Fan-Fiction “Cinquanta sfumature di Mr Grey” Cap.6/7/8

Carissime sfumature, continua la pubblicazione degli estratti della Fan-Fiction di Anita Sessa.

Oggi proponiamo i capitoli 6/7/8.

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Capitolo 6.

Cammino avanti e indietro nel mio studio, frustrato. Non riesco a tenere a bada la rabbia e lo sconvolgimento per la sua rivelazione. “E’ vergine, cazzo!”. Non sa niente del mio mondo. Non sa niente del sesso in generale. Penso alla sua agitazione durante il viaggio. Mi passo entrambe le mani nei capelli, tirandoli leggermente come per portare via da me tutti questi…sentimenti. “Ecco, l’ho detto. Sentimenti”. Almeno credo sia la parola adatta a descrivere tutto quello che mi si sta velocemente rivoltando nello stomaco. E ora non mi importa nemmeno di come possa essersi sentita lei. Ora sono io a sentirmi un pezzo di merda per averle mostrato la mia stanza segreta e averle chiesto di firmare quel fottutissimo contratto! “Devi lasciarla perdere Grey! Ora!”. Eppure…eppure non ci riesco.

«Non capisco perché tu non me l’abbia detto» la sgrido, senza riuscire a frenare la rabbia.

“Dio quanto vorrei mettermela sulle ginocchia e sculacciarla di santa ragione!”. Mi guarda con un’espressione di terrore sul viso, poi abbassa di nuovo gli occhi, contrita.

«Non ce n’è stata occasione. Non sono abituata a rivelare i miei trascorsi sessuali al primo che incontro. In fin dei conti, ci conosciamo appena»

Torna a guardarmi, leggermente corrucciata. In fondo ha ragione. Lo so. Anastasia non poteva immaginare che io volessi coinvolgerla in una relazione sadomaso quando l’ho trascinata a forza nella mia vita. “Questo vuol dire che farai l’amore con me, Christian?”. La sua inopportuna frase di qualche minuto fa ora non mi sembra poi così inopportuna. Era questo che lei voleva, che si aspettava da me. E io le ho messo davanti tutta questa merda. Prendere coscienza della sua purezza mi sconvolge. Avrei voluto saperlo prima. “Avreidovuto saperlo prima, cazzo!”.

«Ma tu adesso sai molte cose di me» sbotto contro quel viso angelico. «Che fossi poco esperta lo avevo capito, ma addirittura vergine!»

Io stesso riesco a percepire qualcosa di molto simile al disgusto nella mia voce.

«Cazzo, Ana, e pensare che ti ho appena mostrato quella roba» continuo a ringhiarle contro.

Ma mi rendo conto che la mia rabbia sta lentamente scemando. Non è colpa sua. E io lo so. E in meno di tre secondi sono passato dalla versione di me Dominatore, a quella di me incazzato, a quella di me che ancora non conoscevo. Christian Grey, amministratore delegato, che prova quasi tenerezza di fronte ad una verginella impaurita. Faccio un profondo sospiro.

«Che Dio mi perdoni. Hai mai baciato qualcuno, a parte me?» le chiedo premuroso.

«Ma certo»

Mi risponde piccata, anche se sembra dubitare lei per prima delle sue parole.

«E non c’è stato un bel ragazzo che ti abbia fatto perdere la testa? Proprio non capisco. Hai ventun anni, quasi ventidue. Sei una bella ragazza»

La guardo mentre gioca con le sue dita. Sorride, sorpresa del complimento che le ho appena fatto. “Sì, Ana. Sei bella, sei davvero bella. Come puoi essere ancora vergine?”. Il suo silenzio è esasperante.

«Stiamo discutendo seriamente di quello che ho intenzione di fare, e tu non hai la minima esperienza» continuo, aggrottando la fronte. «Come hai fatto a evitare di fare sesso? Dimmelo, ti prego»

Anastasia si stringe nelle spalle, imbarazzata.

«Nessuno è mai… capisci…»

Non termina la frase e mi guarda, come se dovessi aver afferrato un oscuro mistero. Chissà quale poi! “Nessuno è mai cosa, Anastasia?”. Nessuno ci ha mai provato? Non credo. Il tuo amico figlio di puttana lo stava facendo ieri sera. Nessuno si è mai spinto troppo oltre? Sei lesbica e hai deciso di provare a tornare sulla retta via con me? “NESSUNO COSA, ANASTASIA???Dimmelo, cazzo!!”. Vorrei urlarle contro tutte queste cose, ma l’espressione del suo viso mi blocca.

«Perché sei tanto arrabbiato con me?» mormora mortificata, mentre scruta a fondo i miei occhi grigi.

La fisso, senza risponderle. Anche ora, anche dopo quello che mi ha appena detto, non riesco a non trovarla estremamente desiderabile ed eccitante. “Cosa cavolo mi sta succedendo?”.

«Non sono arrabbiato con te, sono arrabbiato con me stesso. Avevo dato per scontato che…» sospiro.

“Avevo dato per scontato che qualcuno ti avesse messo le mani addosso. Qualcuno che, come me, non fosse riuscito a resistere al tuo fascino e alla tua bellezza”.

«Vuoi andartene?» le chiedo infine con gentilezza, reprimendo le mie riserve.

Dopo tutto questo ho comunque la forza di sperare che dica di no. Che rimanga. Io voglio che rimanga. Anche se è vergine. Anche se non sa niente di queste cose e della merda che mi porto dietro. Voglio che rimanga e basta. E lei sembra leggermi nel pensiero.

«No, se non lo vuoi tu» mormora.

«Certo che non lo voglio. Mi piace averti qui»

Le parole mi escono quasi di getto, mentre mi acciglio. “Non so nemmeno io perché mi piace averti qui Ana. E oltretutto il mio problema è che mi piace troppo averti qui. Vorrei che tu non te ne andassi mai da questo appartamento”. Guardo l’orologio.

«È tardi»

Quando alzo di nuovo gli occhi lei è li. E si sta di nuovo mordendo quel labbro. Quel gesto mi fa ribollire il sangue nelle vene. Vederla affondare con i denti sulla pelle morbida delle sue labbra favolose mi fa uscire di senno. Quel gesto così carnale, che vorrei essere io a compiere.

«Ti stai mordendo il labbro» le dico con la voce piena di desiderio.

“Vaffanculo!”. La voglio. Ora.

«Scusa» sussurra lei.

«Non chiedermi scusa. È solo che ho voglia di morderlo anch’io, di morderlo forte»

Sento il suo corpo tendersi ed eccitarsi subitaneamente in risposta alle mie parole. “Basta. Ho appena preso la mia decisione”.

«Vieni» le mormoro.

«Dove?»

«Dobbiamo sistemare questa faccenda, subito»

«In che senso? Quale faccenda?» chiede allarmata.

La guardo dritto negli occhi, risoluto.

«La tua. Ana, intendo fare l’amore con te adesso»

«Oh»

Sembra sul punto di svenire. Le manca il respiro. “Ora non dire di no, Anastasia. Ti prego”. Anche se non posso pensare solo a quello che voglio io in questo momento. Lo so. E’ la sua prima volta, dopotutto.

«Se tu lo vuoi, beninteso. Non voglio sfidare la sorte»

Mi guarda a stento, con i suoi occhi azzurri come il cielo.

«Pensavo che tu non facessi l’amore. Pensavo che fottessi senza pietà»

Deglutisce a fatica mentre pronuncia le ultime parole. La sua risposta mi diverte e mi rilassa al tempo stesso. Mi sfugge un sorriso perverso, che lei regge a fatica.

«Posso fare un’eccezione, o forse combinare le due cose. Vedremo. Desidero davvero fare l’amore con te. Ti prego, vieni a letto con me. Voglio che il nostro accordo funzioni, ma tu devi farti almeno un’idea di quello che ti aspetta. Possiamo iniziare l’addestramento stanotte… con le nozioni di base. Questo non significa che io sia diventato un sentimentale; è un mezzo per ottenere un fine, ma è una cosa che desidero fare, e spero che per te sia lo stesso»

Il mio sguardo arde su di lei. Ecco. Le ho riversato addosso tutto quello che avevo dentro. Spero solo che capisca. Spero che si abbandoni a me e si lasci trasportare alla scoperta di questo nuovo mondo. Spero voglia essere mia. E in un istante un pensiero distinto mi colpisce dritto al petto. “Mia!”. Se mi dice di sì sarà davvero mia. Non dovrò pensare di averla condivisa con un altro. Non avrà avuto nessuno al di fuori di me. Io potrò essere davvero il suo Dominatore, il signore assoluto del suo corpo, l’unico che l’abbia mai posseduta, sia stato dentro di lei, l’abbia mai fatta godere fino allo svenimento. “E’ proprio questo che voglio fare”. Ed è come se mi scorresse nuova linfa vitale nelle vene. Ora voglio più che mai che sia la mia Sottomessa. Voglio che sia mia. “Mia, mia, solo mia”.

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Capitolo 7

Mi sveglio all’improvviso come se mi mancasse il respiro. Sono stordito, confuso. Fisso il cuscino vuoto accanto a me e le lenzuola stropicciate. E lentamente realizzo. Lei non c’è, non è qui. Mi metto a sedere di scatto nel letto, guardandomi intorno, di colpo nel panico. Fuori il sole splende. Forse è andata in bagno. I suoi vestiti sono ancora qui a terra in effetti. Faccio un profondo sospiro, realizzando che, per la prima volta in vita mia, ho dormito con qualcuno. Ho lasciato che una ragazza entrasse nel mio letto e dormisse con me. E non ho sonnecchiato o vegliato. No. Ho dormito. Con il pericolo che lei mi toccasse durante la notte, mi sfiorasse, violasse il mio io troppo martoriato dal passato per lasciarla entrare. Eppure l’ho fatto. “Ho dormito con Anastasia Steele”. Scuoto la testa a metà tra l’incredulo e il divertito. “Dove si sarà ficcata quella ragazzina?”. Mi alzo pesantemente, stiracchiandomi, e mi dirigo in bagno. La porta è socchiusa e dentro lei non c’è. Cosa starà architettando? Mi soffermo per un po’ davanti allo specchio del bagno. I capelli aggrovigliati come una matassa, la barba che inizia a crescere e l’espressione serena di chi ha appena avuto una nottata di ottimo sesso seguita da un confortante riposo. Era da tempo che non mi sentivo così. ‘Non ti sei mai sentito così, Grey’, mi rammenta la mia testa. E forse ha ragione. Così bene, in fondo, non mi sono mai sentito. Ma non voglio soffermarmi a pensarci ora.

Esco dalla stanza e imbocco il corridoio. Sento un po’ di frastuono provenire dalla cucina. E quando la vedo non posso trattenermi dal sorridere. E’ ai fornelli, di spalle. Indossa la mia camicia bianca, che cade larga sul suo splendido corpo nudo, che ho avuto il piacere di ammirare la scorsa notte. I capelli castani, spettinati, sono legati alla meglio in due buffi codini, che la fanno sembrare ancora più giovane di quanto non sia. Ha un paio di cuffie conficcate nelle orecchie e balla al ritmo di chissà cosa. Mi siedo senza fare rumore su uno degli sgabelli, poggiandomi al bancone, con il viso tra le mani. Ogni tanto si ferma, come se un pensiero la attraversasse. Scuote la testa, sorride e riprende allegramente a cucinare. Si, sta cucinando per me. Nella mia cucina. Con addosso i miei vestiti. E senza che io gli abbia dato il permesso. Ci mette un bel po’ prima di accorgersi della mia presenza. Quando si gira si immobilizza di scatto, imbarazzata, arrossendo di colpo. Le lancio uno sguardo divertito, con le sopracciglia alzate. Dopo qualche attimo di incertezza si ricompone, cercando di darsi un contegno, e si toglie le cuffie dell’iPod.

«Buongiorno, Miss Steele. Ti vedo arzilla, stamattina» la saluto bonariamente, tentando di rimanere serio. Stamattina sono di nuovo in modalità bastardo-arrogante-che-cerca-di-metterti-in-difficoltà-in-ogni-modo. Tutte le incertezze di stanotte sono dimenticate. O almeno assopite. “Attenta, Miss Steele”.

«H-ho dormito bene» farfuglia.

«Chissà perché» le dico con un mezzo sorriso. «Anch’io, da quando sono tornato a letto» ammetto poi riluttante. Ed è la verità.

«Hai fame?» mi chiede, ansiosa di evitare un silenzio imbarazzante.

«Parecchia» le dico, guardandola maliziosamente.

Di certo non mi riferisco al cibo. “Ho fame di te, Anastasia. Ho voglia di prenderti qui, in cucina, e di farti nuovamente mia”. Non mi stancherei mai di questo suppongo. Mi guarda imbarazzata, cogliendo l’allusione. Ma decide di ignorarmi.

«Pancake, bacon e uova?»

«Sembra squisito» le rispondo con un sorriso.

«Non so dove tieni le tovagliette»

Maschera poco bene l’agitazione che la sta dilaniando.

«Ci penso io. Tu cucina. Vuoi che metta un po’ di musica così puoi continuare… ehm… a ballare?»

Si guarda le mani, imbarazzata e arrossisce di nuovo.

«Per favore, non smettere per colpa mia. È molto divertente da guardare» le dico in tono ironico.

Miss Steele mi rimanda indietro una smorfia, voltandosi e continuando a sbattere le uova. “Mi ignori e ora mi fai le smorfie, Miss Steele? Ti stai pericolosamente avvicinando ad una punizione epica”. Con tre passi sono dietro di lei. Il mio corpo la sfiora appena. Le tiro piano uno dei codini.

«Sono carini» mormoro. «Ma non ti proteggeranno»

Mi guarda di sottecchi, divertita.

«Come ti piacciono le uova?»

«Molto, molto strapazzate»

La sento sorridere, mentre mi allontano. E sorrido anch’io. E’ esasperante il fatto che continui a sfidarmi ad ogni parola, ad ogni gesto. Ma, allo stesso tempo, è eccitante da morire. Prendo due tovagliette da un cassetto, mentre lei finisce di preparare la colazione. Dal frigo tiro fuori del succo d’arancia e in silenzio mi metto a preparare il caffè. Poi mi ricordo che lei non ama il caffè.

«Vuoi una tazza di tè?» le chiedo.

«Sì, grazie. Se ce l’hai»

Frugo nella credenza, mentre Ana armeggia con i piatti. E’ stranamente rilassante stare qui a cucinare insieme. Non credo di aver mai fatto qualcosa del genere. Tiro fuori alcune bustine di Twinings English Breakfast. Le avevo fatte mettere da parte a Mrs Jones proprio per questa occasione. Lei mi guarda divertita.

«La conclusione era scontata, eh?»

Per un istante, la visione di quella fantastica brunetta impertinente, vestita solo della mia camicia che lascia vedere tutto, o quasi, mi fa infiammare di desiderio. “Eh sì, Miss Steele. Finalmente posso confermarlo sul serio. Si proprio una gran gnocca”. Nella mia testa si susseguono immagini di lei in ogni posizione, nella mia Stanza dei giochi. Devo ricordare a me stesso che non ha ancora firmato il contratto. E che è ancora dolorante.

«Ah, sì? Non sono sicuro che abbiamo ancora concluso alcunché, Miss Steele» le mormoro.

Senza replicare dispone il cibo nei piatti preriscaldati e li poggia sulle tovagliette. Apre il frigo e tira fuori lo sciroppo d’acero. “Ma guardala! Stai qui da quanto? Tre fottuti secondi? E già sa dove trovare la roba. Io non sapevo nemmeno di averlo lo sciroppo d’acero!”. La guardo, aspettando educatamente che sia lei a sedersi per prima.

«Miss Steele», le dico, indicandole uno degli sgabelli.

«Mr Grey» risponde, con un cenno del capo.

Nel sedersi sussulta leggermente.

«Quanto ti fa male, di preciso?» le chiedo senza troppe cerimonie.

«Be’, a essere sincera, non ho termini di confronto» sbotta, piccata. «Vuoi offrirmi la tua compassione?» mi chiede poi, con uno sguardo dolce.

Cerco di trattenere un sorriso. “Che impertinente!”. Meglio non fare la carina con me, Miss Steele. Potrei approfittarne.

«No. Mi chiedevo se potevamo continuare il tuo addestramento di base» le dico con tutta la noncuranza di questo mondo.

«Oh» sussulta.

Guardo soddisfatto il suo viso incredulo. E la sua eccitazione cresce all’improvviso. Il suo corpo si contrae impercettibilmente e quasi la sento gemere. Ma non ci giurerei troppo. “Non farlo, Ana. Non voglio prenderti ora. Ho bisogno di avere la situazione sotto controllo”.

«Mangia, Anastasia» le ordino.

Mi guarda, implorandomi con gli occhi di essere scopata. Interrompo quel gradevole contatto visivo e mi concentro sulla colazione.

«Per la cronaca, è delizioso» le dico sorridendole.

Prende una forchettata di cibo dal piatto, delusa, perdendosi quasi subito nei suoi pensieri. Osservo voglioso le sue deliziose labbra strette nuovamente nella morsa dei suoi denti. “Cristo!”. Lo fa sempre. E mi eccita sempre.

«Smetti di morderti il labbro. Mi distrae parecchio, e poi so che non porti niente sotto la mia camicia, e questo mi distrae ancora di più» le dico in un sibilo.

Resta attonita, liberando di colpo il suo labbro inferiore. In silenzio torna ad occuparsi del suo tè. Scommetto che muore dalla voglia di saperne di più.

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Capitolo 8

«Forza, dobbiamo vestirci… sempre che tu voglia conoscere mia madre» le dico divertito, scivolando in fretta fuori dal suo corpo e sedendomi sul bordo del letto.

Sfilo il preservativo e lo butto a terra con noncuranza. Le lancio un gran sorriso e in tre secondi sono già in piedi e mi sto infilando i jeans, senza le mutande.

«Christian, non posso muovermi»

Anastasia sta cercando in ogni modo di districare il nodo della cravatta che le stringe i polsi. Mi chino su di lei sciogliendolo, mentre la guardo. Tutta questa assurda situazione mi intriga in modo pazzesco. Le bacio leggero la fronte e le sorrido di nuovo. “Miss Steele stai per conoscere la dottoressa Grace”. Il pensiero di mia madre, di là in salotto, a chiedersi se uscirò di qui con un uomo o con una donna, mi diverte da morire. Ana le piacerà, ne sono certo. Già solo per il fatto di essere colei che le ha fugato ogni dubbio sulla mia presunta omosessualità. ‘E così, Grey, stai per presentare una ragazza a tua madre’. Già. ‘E perché quel sorriso ebete stampato in faccia?’

«Un’altra prima volta» osservo a voce alta, mentre Ana mi restituisce uno sguardo incredulo, ovviamente non capendo a cosa mi riferisco.

«Non ho vestiti puliti qui» replica nel panico. «Forse è meglio se rimango qui»

«Niente affatto» la minaccio. «Puoi metterti qualcosa di mio»

Mi infilo la t-shirt bianca e mi ravvio alla meglio i capelli totalmente scarmigliati, cercando di farli stare al loro posto. Ci rinuncio. Poi mi volto a guardarla, serio.

«Anastasia, saresti bella anche con un sacco della spazzatura addosso. Non preoccuparti, davvero. Mi fa piacere presentarti a mia madre. Vestiti. Intanto vado a calmarla»

“Il che non sarà affatto un’impresa semplice, Miss Steele”. So che dovrò combattere contro le affinate tecniche di indagine di mia madre. Lei e Mia sono peggio di Holmes e Watson. Anastasia rimane immobile, con un’espressione angosciata dipinta sul viso. La fisso severamente. “Ma non riesci proprio a fare quello che ti si dice, Miss Steele?”.

«Ti aspetto di là fra cinque minuti, altrimenti vengo a tirarti fuori da qui con le mie mani, qualunque cosa tu abbia addosso. Le mie T-shirt sono in questo cassetto. Le camicie nella cabina armadio. Serviti pure»

‘Stai davvero mettendo il mondo ai piedi di questa ragazzina, Grey?’. So perfettamente che se fosse stata un’altra non mi sarei fatto scrupoli a lasciarla sul letto, legata, mentre chiacchieravo allegramente con mia madre. E invece sono qui, ora, a guardarla ammirato e a metterle a disposizione tutto quello che ho. E voglio presentarla a Grace. Lo voglio davvero. Lentamente mi avvio lungo il corridoio, lasciandola da sola e in crisi a prepararsi. Faccio un sospiro profondo prima di mettere piede in salotto, incrociando lo sguardo esasperato di Taylor, in piedi nella stanza. So bene cosa mi aspetta.

<< Mamma>>

Saluto con un sorriso la donna elegante e distinta, seduta sul mio divano. Il suo viso si illumina non appena mi vede. E’ raggiante più del solito, anche se scorgo un briciolo di preoccupazione.

<< Christian, tesoro! >>

I suoi occhi mi scrutano e mi oltrepassano in fretta, aspettando che qualcuno mi segua. Quando si rende conto che sono solo non riesce a nascondere la delusione totale. La guardo divertito, scoccandole un gran sorriso mentre mi siedo accanto e lei e le bacio la guancia. Voglio davvero bene a questa donna dai capelli di un biondo rossiccio, che indossa magnificamente il suo abito di maglina color cammello con scarpe rigorosamente in tinta. Le devo tutto. Vorrei solo riuscire a dimostrarglielo meglio. Anche se in fondo so che lei lo sa.

<< Come mai sei qui, mamma?>>

Lei non viene mai nel mio appartamento.

<<Bé, ero preoccupata a dire il vero, Christian. Ho addirittura chiamato in ufficio ieri, ma la tua assistente mi ha informata che eri a Portland da una settimana. Credevo dovessi andarci questa giovedì>>

<<Infatti è così. Dovrò tornarci questa settimana. Ma dovevo incontrare una persona. Tra poco la conoscerai>> le dico sorridendole.

La sua curiosità si rianima all’improvviso. Mi sorride con calore.

<<In effetti Taylor mi ha avvisata che c’era qualcuno di là in camera con te>> mi incalza maliziosamente dopo appena qualche attimo di silenzio.

Eccola che parte. Grace Trevelyan-Grey alla riscossa. Le sorrido di nuovo, senza rispondere, lasciandola in sospeso. E quando alzo gli occhi la vedo arrivare. “I miei complimenti, Miss Steele”. E’ vestita di tutto punto, con i suoi abiti di ieri. I capelli legati in una coda, dalla quale fuoriesce qualche ciocca troppo ribelle, ancora provata dallo splendido amplesso che abbiamo appena avuto di là in camera.

«Eccola qui» dico con un sorriso.

Mi alzo dal divano e le vado incontro. Sono…felice. E ammirato. E orgoglioso di lei.

«Mamma, ti presento Anastasia Steele. Anastasia, lei è Grace Trevelyan-Grey»

Il volto di mia madre si illumina come un’alba. Si alza dal divano e le si avvicina, tendendole la mano, guardandola estasiata. E’ sorpresa. E sollevata. Tanto sollevata. “Già mamma, non sono gay”.

«Piacere di conoscerla» le dice poi, con uno sguardo molto, molto compiaciuto.

Ana le stringe con decisione la mano, rispondendo al suo sorriso con lo stesso calore, probabilmente contagiata da Grace.

«Dottoressa Trevelyan-Grey» mormora.

«Chiamami Grace» le dice mia madre, con enfasi.

La guardo con un po’ di traverso, contrariato da tutta questa familiarità. Mi chiedo vagamente se non sia stata una mossa avventata. Grace mi ignora stoicamente e continua a familiarizzare con la sconosciuta brunetta che le sta di fronte.

«Per tutti sono la dottoressa Trevelyan, mentre Mrs Grey è mia suocera» le sta dicendo, facendole l’occhiolino.

Oddio, mia madre che strizza l’occhio ad una mia potenziale Sottomessa! Ora si che le ho viste tutte.

«Allora, come vi siete conosciuti voi due?»

La domanda è rivolta direttamente a me. Non si può tenere a bada la sua curiosità nemmeno chiudendola in un cassetto e buttando via la chiave. In questo la batte solo Mia.

«Anastasia mi ha intervistato per il giornale studentesco della Washington State University, perché questa settimana devo consegnare i diplomi di laurea»

«Dunque ti laurei questa settimana?» dice, rivolgendosi ad Ana questa volta.

«Sì»

Fortunatamente il suo cellulare si mette a squillare e questo la salva da un lungo interrogatorio da parte di mia madre, alla evidente ricerca di dettagli sulla nostra storia. ‘Non è una storia, Grey. E’ stata una notte di sesso e basta. Seguita da un magnifico pompino. Ah, e da un’altra magnifica scopata’. Lascio perdere i miei pensieri, mentre Ana si allontana verso la cucina, scusandosi.

<<E’ molto carina, Christian. Davvero molto carina >> mi sussurra Grace, facendomi l’occhiolino.

Torna lentamente a sedersi sul divano, accanto a me, senza smettere di ammirare Anastasia. Meglio togliersi da questa situazione imbarazzante.

<<Sono d’accordo con te>> le dico sorridendo.

Poi, prima che possa aggiungere altro, le chiedo come ha fatto a rintracciarmi. Mentre si dilunga a riferirmi di come abbia tentato di rintracciare mio fratello per avere mie notizie, qualcosa mi distrae.

«Senti, José, non è un buon momento»

Percepisco distintamente le parole di Anastasia, mentre lei, come se mi leggesse nel pensiero, si gira a lanciarmi un’occhiata furtiva. “Sì, Miss Steele. Ho sentito”. La guardo impassibile, anche se dentro di me sono furioso. “E’ al telefono con quel coglione!”. Mia madre mi costringe a tornare ad ascoltarla, così non afferro altro della conversazione telefonica.

<< ..allora ho provato a richiamarlo diverse volte, ma sembrava sparito dalla faccia della terra!>>

<<Era semplicemente a Portland con me, mamma>> la rassicuro su Elliot.

Nel frattempo Anastasia, leggermente stizzita, riattacca e torna da noi. Sono incazzato nero con lei. Avrei davvero voglia di legarla stretta, mettermela di traverso sulle ginocchia e sculacciarla forte, senza pietà.

«… Così Elliot ha chiamato per dire che eri da queste parti… sono due settimane che non ti vedo, tesoro»

Mi rendo a malapena conto che mia madre sembra aver finalmente finito il suo estenuante racconto sulla disperata ricerca di me e mio fratello maggiore.

«Ah, davvero?» mormoro.

Per quanto cerchi di riportarla su di lei, la mia attenzione, in questo momento, è concentrata tutta su Anastasia. E la dottoressa Grace se ne sta rendendo perfettamente conto. Anzi, sembra esserne addirittura contenta.

«Pensavo che potessimo pranzare insieme, ma vedo che hai altri piani, e non voglio guastarti la giornata»

Si alza con un gran sorriso, prendendo il suo soprabito color crema, appoggiato lì di fianco. “Sì, mamma. Ti voglio davvero bene, ma preferisco che ora mi lasci da solo con la mia ospite”. La imito, alzandomi, e le deposito un rapido bacio, sinceramente affettuoso, sulla guancia che è felice di offrirmi.

«Devo riaccompagnare Anastasia a Portland» le dico a mo’ di giustificazione.

«Certo, tesoro. Anastasia, è stato un vero piacere. Spero proprio di rivederti presto»

“Non contarci troppo, mamma”. Le tende la mano entusiasta. Taylor esce dal suo ufficio e accompagna all’ascensore Grace, che sembra camminare a mezzo metro da terra per la felicità. Umore che condividevo anch’io fino a tre minuti fa. Ma ora sono incazzato. Incazzato nero. La fisso, mentre rimaniamo soli nella stanza.

«Allora, ha chiamato il fotografo?»

«Sì» mi risponde con aria di scuse.

«Cosa voleva?»

«Solo chiedere scusa, sai… per venerdì»

Stringo gli occhi e la fisso. Sono accecato dalla rabbia.

«Capisco» le dico seccamente.

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Baci Rosaria.

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