Lettura 4° Capitolo 50 sfumature di nero

Sfumature.

Come ogni mercoledì , ecco il capitolo della rilettura di 50 sfumature di nero 🙂

Siete pronte???

Leggete insieme a me.

3

Quando recupero le mie facoltà mentali, apro gli occhi e
vedo l’uomo che amo. L’espressione di Christian è dolce,
tenera. Strofina il naso contro il mio, sorreggendosi sui
gomiti, le mani strette alle mie ai lati della mia testa. Penso
con tristezza che così non lo sto toccando. Mi dà un bacio
lieve sulle labbra mentre scivola fuori da me.
«Tutto questo mi è mancato» dice in un sospiro.
«Anche a me» sussurro.
Mi prende il mento e mi bacia con ardore. Un bacio
appassionato, supplichevole, con il quale mi chiede…
cosa? Non lo so. Rimango senza fiato.
«Non lasciarmi più» mi implora, guardandomi
profondamente negli occhi, il volto serio.
«Okay» mormoro e gli sorrido. Il sorriso con cui mi
risponde è abbagliante. Sollievo, esultanza, piacere
fanciullesco combinati in uno sguardo incantevole che
scioglierebbe il più freddo dei cuori. «Grazie per l’iPad.»
«Di niente, Anastasia.»
«Qual è la tua canzone preferita tra quelle?»
«Ora vuoi sapere troppo.» Sorride. «Vieni, cucinami
qualcosa, donzella. Sono affamato» aggiunge, tirandosi su
a sedere e trascinandomi con lui.
«Donzella?» ridacchio.
«Donzella. Cibo, ora, per piacere.»
«Visto che me lo chiedete gentilmente, sire, mi ci
applico subito.»
Scendendo dal letto, faccio cadere il cuscino, scoprendo
il palloncino sgonfio a forma di elicottero che tengo sotto.
Christian lo prende e mi guarda con aria interrogativa.
«Quello è il mio palloncino» dico con tono possessivo,
mentre prendo l’accappatoio e me lo infilo. “Oh,
accidenti… perché l’ha trovato?”
«Nel tuo letto?» mormora.
«Sì.» Arrossisco. «Mi tiene compagnia.»
«Beato Charlie Tango» commenta, sorpreso.
“Sì, sono sentimentale, Grey, perché ti amo.”
«È il mio palloncino» dico di nuovo e mi volto per andare
in cucina, lasciandolo con un sorriso da un orecchio
all’altro.
Christian e io siamo seduti sul tappeto persiano di Kate.
Mangiamo con le bacchette pollo saltato e spaghettini
cinesi in ciotole di porcellana bianca e sorseggiamo pinot
grigio fresco. Christian è appoggiato con la schiena al
divano, le lunghe gambe distese davanti a sé e la chioma
postcoito. Indossa i jeans e la camicia. I Buena Vista
Social Club cantilenano dolcemente in sottofondo dall’iPod
di Christian.
«È buono» dice con ammirazione mentre immerge le
bacchette nel cibo.
Io sono seduta a gambe incrociate accanto a lui. Mangio
con gusto, molto affamata, e ammiro i suoi piedi nudi.
«Di solito sono io che cucino. Kate non è una gran
cuoca.»
«È stata tua madre a insegnarti?»
«No davvero!» esclamo sarcastica. «Quando ho iniziato
a interessarmi alla cucina, mia madre era andata a vivere
con il Marito Numero Tre a Mansfield, in Texas. E Ray, be’,
lui sarebbe andato avanti a toast e cibo da asporto, se non
fosse stato per me.»
Christian mi guarda. «Perché non sei andata in Texas
con tua madre?»
«Steve, suo marito, e io… non andavamo d’accordo. E
mi mancava Ray. Il matrimonio con Steve non è durato
molto. Lei è rinsavita, credo. Non ha mai più parlato di lui»
aggiungo tranquillamente. Credo che quella sia un lato
oscuro della vita di mia madre, di cui non abbiamo mai
discusso.
«Perciò sei rimasta a vivere con il tuo patrigno.»
«Sì.»
«Sembra che tu ti sia presa cura di lui» mi dice
dolcemente.
«Suppongo di sì.» Mi stringo nelle spalle.
«Sei abituata a prenderti cura delle persone.»
Il tono della sua voce attira la mia attenzione e lo guardo.
«Cosa c’è?» gli chiedo, spaventata dalla sua strana
espressione.
«Io voglio prendermi cura di te.» I suoi occhi brillano di
un’emozione senza nome.
La velocità dei battiti del mio cuore mi soffoca.
«L’ho notato» sussurro. «Solo che lo fai in un modo
bizzarro.»
Aggrotta la fronte. «È il solo modo che conosco» dice.
«Sono ancora arrabbiata con te per aver comprato la
SIP.»
Lui sorride. «Lo so, ma la tua rabbia, piccola, non mi
avrebbe fermato.»
«Cosa dirò ai miei colleghi? A Jack?»
Lui stringe gli occhi. «Quello stronzo fa meglio a stare
attento.»
«Christian!» lo ammonisco. «È il mio capo.»
Lui ha lo sguardo ostinato di un ragazzino.
«Non dirglielo» dice.
«Non devo dirgli cosa?»
«Che possiedo la SIP. I termini del contratto sono stati
approvati ieri. C’è il divieto di divulgare la notizia per
quattro settimane, mentre il management della SIP fa alcuni
cambiamenti.»
«Oh… perderò il lavoro?» chiedo allarmata.
«Sinceramente ne dubito» dice lui sarcastico, cercando
di trattenere un sorriso.
Gli rivolgo uno sguardo di rimprovero. «Se dovessi
andarmene e trovare lavoro in un’altra azienda, comprerai
anche quella?»
«Non stai pensando di andartene, vero?» La sua
espressione cambia, diventando diffidente.
«Forse. Non sono sicura che tu mi stia dando molta
scelta.»
«Sì, comprerò anche quell’azienda» dice categorico.
Lo guardo torva. La situazione è senza via d’uscita.
«Non pensi di essere un tantino iperprotettivo?»
«Sì. Sono pienamente consapevole di dare
quest’impressione.»
«Chiama il dottor Flynn» mormoro.
Lui posa la ciotola vuota e mi guarda impassibile.
Sospiro. Non voglio litigare. Mi alzo e prendo la sua
ciotola.
«Vuoi il dolce?»
«Ora sì che ragioniamo!» dice, con un sorriso lascivo.
«Non me.» “Perché non me?” «Abbiamo il gelato.
Vaniglia» ridacchio, maliziosa.
«Davvero?» Il sorriso di Christian si allarga. «Credo che
possiamo inventarci qualcosa con quello.»
“Cosa?” Lo fisso senza parole mentre lui si alza.
«Posso restare?» mi chiede.
«Che cosa intendi?»
«Stanotte.»
«Avevo dato per scontato che lo facessi.»
«Bene. Dov’è il gelato?»
«Nel forno.» Gli sorrido dolcemente.
Lui sospira e scuote la testa. «Il sarcasmo è la forma più
bassa d’ironia, Miss Steele.» Gli brillano gli occhi.
“Oh, merda. Che cos’ha in mente?”
«Potrei sempre rovesciarti sulle mie ginocchia.»
Metto le ciotole nel lavello. «Hai quelle sfere d’argento?»
Lui si tasta il petto, l’addome, e poi le tasche dei jeans.
«Stranamente, non le porto sempre con me. Non ci faccio
molto con quelle in ufficio.»
«Sono lieta di sentirlo, Mr Grey. Pensavo che avessi
detto che il sarcasmo è la forma più bassa d’ironia.»
«Be’, Anastasia, il mio nuovo motto è: “Se non puoi
batterli, unisciti a loro”.»
Lo guardo a bocca aperta. “Non posso credere che
l’abbia detto.” E lui sembra compiaciuto in modo quasi
nauseante mentre mi sorride. Si volta e apre il freezer,
prendendo il barattolo della miglior vaniglia Ben & Jerry’s.
«Questo andrà benissimo.» Mi guarda, gli occhi
fiammeggianti. «Ben & Jerry’s & Ana.» Pronuncia
lentamente ogni parola, scandendo le sillabe.
“Porca miseria.” Credo che la mascella mi sia cascata.
Lui apre il cassetto delle posate e prende un cucchiaio.
Quando alza lo sguardo, ha gli occhi socchiusi e si sta
passando la lingua sui denti. Oh, quella lingua!
Sono senza fiato. Il desiderio, oscuro, strisciante e
lascivo mi scorre nelle vene. Stiamo per divertirci. Con il
cibo.
«Spero che tu abbia caldo» mi sussurra. «Ti raffredderò
con questo. Vieni.» Mi tende la mano, e io gliela prendo.
Andiamo in camera. Lui appoggia il barattolo del gelato
sul comodino, scosta la trapunta dal letto, toglie i cuscini e
li impila sul pavimento.
«Hai lenzuola di ricambio, vero?»
Annuisco, continuando a guardarlo affascinata. Lui
afferra Charlie Tango.
«Non impiastricciarmi il palloncino» lo metto in guardia.
Le sue labbra si piegano in un mezzo sorriso. «Non mi
sognerei mai, piccola, ma voglio impiastricciare te e
queste lenzuola.»
Il mio corpo freme.
«Voglio legarti.»
“Oh.” «Okay» sussurro.
«Solo le mani. Al letto. Ho bisogno che tu stia ferma.»
«Okay» sussurro di nuovo, incapace di dire altro.
Lui mi si avvicina, senza staccare gli occhi dai miei.
«Useremo questa.» Afferra la cintura del mio
accappatoio e, con deliziosa e provocante lentezza, la
sfila.
L’accappatoio si apre, mentre io sono paralizzata dal
suo sguardo ardente. Dopo un attimo lo spinge giù dalle
spalle, facendolo scivolare a terra, ai miei piedi. Rimango
nuda di fronte a lui. Mi sfiora il viso con le nocche, e il suo
tocco si propaga nelle profondità del mio ventre. Si china
su di me e mi dà un rapido bacio sulle labbra.
«Sdraiati sul letto, supina» mormora. I suoi occhi sempre
più intensi bruciano nei miei.
Obbedisco. La stanza è immersa nell’oscurità a parte la
luce tenue dell’abat-jour.
Di solito odio le lampadine a risparmio energetico, sono
così fioche, ma qui nuda, con Christian, apprezzo questa
fievole luce. Lui è in piedi e mi fissa.
«Potrei rimanere a guardarti tutto il giorno, Anastasia»
dice e sale sul letto, mettendosi a cavalcioni sul mio corpo.
«Alza le braccia sopra la testa» mi ordina.
Io lo assecondo e lui mi lega il polso sinistro con la
cintura, di cui poi assicura un’estremità alle sbarre di ferro
del letto. Tira forte, in modo che il mio braccio sinistro sia
piegato su di me. Poi lega la mia mano destra, stringendo
la cintura.
Quando ha finito, mi guarda, visibilmente rilassato. Gli
piace legarmi. In questo modo, non posso toccarlo. Mi
viene in mente che nemmeno le altre sue Sottomesse
devono averlo toccato e, cosa ancora più importante, che
lui non deve aver mai dato loro la possibilità di farlo. Deve
aver sempre mantenuto il controllo e la distanza. Ecco
perché gli piacciono le sue regole.
Scende dal letto e si china per darmi un rapido bacio
sulle labbra, poi si sfila la camicia dalla testa. Si slaccia i
jeans e li lascia cadere a terra.
È meravigliosamente nudo. La mia dea interiore sta
facendo un triplo volteggio sulle parallele asimmetriche, e
io ho improvvisamente la bocca secca. Ha un corpo dalle
linee classiche: spalle larghe e muscolose, fianchi stretti, il
triangolo rovesciato. È ovvio che si tiene allenato. Si
sposta in fondo al letto e mi afferra le caviglie, tirandomi
verso il basso con uno strattone veloce e vigoroso. Adesso
ho le braccia tese e mi è impossibile muovermi.
«Così va meglio» mormora.
Afferra il barattolo del gelato e risale sul letto, mettendosi
di nuovo a cavalcioni del mio corpo. Molto lentamente,
toglie il coperchio dalla confezione e infila il cucchiaio.
«Mmh… è ancora piuttosto duro» dice alzando un
sopracciglio, poi prende una cucchiaiata di gelato e se la
infila in bocca. «Delizioso» mormora, leccandosi le labbra.
«È sorprendente come la buona e semplice vaniglia possa
essere gustosa.» Mi guarda e mi fa l’occhiolino. «Ne vuoi
un po’?» scherza.
Ha un’aria spaventosamente sexy, giovane e
spensierata, mentre sta seduto su di me a mangiare il
gelato: gli occhi brillano, il viso è luminoso. Che diavolo
intende farmi? Ah, se lo sapessi! Annuisco timidamente.
Lui prende un’altra cucchiaiata di gelato e me la porge.
Io apro la bocca, ma lui l’infila nella propria.
«È troppo buono per dividerlo» dice, sorridendo
malizioso.
«Ehi» inizio a protestare.
«Perché, Miss Steele, ti piace la vaniglia?»
«Sì» dico con più forza del previsto e cerco invano di
disarcionarlo.
Lui ride. «Diventiamo irritabili, eh? Io non lo farei se fossi
in te.»
«Gelato» supplico.
«Be’, visto che oggi mi hai compiaciuto così tanto, Miss
Steele…» Si ammorbidisce e mi offre di nuovo una
cucchiaiata di gelato. Stavolta lascia che la mangi.
Mi viene da ridere. Si sta davvero divertendo, e il suo
buonumore è contagioso. Prende un’altra cucchiaiata e me
la mette in bocca, poi lo fa di nuovo. “Okay, ora basta.”
«Mmh. Be’, questo è un modo per assicurarmi che
mangi. Alimentazione forzata. Potrei abituarmici.»
Mi offre l’ennesima cucchiaiata di gelato. Stavolta tengo
la bocca chiusa e scuoto la testa, e lui lascia che il gelato
si sciolga e mi goccioli sulla gola e sul petto. Si china e,
molto lentamente, lo lecca via. Il mio corpo si accende di
desiderio.
«Mmh. È ancora più gustoso su di te, Miss Steele.»
Io do uno strattone ai legacci e il letto cigola in modo
sinistro, ma non ci bado: il desiderio ardente mi sta
consumando. Christian prende dell’altro gelato e me lo fa
sgocciolare sul petto. Poi con il retro del cucchiaio me lo
spalma sui seni e sui capezzoli.
“Oh… è freddo.” I capezzoli si induriscono.
«Freddo?» mi chiede dolcemente Christian e si china di
nuovo per leccare e succhiare il gelato. La sua bocca è
calda.
“Oddio.” È una tortura. Mentre inizia a sciogliersi, il
gelato scorre su di me in rivoli, colando sul letto. Le sue
labbra continuano il lento supplizio, succhiando forte,
stuzzicando dolcemente. “Oh, per favore.” Sto ansimando.
«Vuoi qualcosa?» E prima che io possa accettare o
rifiutare la sua offerta, la sua lingua è nella mia bocca: è
fredda, esperta e sa di Christian e di vaniglia. Deliziosa.
E proprio quando mi sto abituando a questa sensazione,
lui si ritrae e con il cucchiaio colmo traccia una linea al
centro del mio corpo, lungo il mio addome e dentro
l’ombelico, dove si deposita una bella quantità di gelato.
“Oh, questo è ancora più freddo di prima, ma stranamente
brucia.”
«L’hai già fatto prima.» Gli occhi di Christian brillano.
«Devi stare ferma, o ci sarà gelato dappertutto, sul letto.»
Mi bacia i seni e succhia forte i capezzoli, poi segue la
linea del gelato giù per il mio corpo, succhiando e
leccando.
E io ci provo. Provo a stare ferma nonostante l’esaltante
sensazione del freddo combinato con l’ardente tocco di
Christian.
Ma i miei fianchi iniziano a muoversi involontariamente,
roteando a un loro ritmo, avvinti dalla magia della vaniglia.
Lui scivola ancora più giù e comincia a mangiare il gelato
dalla mia pancia, facendo girare la lingua dentro e intorno
al mio ombelico.
Gemo. “Mio Dio.” È freddo, è caldo, è stuzzicante. Lui
non si ferma. Traccia un’altra linea con il gelato, ancora più
giù, sul pube, sul clitoride. Grido forte.
«Zitta adesso» dice Christian in tono gentile mentre la
sua magica lingua si mette al lavoro leccando la vaniglia.
Gemo sommessamente.
«Oh… per favore… Christian.»
«Lo so, piccola, lo so» sospira, mentre la sua lingua
compie la magia. Non si ferma. E il mio corpo si tende
sempre di più. Lui fa scivolare un dito dentro di me, poi un
altro e li muove con agonizzante lentezza, dentro e fuori.
«Ecco qui» mormora, e colpisce ripetutamente la parete
interna della mia vagina senza mai smettere di leccare e
succhiare con voluttà.
Inaspettatamente raggiungo un incredibile orgasmo che
mi stordisce, facendo sparire tutto quello che sta
succedendo al di fuori del mio corpo, mentre io mi
contraggo e gemo. Accidenti, è stato così veloce.
Mi rendo vagamente conto che lui ha smesso di
leccarmi. È sospeso su di me, in ginocchio, e si sta
infilando un preservativo. Poi è dentro di me, duro e veloce.
«Oh, sì!» Geme mentre me lo spinge dentro. È
appiccicoso, ci sono residui di gelato sciolto tra noi. È una
sensazione strana, che quasi mi distrae, ma non ci penso
più di qualche secondo, quando Christian all’improvviso
esce da me e mi gira.
«Così» mormora e rientra bruscamente dentro di me,
ma non inizia a muoversi al suo solito ritmo frenetico. Si
china in avanti, mi libera le mani e mi tira su, in modo che
praticamente io stia seduta su di lui. Muove le mani sui
miei seni, afferrandoli entrambi e titillando gentilmente i
miei capezzoli. Gemo, gettando la testa contro la sua
spalla. Lui strofina il naso sul mio collo, mi morde, mentre
solleva le anche, riempiendomi ancora e ancora, con dolce
lentezza.
«Hai idea di quello che significhi per me?» mi dice in un
sospiro.
«No» ansimo.
Lui sorride, con la bocca sul mio collo, le dita che si
stringono intorno al mio volto, tenendomi forte per un
momento.
«Sì che lo sai. Non ti lascerò andare via.»
Io gemo, mentre lui inizia ad aumentare la velocità.
«Tu sei mia, Anastasia.»
«Sì, tua» dico senza fiato.
«Mi prendo cura di ciò che è mio» sibila e mi morde
l’orecchio.
Io grido.
«Ecco, così, bambina, voglio sentirti.» Mi fa scivolare
una mano intorno alla vita, mentre con l’altra mi afferra il
fianco e si spinge dentro di me con più forza, facendomi
gridare ancora. E attacca il suo ritmo sfiancante. Il suo
respiro si fa sempre più ruvido, spezzato, armonizzandosi
con il mio. Sento il familiare calore che mi sale dentro.
“Ancora!”
Sono tutta sensazioni. Questo è ciò che Christian mi fa:
prende il mio corpo e lo possiede totalmente, tanto che non
riesco più a pensare a nient’altro se non a lui. La sua
magia è potente, inebriante. Sono una farfalla intrappolata
nella sua rete, non ho più né la capacità né la volontà di
scappare. “Sono sua… completamente sua.”
«Avanti, piccola» ringhia tra i denti e al suo segnale, da
brava apprendista stregone quale sono, mi lascio andare,
e veniamo insieme.
Sono accoccolata tra le sue braccia sulle lenzuola
appiccicose. Lui mi preme la fronte sulla schiena, il naso
tra i miei capelli.
«Quello che sento per te mi spaventa» sussurro.
Lui si irrigidisce. «È lo stesso anche per me, piccola»
dice piano.
«Cosa farei se mi lasciassi?» Il pensiero è orribile.
«Non vado da nessuna parte. Non penso che potrei mai
stancarmi di te, Anastasia.»
Io mi volto e lo guardo. La sua espressione è seria,
sincera. Mi protendo e lo bacio delicatamente. Lui sorride
e mi sposta una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
«Non avevo mai provato ciò che ho provato quando mi
hai lasciato, Anastasia. Farei qualsiasi cosa pur di non
sentirmi mai più in quel modo.» Sembra triste, persino
sconvolto.
Lo bacio di nuovo. Vorrei far qualcosa per risollevare il
morale a entrambi, ma è Christian a farlo per me.
«Vieni alla festa d’estate di mio padre, domani? È un
appuntamento annuale a scopo benefico. Ho detto che ci
sarei andato.»
Sorrido, improvvisamente intimidita.
«Certo che ci vengo.» “Cavolo. Non ho niente da
mettermi.”
«Cosa c’è?»
«Niente.»
«Dimmelo» insiste.
«Non so cosa mettermi.»
Christian sembra momentaneamente a disagio.
«Non ti arrabbiare, ma ho ancora tutti quei vestiti per te a
casa mia. Sono certo che ci sono un paio di abiti adatti.»
Faccio una smorfia. «Ah, sì?» mormoro in tono
sarcastico. Non voglio litigare stanotte. Ho bisogno di una
doccia.
La ragazza che mi assomiglia sta di fronte a me, fuori dalla
SIP. Aspetta… Sono io. Sono pallida, sporca, e i vestiti mi
stanno troppo larghi. La fisso. Lei indossa i miei abiti.
Felice, in salute.
“Cos’hai che io non ho?” le chiedo.
“Chi sei tu?”
“Io sono nessuno. E tu chi sei? / Sei nessuno anche tu?”
“Allora siamo in due. Non dirlo! / Si saprebbe in giro,
poi!” Mi sorride, una smorfia lenta e diabolica che si
allarga sul suo volto, ed è talmente agghiacciante che mi
metto a urlare.
«Ana!» Christian mi sta scuotendo per svegliarmi.
Sono così disorientata. “Sono a casa… al buio… a letto
con Christian.” Scuoto la testa nel tentativo di schiarirmi le
idee.
«Piccola, va tutto bene? Stavi facendo un brutto sogno.»
«Oh.»
Accende l’abat-jour, che ci inonda della sua luce fioca.
Mi guarda, il volto incupito dalla preoccupazione.
«La ragazza» mormoro.
«Cosa c’è? Quale ragazza?» mi chiede in tono
rassicurante.
«C’era una ragazza fuori dalla SIP, quando sono uscita
ieri. Sembrava me… ma non proprio.»
Christian si irrigidisce e, a mano a mano che la luce sul
comodino si scalda e si fa più viva, vedo che il suo volto è
diventato livido.
«Quando è successo?» sussurra sgomento. Si tira su a
sedere e mi fissa.
«Quando sono uscita dal lavoro, ieri pomeriggio. Sai chi
è?»
«Sì.» Si passa una mano tra i capelli.
«Chi è?»
Lui stringe le labbra, ma non dice nulla.
«Chi è?» lo incalzo.
«È Leila.»
Deglutisco. La sua ex Sottomessa! Christian me ne ha
parlato prima che facessimo il giro in aliante.
All’improvviso diventa teso. Sta succedendo qualcosa.
«La ragazza che ha messo Toxic sul tuo iPod?»
Lui mi guarda con ansia.
«Sì» risponde. «Ti ha detto qualcosa?»
«Ha detto: “Cos’ha che io non ho?”. E quando le ho
chiesto chi fosse, lei ha risposto: “Io sono nessuno”.»
Christian chiude gli occhi, come se stesse provando
dolore. Cos’è successo? Cosa significa quella ragazza per
lui?
Mi viene la pelle d’oca, mentre una scarica di adrenalina
mi percorre il corpo. “E se significasse molto per lui? Se le
mancasse? Conosco così poco del suo passato… delle
sue relazioni.” Leila deve aver avuto un contratto, dovrebbe
aver fatto ciò che lui voleva, dandogli con piacere ciò di cui
lui aveva bisogno.
“Oh, no… quando io non posso.” Il pensiero mi dà la
nausea.
Christian scende dal letto, si infila i jeans e va nel
soggiorno. Un’occhiata alla sveglia mi dice che sono le
cinque del mattino. Scendo dal letto anch’io, mi metto la
sua camicia bianca e lo seguo.
“Porca miseria, è al telefono.”
«Sì, fuori dalla SIP, ieri… tardo pomeriggio» dice pacato.
Si volta verso di me, mentre raggiungo la cucina, e mi
chiede: «A che ora esattamente?».
«Verso le sei meno dieci?» mormoro. Chi diavolo sta
chiamando a quest’ora? Che cos’ha fatto Leila? Christian
passa l’informazione a chiunque sia all’altro capo della
linea, senza distogliere gli occhi da me. La sua
espressione è cupa e seria.
«Scopri come… Sì… Non l’avrei detto, ma non avrei
neppure pensato che lei potesse fare questo.» Chiude gli
occhi, l’espressione dolente. «Non so come calmarla… Sì,
le parlerò… Lo so… Segui la faccenda e fammi sapere.
Devi solo trovarla, Welch… È nei guai. Trovala.» Chiude la
comunicazione.
«Vuoi un tè?» chiedo. Tè, la risposta di Ray a tutte le
crisi e l’unica cosa che lui sappia fare bene in cucina.
Riempio d’acqua il bollitore.
«A dire il vero, vorrei tornare a letto.» Ma la sua faccia
mi dice che non è per dormire.
«Be’, io ho bisogno di un po’ di tè. Vuoi farmi
compagnia?» Voglio sapere cosa sta succedendo. Non
voglio farmi distrarre dal sesso.
Lui si passa una mano tra i capelli esasperato. «Sì,
grazie» dice, ma si vede che è irritato.
Metto il bollitore sul fuoco e comincio a trafficare con le
tazze e la teiera. La mia ansia ha superato il livello di
guardia. Christian mi parlerà del problema? Oppure dovrò
cavargli le parole di bocca?
Sento i suoi occhi su di me, percepisco la sua
incertezza. La sua rabbia è palpabile. Alzo lo sguardo: i
suoi occhi sono lucidi di apprensione.
«Cosa succede?» chiedo.
Lui scuote la testa.
«Non me lo dirai?»
Lui sospira e chiude gli occhi. «No.»
«Perché?»
«Perché non dovrebbe riguardarti. Non voglio che tu sia
coinvolta in questa cosa.»
«Non dovrebbe riguardarmi, ma mi riguarda. Leila mi ha
trovata e mi ha avvicinata fuori dal mio ufficio. Come sa di
me? Come sa dove lavoro? Credo di avere il diritto di
sapere cosa sta succedendo.»
Lui si passa di nuovo la mano tra i capelli, frustrato. È
come se stesse combattendo una battaglia interiore.
«Per favore» lo prego dolcemente.
La sua bocca diventa una linea dura e lui alza gli occhi al
cielo.
«Okay» dice rassegnato. «Non ho idea di come abbia
fatto Leila a trovarti. Forse ha visto la foto di noi due a
Portland, non lo so.» Sospira, e sento che la sua
frustrazione è diretta a se stesso.
Aspetto pazientemente, versando l’acqua bollente nella
teiera, mentre lui cammina avanti e indietro nella stanza.
Dopo un attimo riprende a parlare.
«Quando ero con te in Georgia, Leila si è presentata nel
mio appartamento senza avvertire e ha fatto una scenata
davanti a Gail.»
«Gail?»
«Mrs Jones.»
«Cosa intendi dire con “ha fatto una scenata”?»
Lui mi fissa torvo, valutando le mie parole.
«Dimmelo. Mi stai nascondendo qualcosa.» Il mio tono è
più energico del dovuto.
Sbatte le palpebre sorpreso. «Ana, io…» si ferma.
«Per favore.»
Sospira, sconfitto. «Ha fatto un goffo tentativo di tagliarsi
le vene.»
«Oh, no!» Questo spiega la benda intorno al polso.
«Gail l’ha portata all’ospedale. Ma Leila si è fatta
dimettere prima che io arrivassi.»
“Oddio. Che cosa significa? Suicidio? Perché?”
«Lo strizzacervelli che l’ha visitata ha detto che il suo è
stato un tipico grido d’aiuto. Non crede che lei sia davvero
a rischio. A un passo dall’ideazione suicidaria, così ha
detto. Ma io non sono convinto. Sto cercando di
rintracciarla da allora per aiutarla.»
«Ha detto niente a Mrs Jones?»
Lui mi guarda. Sembra davvero a disagio.
«Non molto» risponde infine, ma so che non mi sta
dicendo tutto.
Mi distraggo versando il tè nelle tazze. E così Leila vuole
tornare nella vita di Christian e ha scelto un tentativo di
suicidio per attirare la sua attenzione? Accidenti… terribile.
Ma efficace. Christian ha lasciato la Georgia per andare
da lei, ma Leila è scomparsa prima che lui arrivasse? Che
strano.
«Non riesci a trovarla? E i suoi familiari?»
«Non sanno dove sia. Neppure suo marito.»
«Marito?»
«Sì» mi risponde distrattamente. «È sposata da circa
due anni.»
“Cosa?” «Veniva con te mentre era sposata?» “Porca
miseria.” Davvero Christian non ha limiti.
«No! Buon Dio, no. Stava con me più o meno tre anni fa.
Poi se n’è andata e di lì a poco si è sposata.»
“Oh.” «Allora perché sta cercando di attirare la tua
attenzione adesso?»
Lui scuote la testa tristemente. «Non lo so. Tutto quello
che siamo riusciti a scoprire è che è scappata dal marito
circa tre mesi fa.»
«Fammi capire. Lei non è più la tua Sottomessa da tre
anni, vero?»
«Due anni e mezzo.»
«E voleva di più.»
«Sì.»
«Ma tu no.»
«Questo lo sai.»
«Così ti ha lasciato.»
«Sì.»
«Allora perché viene da te adesso?»
«Non lo so.» E dal tono della sua voce capisco che deve
avere almeno una teoria.
«Ma sospetti che…»
Lui socchiude gli occhi, con rabbia percettibile.
«Sospetto che abbia qualcosa a che fare con te.»
Me? Che cosa può volere da me quella donna? “Cos’ha
che io non ho?”
Fisso Christian, magnificamente nudo dalla vita in su. Io
ho lui. È mio. Ecco quello che ho, eppure lei mi assomiglia:
ha i miei stessi capelli scuri e la pelle chiara. Aggrotto la
fronte al pensiero. “Sì… che cos’ho io che lei non ha?”
«Perché non me l’hai detto ieri?» mi chiede lui piano.
«Me ne sono dimenticata.» Mi stringo nelle spalle con
aria di scuse. «Sai, il drink dopo il lavoro, la fine della mia
prima settimana, tu che arrivi al bar con la tua… scarica di
testosterone contro Jack, e poi siamo venuti qui. Mi è
uscito di mente. Hai l’abitudine di farmi dimenticare le
cose.»
«Scarica di testosterone?» Storce la bocca.
«Sì, la gara a chi fa pipì più lontano.»
«Ti faccio vedere io una scarica di testosterone.»
«Non vuoi piuttosto una tazza di tè?»
«No, Anastasia, non la voglio.»
I suoi occhi ardono nei miei, bruciandomi con quello
sguardo da voglio-te-e-ti-voglio-ora. “Dio, se è eccitante.”
«Dimenticati di lei. Vieni.» Mi tende la mano.
Mi sveglio, e sono avvinghiata al corpo nudo di Christian
Grey. Anche se è profondamente addormentato, mi tiene
stretta. La luce morbida del mattino filtra attraverso le
tende. Io ho la testa sul suo petto, una gamba intrecciata
alla sua e un braccio sul suo addome.
Sollevo leggermente la testa, timorosa di svegliarlo.
Sembra giovane e rilassato nel sonno, ed è mio.
“Mmh…” Alzo la mano, e con una certa esitazione gli
accarezzo il torace facendo scorrere le dita sui peli. Lui
non si sveglia. Quasi non posso crederci. È davvero mio,
per alcuni preziosi momenti. Mi chino e gli bacio
teneramente una delle cicatrici. Lui emette un lieve gemito,
ma non si sveglia, e io sorrido. Gliene bacio un’altra e lui
apre gli occhi.
«Ciao.» Gli sorrido, con aria colpevole.
«Ciao.» La sua risposta è guardinga. «Cosa stai
facendo?»
«Ti sto guardando.» Faccio scorrere il dito sulla peluria
dell’addome. Lui mi afferra la mano, stringe gli occhi, poi fa
un bel sorriso da Christian-a-suo-agio, e io mi rilasso. Le
mie carezze segrete rimangono segrete.
“Oh… perché non vuoi che ti tocchi?”
All’improvviso, lui si sposta sopra di me, premendomi
contro il materasso, le mani sulle mie, come un
avvertimento. Strofina il naso sul mio.
«Credo che tu stia combinando qualcosa, Miss Steele»
mi accusa, ma il suo sorriso rimane.
«Mi piace combinare qualcosa, quando ti sono vicina.»
«Davvero?» mi chiede e mi dà un bacio leggero sulle
labbra. «Sesso o colazione?» domanda, con lo sguardo
intenso, ma pieno di buonumore. La sua erezione sta
sprofondando dentro di me, allora io sollevo il bacino per
andargli incontro.
«Ottima scelta» mormora contro il mio collo, mentre
traccia un sentiero di baci fino al mio seno.
Sono in piedi davanti al cassettone, e mi guardo allo
specchio mentre tento di convincere i miei capelli ad
assumere un aspetto decente. Sono troppo lunghi. Indosso
jeans e maglietta, e Christian, fresco di doccia, si sta
vestendo dietro di me. Fisso il suo corpo con aria famelica.
«Quanto spesso ti alleni?» gli chiedo.
«Ogni giorno feriale» mi dice, tirandosi su la cerniera.
«Che cosa fai?»
«Corsa, pesi, kick boxing.» Si stringe nelle spalle.
«Kick boxing?»
«Sì, ho un personal trainer, un ex campione che mi
insegna. Si chiama Claude. È molto bravo. Ti
piacerebbe.»
Mi giro a guardarlo, mentre comincia ad abbottonarsi la
camicia bianca.
«Che cosa vuoi dire?»
«Che ti piacerebbe come personal trainer.»
«Perché avrei bisogno di un personal trainer? Ho già te
per tenermi in forma.»
Lui fa un passo avanti e mi avvolge con le sue braccia. I
suoi occhi diventano più scuri incontrando i miei nello
specchio.
«Ma io ti voglio in forma, piccola, per quello che ho in
mente. Ho bisogno che tu stia al passo.»
Io arrossisco nel ricordare la sua stanza dei giochi. Sì…
La Stanza Rossa delle Torture è sfibrante. Mi ci farà
entrare ancora? E io voglio tornarci?
“Certo che vuoi!” urla la mia dea interiore.
Fisso quei suoi occhi misteriosi e ipnotici.
«Lo so che lo vuoi» dice muovendo appena la bocca.
Arrossisco, e lo sgradevole pensiero che Leila
probabilmente terrebbe il passo scivola insidioso e
inopportuno nella mia mente. Stringo le labbra e Christian
mi guarda.
«Cosa c’è?» mi chiede preoccupato.
«Niente.» Scuoto la testa. «Okay, incontrerò Claude.»
«Davvero?» Il volto gli si illumina per la sorpresa e
l’incredulità. La sua espressione mi fa sorridere. Ha l’aria
di chi ha appena vinto alla lotteria, anche se Christian
probabilmente non ha neppure mai comprato un biglietto.
Non ne ha bisogno.
«Sì, accidenti. Se questo ti fa felice» dico in tono ironico.
Lui mi stringe in un abbraccio e mi bacia sul collo. «Non
sai quanto» sussurra. «Allora, che cosa ti piacerebbe fare
oggi?» Strofina il naso contro di me, provocandomi brividi
deliziosi in tutto il corpo.
«Vorrei andare a tagliarmi i capelli, e mmh… ho bisogno
di depositare un assegno e comprare una macchina.»
«Ah» dice annuendo e si morde il labbro. Si fruga nella
tasca dei jeans ed estrae la chiave della mia piccola Audi.
«È qui» dice piano, l’espressione incerta.
«Cosa significa che è qui?» Sembro arrabbiata.
Accidenti. Sono arrabbiata. “Come osa!”
«Taylor l’ha riportata ieri.»
Apro la bocca e poi la chiudo, per due volte. Mi ha
lasciata senza parole. Mi sta restituendo la macchina.
“Merda. Perché non l’ho previsto?” Be’, questo è un gioco
a cui si può giocare in due. Infilo la mano nella tasca
posteriore dei jeans e tiro fuori la busta con l’assegno.
«Ecco, questo è tuo.»
Christian mi guarda interrogativo, poi riconosce la busta
e alza entrambe le mani facendo un passo indietro.
«Oh, no. Quello è il tuo denaro.»
«No, non lo è. Vorrei comprare la macchina da te.»
La sua espressione cambia completamente. La furia –
sì, la furia – gli attraversa il volto.
«No, Anastasia. I tuoi soldi, la tua macchina» ribatte
secco.
«No, Christian. I miei soldi, la tua macchina. La
comprerò da te.»
«Ti ho dato quella macchina come regalo di laurea.»
«Se mi avessi dato una penna, sarebbe stato un regalo
di laurea opportuno. Invece mi hai dato un’Audi.»
«Vuoi davvero litigare su questa cosa?»
«No.»
«Bene. Eccoti le chiavi.» Le appoggia sul cassettone.
«Non è quello che intendevo!»
«Fine della discussione, Anastasia. Non mi provocare.»
Mi acciglio, poi mi viene un’ispirazione. Prendo la busta,
la strappo in due, poi ancora in due e quindi lascio cadere i
pezzettini nel cestino dei rifiuti. Oh, come mi sento bene!
Christian mi fissa impassibile, ma so che ho appena
acceso la miccia e che dovrei allontanarmi in fretta. Lui si
gratta il mento.
«Sei polemica, come sempre, Miss Steele» dice secco.
Si gira e se ne va nell’altra stanza. Non è la reazione che
mi aspettavo. Prevedevo uno scontro catastrofico. Mi
guardo nello specchio e mi stringo nelle spalle, decidendo
di farmi la coda.
Sono incuriosita. Che cosa sta facendo Christian? Lo
seguo nel soggiorno. È al telefono.
«Sì, ventiquattromila dollari. Direttamente.»
Mi guarda, sempre impassibile.
«Bene… lunedì? Eccellente… No, è tutto, Andrea.»
Chiude il telefono con un colpo secco.
«Depositati sul tuo conto corrente lunedì. Non fare
giochetti con me.» È arrabbiato, ma non m’importa.
«Ventiquattromila dollari!» Sto praticamente urlando. «E
come fai a sapere il mio numero di conto?»
La mia ira coglie Christian di sorpresa.
«So tutto di te, Anastasia» dice pacato.
«La mia macchina non valeva certo ventiquattromila
dollari.»
«L’avrei detto anch’io, ma bisogna conoscere il mercato,
quando si vende o si acquista. Qualche pazzo là fuori
voleva quella trappola mortale ed era disposto a pagarla
quella cifra enorme. A quanto pare è un classico. Chiedilo
a Taylor, se non mi credi.»
Gli lancio uno sguardo torvo e lui fa altrettanto con me:
due pazzi testardi che si fissano in cagnesco.
E sento l’elettricità tra noi… è tangibile e ci attrae l’uno
verso l’altra. Poi, all’improvviso, lui mi afferra e mi spinge
contro la porta. La sua bocca mi reclama famelica, una
mano sul mio sedere mi preme contro il suo inguine e
l’altra sulla mia nuca mi tira indietro la testa. Le mie dita
sono nei suoi capelli e li tirano forte, per tenerlo stretto a
me. Christian preme con decisione il suo corpo contro il
mio, imprigionandomi. Adesso respira affannosamente, e
io lo sento. Mi vuole, e io sono stordita e barcollante per
l’eccitazione mentre mi rendo conto del suo bisogno
impellente di me.
«Perché, perché mi sfidi?» mormora tra un bacio
ardente e l’altro.
Il sangue mi freme nelle vene. Lui mi farà sempre questo
effetto? E io a lui?
«Perché posso.» Sono senza fiato. Più che vederlo,
riesco a sentire il suo sorriso contro il mio collo. Poi lui
preme la fronte sulla mia.
«Dio, quanto vorrei prenderti adesso, ma ho finito i
preservativi. Non sono mai sazio di te. Mi fai impazzire,
letteralmente impazzire, donna.»
«E tu mi fai diventare matta» sussurro io. «In tutti i
sensi.»
Lui scuote la testa. «Vieni. Andiamo a fare colazione
fuori. E conosco un posto dove puoi tagliarti i capelli.»
«Okay» acconsento e, come se niente fosse, la nostra
discussione finisce.
«Questo lo prendo io.» Afferro il conto della colazione
prima che lo faccia lui.
Mi guarda torvo.
«Devi essere veloce da queste parti, Grey.»
«Hai ragione, devo» ribatte acido, ma penso che stia
scherzando.
«Non fare quella faccia. Sono più ricca di
ventiquattromila dollari rispetto a stamattina. Me lo posso
permettere.» Lancio un’occhiata al conto. «Ventidue dollari
e sessantasette centesimi di colazione.»
«Grazie» mi dice a malincuore. Oh, il ragazzino
scontroso è tornato.
«Dove andiamo adesso?»
«Vuoi davvero tagliarti i capelli?»
«Sì, guardali.»
«Per me sei adorabile. Come sempre.»
Arrossisco e abbasso lo sguardo sulle dita intrecciate in
grembo. «C’è la festa di tuo padre stasera.»
«Me lo ricordo. È in abito da sera.»
“Oh, accidenti.” «Dov’è?»
«A casa dei miei genitori. Hanno installato un tendone.
Sai com’è.»
«A chi va la beneficenza?»
Christian si sfrega le mani sulle cosce, visibilmente a
disagio.
«A un programma di recupero dalla droga per genitori
con figli piccoli. Si chiama Affrontiamolo Insieme.»
«Mi sembra una buona causa» dico dolcemente.
«Vieni, andiamo.» Si alza, chiudendo l’argomento, e mi
tende la mano. Quando la prendo, lui stringe le dita intorno
alle mie.
Che strano. È così espansivo in alcuni casi e così chiuso
in altri. Mi porta fuori dal ristorante, e ci avviamo lungo il
marciapiede. È una mattinata piacevolmente tiepida. Il sole
brilla, l’aria profuma di caffè e di pane appena sfornato.
«Dove stiamo andando?»
«Sorpresa.»
“Ah, okay.” In realtà non amo molto le sorprese.
Camminiamo per due isolati, e i negozi diventano
decisamente più esclusivi. Non ho ancora avuto la
possibilità di esplorare la zona, ma è proprio dietro
l’angolo rispetto a dove abito. Kate ne sarà felice: ci sono
un sacco di piccole boutique per soddisfare la sua
passione per la moda. In realtà, avrei bisogno di comprare
qualche gonna ampia per l’ufficio.
Christian si ferma davanti a un grande salone di bellezza
dall’aspetto elegante e apre la porta, facendosi da parte
per lasciarmi entrare. Si chiama Esclava. L’interno è tutto
bianco e pelle. Al bancone della reception, bianco ed
essenziale, è seduta una giovane donna bionda con
un’uniforme bianca inamidata. Alza gli occhi non appena
entriamo.
«Buongiorno, Mr Grey» dice vivace, arrossendo e
sbattendo le palpebre. È l’effetto Grey. Conosce Christian!
Come mai?
«Ciao, Greta.»
E lui conosce lei. Cosa vuol dire?
«Il solito, signore?» chiede lei gentile. Ha un rossetto
rosa acceso.
«No» si affretta a rispondere lui, lanciandomi un’occhiata
nervosa.
Il solito? Che significa?
“Ah, sì! È la Regola numero sei, il maledetto salone di
bellezza. Tutte quelle idiozie sulla ceretta…”
È qui che porta tutte le sue Sottomesse? Forse anche
Leila? Che diavolo dovrei fare?
«Miss Steele ti dirà che cosa vuole.»
Gli lancio un’occhiataccia. Sta applicando le Regole di
nascosto. Ho acconsentito al personal trainer… e ora
questo?
«Perché qui?» sibilo verso di lui.
«Questo posto è mio, e per di più mi piace.»
«È tuo?» esclamo sorpresa. Be’, questo non me
l’aspettavo.
«Sì. È un’attività extra. Comunque, qualsiasi cosa tu
voglia, qui la puoi fare, offre la casa. Tutti i tipi di
massaggio: svedese, shiatsu; pietre calde, riflessologia,
bagni di alghe, trattamenti per il viso, tutta quella roba da
donna tipo… tutto. Qui lo fanno.» Liquida la questione con
un cenno della mano.
«Ceretta?»
Lui ride. «Sì, anche la ceretta. Dappertutto» sussurra con
fare cospiratorio.
«Vorrei tagliarmi i capelli, per favore.»
«Certo, Miss Steele.»
Greta è tutta rossetto rosa ed efficienza teutonica mentre
controlla il computer.
«Franco è libero tra cinque minuti.»
«Franco è fantastico» mi dice Christian, rassicurante.
Sto cercando di farmene una ragione. Christian Grey,
amministratore delegato della Grey Enterprises Holdings
Inc., possiede una catena di saloni di bellezza.
Gli lancio un’occhiata di sottecchi, e all’improvviso lui
sbianca: qualcosa, o qualcuno, ha attirato la sua
attenzione. Mi volto per capire dov’è diretto il suo sguardo,
e vedo che sul fondo del salone è apparsa un’elegante
donna bionda platinata, che chiude una porta dietro di sé e
parla con uno dei parrucchieri.
Biondo Platino è alta, abbronzata, bella, e deve avere
trenta o quarant’anni. È difficile dirlo. Indossa la stessa
uniforme di Greta, ma nera. Ha un’aspetto favoloso. I
capelli, tagliati a caschetto, brillano come un’aureola.
Quando si gira, vede Christian e gli sorride, un sorriso
abbagliante, di affettuoso riconoscimento.
«Scusami» bofonchia Christian in fretta.
Attraversa veloce il salone, oltrepassando i parrucchieri
vestiti di bianco e i lavoranti al lavaggio dei capelli, e la
raggiunge, troppo distante da me perché possa sentire la
loro conversazione. Biondo Platino lo saluta con evidente
affetto, baciandolo su entrambe le guance e posandogli le
mani sugli avambracci. I due parlano animatamente.
«Miss Steele?»
Greta sta cercando di ottenere la mia attenzione.
«Aspetti un momento, per favore.» Osservo Christian,
incantata.
Biondo Platino si volta e mi guarda, e rivolge anche a
me il sorriso abbagliante, come se mi conoscesse. Sorrido
a mia volta, educatamente.
Christian sembra turbato da qualcosa. Stanno
discutendo, e lei annuisce, alza le mani e gli sorride. Lui le
sorride di rimando. È chiaro che si conoscono bene. Forse
hanno lavorato insieme per tanto tempo? Magari è lei che
dirige questo posto. Dopotutto, ha un’aria autorevole.
Poi vengo colpita come da un maglio demolitore e, nel
profondo delle mie viscere, so chi è. È lei. “Favolosa, più
grande, bellissima.”
È Mrs Robinson.

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