso aleggia sulle mie labbra.

«Mi ha svegliato» dice, abbassando il braccio.

«Lo immagino. Cosa stavi sognando?» chiedo incuriosito.

Anche se credo di sapere la risposta. O meglio, non posso immaginare che la sua risposta sia diversa da quello che penso. Non so come potrei reagire. Dopo qualche attimo di reticenza, dovuta all’imbarazzo di confessarmi il suo sogno erotico, probabilmente il primo, finalmente si decide a rispondere.

«Te» ammette vergognandosi.

Il suono di quella parola mi inebria. E mi eccita.

«Cosa facevo?»

Di nuovo si copre gli occhi con il braccio, imbarazzata. Il silenzio è assordante. E io voglio sapere. E’ buffa così distesa sul letto, nuda eccetto che per i tacchi a spillo e con il braccio sugli occhi come se fosse una bambina scoperta a fare una qualche marachella. Ma non può sempre fare così. Oramai ha accettato e deve capire che quando io le chiedo qualcosa lei è tenuta a rispondere. Di qualsiasi cosa si tratti.

«Anastasia, cosa facevo? Non te lo chiederò ancora» le dico con un tono che non ammette repliche.

«Avevi un frustino»mi dice frettolosamente, probabilmente spaventata dal mio tono.

La cosa mi colpisce alquanto. Ha sognato me, con un frustino, che probabilmente la frustavo o sculacciavo o torturavo fino a farla venire. E le è piaciuto talmente da venire sul serio. Le scosto il braccio dagli occhi per guardarla. Voglio sapere se mi sta dicendo la verità.

«Davvero?» chiedo scettico.

‘Perché dovrebbe mentirti, Grey?’.

«Sì»

Diventa viola dall’imbarazzo.

«C’è ancora speranza per te» mormoro. «Ne ho diversi, di frustini»

«Di cuoio marrone intrecciato?»

Scoppio a ridere, sinceramente divertito dalla sua uscita.

«No, ma sono sicuro che potrei procurarmelo»

Mi chino su di lei, ancora distesa sul letto, e la bacio. Di sfuggita, guardo l’orologio. E’ tardi. Devo tornare in albergo e prepararmi per la riunione di domattina. Mi alzo, sfilo il preservativo e mi infilo i boxer grigi. Anastasia si agita sul letto, ma rimane in silenzio. Si alza e, imitandomi, inizia a vestirsi. La guardo mentre le sue deliziose labbra si contraggono in un altrettanto delizioso broncio. Guardo il profilattico che ho in mano. “Che odio questi aggeggi!”.

«Quando dovrebbe venirti il ciclo?» le chiedo di getto.

Mi guarda stranita, terrorizzata oserei dire.

«Odio mettermi quest’affare» brontolo, dandole una spiegazione. Sollevo a mezz’aria il preservativo e poi lo getto incurante a terra. Prendo i jeans lì accanto e li infilo. Anastasia rimane in silenzio a fissarmi, con addosso i pantaloni di una tuta e un top.

«Allora?» la incalzo, esigendo una risposta alla mia domanda.

«La settimana prossima» mi dice alla fine, riluttante.

«Devi iniziare a prendere la pillola» le dico in tono autoritario.

“Non vedo l’ora di riversare sul serio il mio seme in te, Miss Steele. Così sarai mia fino in fondo”. Il solo pensiero mi fa eccitare di nuovo. Il suo sguardo smarrito segue i miei movimenti, mentre con calma, mi siedo sul letto e mi infilo le calze e le scarpe.

«Hai un medico di fiducia?»

In effetti, non avendo mai avuto rapporti sessuali prima d’ora, probabilmente non ha mai avuto bisogno di uno specialista in campo ginecologico. A conferma dei miei pensieri scuote la testa. Aggrotto la fronte. “Ok, posso occuparmene io”.

«Posso chiedere al mio di venire a visitarti a casa tua, domenica mattina, prima che ci incontriamo. Oppure può visitarti a casa mia. Cosa preferisci?»

Mi rendo conto di essere pratico e diretto, come se invece che di visite ginecologiche stessi contrattando un affare. Ma non ho tempo per perdermi in stronzate, ora. Ho avuto il suo consenso, ci siamo accordati sui termini del contratto. Non voglio che queste cazzate ci facciano perdere altro tempo prezioso.

«A casa tua» mi dice dopo averci pensato qualche secondo.

Così possiamo inaugurare la Stanza dei giochi. Dovrò trovare un ginecologo disponibile. La guardo. “Magari facciamo una ginecologa”.

«Va bene. Ti farò sapere l’ora»

«Te ne stai andando?»

I suoi occhi dolci e azzurri mi implorano di restare. Ma non posso. Tutte le concessioni di questa sera, tutto quello che le ho permesso di fare. Ho bisogno di riflettere. Di allontanarmi per un attimo e riprendere in mano la mia vita. E non importa se non voglio. Devo.

«Sì» dico, cercando di non lasciar trapelare l’amarezza per quella decisione.

«Come torni in albergo?» mormora a bassa voce.

«Viene a prendermi Taylor»

«Posso accompagnarti io. Ho una bellissima macchina nuova» mi dice con un mezzo sorriso.

La guardo con affetto. E’ terribilmente carina quando fa l’impertinente.

«Così mi piaci. Ma temo che tu abbia bevuto troppo» ammicco divertito.

«Mi hai fatto ubriacare apposta?» chiede leggermente piccata.

«Sì» ammetto.

Il mio tono nasconde una nota di arroganza.

«Perché?»

«Perché ragioni troppo sulle cose, e sei reticente come il tuo patrigno. Un goccio di vino e cominci a parlare, e io ho bisogno che tu sia sincera con me. Altrimenti ti chiudi a riccio e non so cosa pensi. In vino veritas, Anastasia»

Le schiocco un sorrisetto compiaciuto e saccente. ‘C’è poco da essere compiaciuti per il tuo comportamento, Grey’.

«E tu pensi di essere sempre sincero con me?» mi chiede sarcastica.

La sua domanda mi mette un po’ sulla difensiva.

«Ci provo. La nostra storia funzionerà solo se siamo sinceri l’uno con l’altra»

Mi mordo l’interno del labbro inferiore. ‘Per questo le hai detto che sei un sadico, vero?’ mi schernisce il mio cervello. Anastasia guarda le lenzuola stropicciate sotto di lei. Sopra di esse giace ancora il secondo preservativo che non abbiamo usato. Allunga le dita e lo prende, mostrandomelo.

«Vorrei che restassi e usassi questo» mi dice con sospiro.

La sua voce è ridotta a un filo, ansima eccitata. Le sorrido, divertito dalla sua audacia, ma anche bramoso di possederla di nuovo.

«Anastasia, ho superato tante barriere qui, stasera. Devo andare. Ci vediamo domenica. Il contratto con le modifiche sarà pronto, così possiamo iniziare a giocare sul serio»

Nel dirlo il mio corpo è attraversato da un brivido di lussuria.

«Giocare?»

La sua voce è sempre più fioca. E’ palesemente eccitata e stringe forte la bustina del preservativo tra le dita, sempre più desiderosa di utilizzarlo. Continuo a stuzzicarla.

«Mi piacerebbe mettere in scena una cosa con te. Lo farò solo quando avrai firmato, quando saprò che sei pronta»

“Ho voglia di vedere il tuo corpo contorcersi, per le tue stesse carezze Anastasia”. E’ doppiamente eccitante pensarla in quel modo, soprattutto perché so che dovrò insegnarle tutto io. Chiudo brevemente gli occhi e vedo le mie mani che conducono le sue lungo tutto il suo corpo, accarezzando attraverso insieme quel dolce paradiso che è il suo sesso bagnato e voglioso di accogliermi. E poi…ho ancora quell’ovetto vibrante nella tasca della mia giacca. Potrei sempre usarlo per vederla implorarmi e supplicarmi di darle piacere. O potrei procurarmi lo stesso frustino del suo sogno. Sorrido segretamente pregustandomi la sua espressione alla vista dell’oggetto dei suoi sogni. Sì, credo proprio che sarà quello che farò.

«Ah. Quindi potrei rimandare, se non firmo?»

La sua domanda mi riscuote dai miei pensieri lascivi. Aggrotto leggermente la fronte. Per qualche attimo ho il dubbio atroce che voglia tirarsi indietro. Ma non può essere. La sua voglia è percepibile anche a distanza. Siamo attratti come due calamite, i nostri desideri si fondono anche quando non ci tocchiamo. E lei sta solo aumentando deliberatamente la mia eccitazione. Le sorrido sardonico, stando al gioco.

«Sì, immagino di sì, ma io rischierei di cedere sotto la pressione»

«Cedere? In che modo?»

La mia risposta l’ha incuriosita. Piega la testa di lato, stringendo gli occhi e scrutandomi. Annuisco piano, rimandandole indietro un altro sorriso da bastardo provocatore.

«Le cose potrebbero sfuggirmi di mano» le sibilo contro.

Anastasia sorride maliziosa a sua volta. Il mio uccello sta letteralmente per saltarle addosso, aspettando che io mi decida a seguirlo.

«In che senso?» chiede, con la voce melliflua.

«Sai, esplosioni, inseguimenti in auto, rapimenti» gioco con la sua fantasia.

E con la mia. Il pensiero di lei segregata nella mia Stanza dei giochi mi manda in estasi. La scoperei senza sosta. Sempre. In ogni modo. Senza pietà.

«Potresti rapirmi?» mi dice incredula, aggrottando leggermente la fronte.

«Oh, sì» le scocco un gran sorriso.

“Non sai cosa darei per tenerti legata nella mia camera da letto, Miss Steele”.

«Tenermi prigioniera contro il mio volere?»

Abbassa volutamente la voce. “Cristo santo se è eccitante”. Immaginarla legata, ansimante, disperata e vogliosa di prendermi tutto. La sua eccitazione raggiunge quasi il livello della mia. Me ne accorgo da come cambia il suo respiro, dalle cosce che continuano a sfregarsi l’una contro l’altra, dal luccichio di suoi occhi azzurri da cerbiatta.

«Oh, sì. E a quel punto passeremmo a un TPE 24/7»

«Temo di non seguirti» ansima, accaldata e desiderosa di scopare di nuovo.

«Un Total Power Exchange, uno scambio totale di potere, ventiquattro ore su ventiquattro»

Non riesco a trattenere la mia eccitazione. Ho un’erezione da paura, sento il mio uccello pulsare e implorarmi di essere liberato dentro di lei. Il solo immaginarla alla mia mercé, poterle fare quello che voglio, mi rende euforico.

«A quel punto non avrai scelta» le dico con un sorriso perfido sulle labbra.

E lei, a questo punto, fa l’unica cosa che non avrebbe dovuto fare. L’unica cosa che in realtà mi aspettavo che facesse. L’unica cosa che volevo facesse.

«Ovvio!» sorride sarcastica, alzando al cielo i suoi meravigliosi occhi azzurri.

E’ come se ad un tratto, quel gesto, avesse rotto un argine. E io non sono più disposto a farmi sfidare in quel modo da una ragazzina impertinente. “Sarai anche una gran gnocca, Miss Steele, ma ti serve qualcuno che ti rimetta in riga. E quel qualcuno sono io”.

«Oh, Anastasia Steele, hai appena alzato gli occhi al cielo con me?»

Mi rendo a malapena conto che la fisso famelico, come un lupo farebbe con un agnellino indifeso. Sono ansioso ora. Ansioso di vedere il suo sedere arrossarsi sotto le mie mani. Ed eccitato. Mi guarda in apprensione, ma nei suoi occhi leggo anche la convinzione che non terrò realmente fede alla mia minaccia di prima. “Quanto ti sbagli, Miss Steele”.

«No» mi dice di rimando con una voce stridula.

“Ha anche il coraggio di negare l’evidenza”.

«Mi è sembrato di sì. Cosa ti ho detto che ti avrei fatto in questi casi?»

Non risponde e mi guarda con aria di scuse. Mi eccita, ma non basta. Voglio sculacciarla. Lo voglio da quando l’ho incontrata. E questa è la mia occasione per fargli capire qual’è il suo ruolo in tutto questo. Con lentezza mi siedo sul bordo del letto.

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A presto

Giulia

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