Lettura Capitolo 14 ” 50 Sfumature di Nero “

Sfumature, dopo tante attese eccovi il 14° capitolo di 50 Sfumature di nero.

dubbi, così pieno di odio verso se stesso.
Le parole di Elena tornano a tormentarmi. “Lei sa quanto
sei negativo verso te stesso? Riguardo a tutti i tuoi
problemi?”
“Oh, Christian.” La paura mi assale e inizio a balbettare:
«Stavo per suggerire che potrei tornare al mio
appartamento stasera. Non mi hai mai dato tempo…
tempo per riflettere bene sulle cose». Singhiozzo, e un
accenno di cipiglio gli oscura il viso. «Tempo per pensare,
e basta. Ci conosciamo a stento, e tutto questo fardello
che ti porti appresso… Ho bisogno… ho bisogno di tempo
per riflettere. E ora che Leila è… be’, ovunque sia… non è
più là fuori e non è una minaccia… pensavo… pensavo…»
La mia voce si affievolisce e lo guardo fisso. Lui mi
osserva attentamente e credo che mi stia ascoltando.
«Vederti con Leila…» Chiudo gli occhi, mentre il penoso
ricordo della sua interazione con l’ex Sottomessa mi
divora. «È stato un tale shock. Ho avuto una fugace visione
di quella che è stata la tua vita… e…» Abbasso gli occhi
sulle mie dita intrecciate, le lacrime continuano a scorrermi
lungo le guance. «Ha a che fare con il mio non essere
abbastanza per te. È stato un presentimento sulla tua vita,
e ho così tanta paura che ti stanchi di me, e che poi te ne
andrai… e che io finirò come Leila… un’ombra. Ti amo,
Christian, e se tu mi lasci, sarà come vivere in un mondo
senza luce. Vagherò nell’oscurità. Non voglio scappare.
Sono solo spaventata dall’idea che tu mi lasci…»
Mentre pronuncio queste parole, con la speranza che lui
stia ascoltando, mi rendo conto di qual è il mio vero
problema. Non capisco perché gli piaccio. Non ho
mai
capito perché gli piaccio.
«Non capisco perché mi trovi attraente» mormoro. «Tu
sei, be’, tu sei tu… e io…» Mi stringo nelle spalle e lo
guardo. «È solo che non lo capisco. Tu sei bellissimo,
sensuale, di successo, buono, gentile e amorevole… tutte
queste cose. E io no. E non posso fare quello che a te
piace fare. Non posso darti quello di cui hai bisogno.
Come potresti essere felice con me? Come potrei mai
riuscire a tenerti legato a me?» La mia voce è un sussurro,
mentre esprimo le mie più cupe paure. «Non ho mai capito
cosa vedi in me. E osservarti con lei ha portato tutto a
galla.» Tiro su con il naso e mi asciugo le guance con il
dorso della mano, fissando la sua espressione
impassibile.
Oh, è così esasperante. “Parlami, dannazione!”
«Te ne starai qui in ginocchio tutta la notte? Perché lo
farò anch’io!» esclamo.
Mi pare che la sua espressione si ammorbidisca, che lui
sia persino vagamente divertito. Ma è così difficile a dirsi.
Potrei allungare una mano verso di lui e toccarlo, ma
questo sarebbe un enorme abuso della posizione in cui mi
ha messo. Non voglio. Ma non so che cosa vuole, o cosa
sta cercando di dirmi. Proprio non capisco.
«Christian, per favore… per favore… parlami» lo
imploro, torcendomi le mani in grembo. Sto scomoda sulle
ginocchia, ma resto così, fissando i suoi occhi grigi, seri,
bellissimi e aspetto.
E aspetto.
E aspetto.
«Per favore» lo prego ancora una volta.
Il suo sguardo intenso si incupisce all’improvviso. Sbatte
le palpebre.
«Ho avuto così tanta paura» sussurra.
Oh, grazie a Dio! La mia vocina tira un respiro di
sollievo.
“Sta parlando!” Mi sento sommergere da un senso di
gratitudine, e deglutisco, cercando di contenere l’emozione
e il nuovo afflusso di lacrime.
La sua voce è dolce e bassa. «Quando ho visto Ethan
fuori dal palazzo, ho capito che qualcuno ti aveva fatta
entrare nell’appartamento. Taylor e io siamo balzati fuori
dall’auto. Avevamo capito. E vedere lei là, in quello stato,
con te, e armata… Penso di essere morto un migliaio di
volte, Ana. Qualcuno che minaccia la tua vita… La
realizzazione di tutte le mie peggiori paure. Ero così
arrabbiato con lei, con te, con Taylor, con me stesso.»
Scuote la testa, rivelando la sua agonia. «Non sapevo
quanto lei potesse essere instabile. Non sapevo cosa fare.
Non sapevo come avrebbe reagito.» Si ferma e aggrotta la
fronte. «E poi lei mi ha dato la chiave. Aveva l’aria così
contrita. E allora ho saputo quello che dovevo fare.» Fa una
pausa e mi guarda, cercando di misurare la mia reazione.
«Va’ avanti» sussurro.
Lui deglutisce. «Vederla in quello stato, sapere di aver
avuto a che fare in qualche modo con il suo stato…»
Chiude gli occhi un attimo, poi li riapre. «È sempre stata
così maliziosa e vivace.» Rabbrividisce e fa un respiro
aspro, che suona quasi come un singhiozzo. È una tortura
sentirlo così, ma rimango in ginocchio, attenta, bevendo
ogni parola del suo sfogo.
«Avrebbe potuto farti del male. E sarebbe stata colpa
mia.» I suoi occhi vagano altrove, pieni di orrore e
sconcerto. Lui rimane in silenzio.
«Ma non l’ha fatto» sussurro. «E tu non sei responsabile
dello stato in cui si trova, Christian.» Sbatto le palpebre,
incoraggiandolo a continuare.
Poi mi viene in mente che tutto quello che ha fatto è stato
proteggermi, e forse anche Leila, perché tiene anche a lei.
Ma quanto ci tiene a lei? La domanda rimane nella mia
testa, sgradita. Ha detto di amarmi, ma poi è stato così
ruvido quando mi ha buttata fuori dal mio stesso
appartamento.
«Volevo solo che tu andassi via» mormora, con la sua
inquietante abilità di leggermi nel pensiero. «Ti volevo
lontana dal pericolo e… Tu. Proprio. Non. Te. Ne. Andavi.»
sibila a denti stretti e scuote la testa. La sua
esasperazione è palpabile.
Mi guarda attentamente. «Anastasia Steele, sei la donna
più testarda che conosca.» Chiude gli occhi di nuovo e
scuote la testa, incredulo.
“Oh, è tornato.” Faccio un lungo e purificante sospiro di
sollievo.
Lui riapre gli occhi, e la sua espressione è desolata.
Sincera. «Non stavi scappando?» mi chiede.
«No!»
Chiude gli occhi ancora una volta e tutto il suo corpo si
rilassa. Quando li riapre, riesco a vedere il suo dolore e la
sua angoscia.
«Pensavo…» Si ferma. «Questo sono io, Ana. Tutto ciò
che sono… E sono tutto tuo. Che cosa devo fare per fartelo
capire? Per dimostrarti che ti voglio in tutti i modi possibili.
Che ti amo.»
«Anch’io ti amo, Christian, e vederti così…» Singhiozzo
e le lacrime riprendono a scorrere. «Pensavo di averti
spezzato.»
«Spezzato? Me? Oh, no, Ana. Proprio l’opposto.» Mi
prende la mano. «Tu sei la mia ancora di salvezza»
sussurra, e mi bacia le nocche prima di premere il mio
palmo contro il suo.
Con gli occhi spalancati e pieni di paura, tira la mia
mano verso di sé e se l’appoggia al petto, nella zona off-
limits. Il suo respiro accelera. Il cuore gli batte a un ritmo
frenetico, martellando sotto le mie dita. Lui non distoglie gli
occhi dai miei; la sua mascella è tesa, i denti serrati.
Sussulto. “Oh, Christian!” Si sta lasciando toccare. Ed è
come se tutta l’aria nei miei polmoni si fosse vaporizzata.
Andata. Il sangue mi pompa nelle orecchie, mentre il ritmo
del mio cuore accelera per adeguarsi al suo.
Mi libera la mano, lasciandola però sopra al suo petto. Io
fletto leggermente le dita, percependo il calore della sua
pelle sotto la stoffa fine della camicia. Sta trattenendo il
fiato. Non posso tollerarlo. Faccio per togliere la mano.
«No» dice velocemente e copre la mia mano con la sua,
premendosi le mie dita addosso. «Non farlo.»
Incoraggiata da queste parole, mi avvicino, in modo che
le nostre ginocchia si tocchino e lentamente sollevo l’altra
mano, perché sappia esattamente quello che ho intenzione
di fare. I suoi occhi si allargano, ma non mi ferma.
Delicatamente, inizio a slacciargli i bottoni della camicia.
È complicato con una mano sola. I miei occhi non lasciano
i suoi mentre gliela apro, rivelando il torace.
Lui deglutisce, e le sue labbra si schiudono mentre il
respiro si fa più veloce, e sento che il panico cresce in lui,
ma non mi allontana. È ancora in modalità sottomesso?
Non ne ho idea.
Posso? Non voglio fargli del male, né fisicamente né
psicologicamente. La vista di lui che si offriva a me è stata
un campanello d’allarme.
La mia mano indugia, di poco staccata dal suo torace, e
lo fisso… chiedendogli il permesso. Quasi
impercettibilmente, lui piega la testa di lato, facendosi
coraggio in attesa del mio tocco, ed emana tensione, ma
stavolta non è arrabbiato, ha paura.
Esito. Posso davvero fargli questo?
«Sì» dice lui d’un fiato, rispondendo ancora una volta a
una mia domanda inespressa.
Distendo le dita tra i peli del suo petto, accarezzandoli
leggermente, all’altezza dello sterno. Lui chiude gli occhi, e
il suo viso si raggrinzisce, come se stesse provando un
dolore insopportabile. È intollerabile da guardare, perciò
allontano subito le dita, ma lui mi afferra veloce la mano e
la riporta lì con fermezza, piatta sul suo torace nudo, tanto
che i peli mi punzecchiano il palmo.
«No» dice, la voce tesa. «Ne ho bisogno.»
I suoi occhi sono serrati. Dev’essere un’agonia. È
davvero un tormento guardarlo. Con cautela, lascio che le
mie dita gli accarezzino il torace fino al cuore,
meravigliandomi della sensazione di lui e temendo che
questo possa essere un passo falso.
Lui apre gli occhi: sono un fuoco grigio, roventi nei miei.
“Porca miseria.” Il suo sguardo è tagliente, selvaggio, più
che intenso, e il suo respiro è rapido. Il sangue mi ribolle.
Mi sento a disagio.
Non mi ha fermata, perciò faccio scorrere la punta delle
dita sul suo petto. La sua bocca si distende. Sta
ansimando, e non so se per paura o per qualcos’altro.
Desidero baciarlo
da così tanto tempo che mi sporgo
sulle ginocchia e mantengo gli occhi nei suoi per un
momento, rendendo perfettamente chiare le mie intenzioni.
Poi mi piego e delicatamente gli poso un bacio sul cuore,
sentendo la sua pelle calda e profumata sotto le labbra.
Il suo gemito strozzato mi colpisce a tal punto che mi
blocco, nel timore di quello che gli vedrò in faccia. I suoi
occhi sono serrati, ma lui non si è mosso.
«Ancora» sussurra, e io mi piego verso il suo petto di
nuovo, stavolta per baciare una delle sue cicatrici.
Trasalisce, e gliene bacio un’altra, e un’altra. Lui geme
forte, e all’improvviso le sue braccia sono intorno a me, e la
sua mano è tra i miei capelli che mi tira dolorosamente su
la testa, così che le mie labbra incontrino la sua bocca
insistente. Ci baciamo, le mie dita intrecciate nei suoi
capelli.
«Oh, Ana» sospira, e mi stringe e mi tira giù sul
pavimento, sotto di lui. Sollevo le mani per incorniciare il
suo bellissimo volto e, in questo momento, sento le sue
lacrime.
“Sta piangendo… no. No!”
«Christian, per favore, non piangere. Facevo sul serio
quando ho detto che non ti avrei mai lasciato. Sono qui. Se
ti ho dato l’impressione di volermene andare, mi
dispiace… Per favore, per favore, perdonami. Ti amo. Ti
amerò per sempre.»
Incombe su di me, guardandomi in viso, e la sua
espressione è così addolorata.
«Cosa c’è?»
I suoi occhi si dilatano.
«Qual è questo segreto per cui pensi che possa
scappare a gambe levate? Che ti fa credere così
fermamente che me ne andrei?» Lo prego con voce
tremante. «Dimmelo, Christian, per favore…»
Lui si tira su a sedere, incrociando le gambe. Io faccio
altrettanto. Mi chiedo distrattamente se saremo mai in
grado di alzarci dal pavimento. Ma non voglio interrompere
il flusso dei suoi pensieri. Finalmente sta per confidarsi con
me.
Lui mi guarda, e ha un’aria totalmente distrutta. “Oh, no.
Brutto segno.”
«Ana…» Si ferma, cercando le parole, l’espressione
addolorata… Dove diavolo ci porterà tutto questo?
Fa un respiro profondo e deglutisce. «Sono un sadico,
Ana. Mi piace frustare le ragazze brune come te perché
assomigliate alla puttana drogata… alla mia madre.
così sicuro?»
«Lo so e basta. Il pensiero di farti male… in qualsiasi
modo reale… è aberrante per me.»
«Non capisco. E che ne è delle regole? Delle
sculacciate e di tutte le perversioni sessuali?»
Fa scorrere una mano tra i capelli e sembra sul punto di
sorridere, poi invece sospira mestamente. «Parlo di tutta la
merda più pesante, Anastasia. Dovresti vedere cosa
posso fare con un bastone o con un flagellatore.»
La mia bocca si spalanca, stupefatta. «Meglio di no.»
«Lo so. Se tu volessi fare quelle cose, allora andrebbe
bene… Ma non vuoi e io lo accetto. Posso non fare tutte
quelle stronzate con te, se non vuoi. Te l’ho già detto una
volta, hai tutto il potere. E ora, da quando sei tornata, non
sento più quell’impulso.»
Lo fisso a bocca aperta per un attimo cercando di
assorbire tutto questo. «Quando ci siamo incontrati, era
quello che volevi, giusto?»
«Sì, indubbiamente.»
«Come può il tuo impulso sparire e basta, Christian,
come se io fossi una panacea, e tu fossi, diciamo così,
guarito? Non riesco ad afferrarlo.»
Lui sospira ancora una volta. «Non direi guarito… Non
mi credi?»
«È solo che lo trovo… incredibile. Il che è diverso.»
«Se tu non mi avessi lasciato, probabilmente non mi
sentirei così. Il tuo allontanarti da me è stata la cosa
migliore che tu abbia mai fatto… Per noi. Mi ha fatto capire
quanto ti volessi. Solo te. E quando dico che ti vorrei in tutti
i modi possibili, lo intendo davvero.»
Lo guardo. Posso credere a questo? Mi fa male la testa
solo a pensarci, e dentro, nel profondo, mi sento…
svuotata.
«Sei ancora qui. Pensavo che, a questo punto, te ne
saresti già andata» sussurra.
«Perché? Perché potrei pensare che sei uno
psicopatico che fustiga e si scopa le donne che
assomigliano a sua madre? Che cosa ti ha dato
quest’impressione?» sibilo.
Lui sbianca di fronte alle mie parole dure.
«Be’, non l’avrei messa proprio in questi termini, ma…
sì» dice. I suoi occhi sono grandi e feriti.
La sua espressione è pensierosa e rimpiango il mio
sfogo. Aggrotto le sopracciglia, sentendomi pungere dalla
colpa.
“Oh, che cosa farò?” Lo guardo e mi sembra contrito,
sincero… Sembra il solito Christian.
E mi viene in mente la fotografia nella sua camera da
ragazzo, e in questo istante capisco perché quella donna
mi sembrasse così familiare. Assomigliava a lui. Doveva
essere la madre biologica.
Ricordo il modo in cui l’ha liquidata: “Nessuno di
importante…”. È lei la responsabile di tutto questo… E io
le assomiglio…
Lui mi fissa, gli occhi freddi, e so che sta aspettando la
mia prossima mossa. Mi sembra sincero. Ha detto di
amarmi, ma io sono davvero confusa.
È tutto un tale casino. Mi ha rassicurato riguardo a Leila,
ma ora sono più che mai certa di sapere come lei era
capace di eccitarlo. Il pensiero è spiacevole e
sconfortante.
«Christian, sono esausta. Possiamo discuterne domani?
Voglio andare a letto.»
Lui mi guarda e sbatte le palpebre, sorpreso. «Non te ne
vai?»
«Vuoi che me ne vada?»
«No! Pensavo che te ne saresti andata, quando avessi
saputo.»
Il pensiero di tutte le volte in cui lui ha accennato al fatto
che me ne sarei andata una volta che avessi conosciuto i
suoi più oscuri segreti mi saetta nella mente… E ora li
conosco. “Merda. Il Padrone
è
oscuro.”
Dovrei andarmene? Fisso quest’uomo folle che amo. Sì,
amo.
Posso lasciarlo? L’ho fatto una volta, e il dolore ha quasi
devastato me… e lui. Io lo amo. Lo so, nonostante questa
rivelazione.
«Non lasciarmi» sussurra.
«Oh, devo gridarlo forte: no! Non me ne andrò!» urlo ed
è catartico. Ecco, l’ho detto. Non me ne andrò.
«Davvero?» Sgrana gli occhi.
«Cosa devo fare per farti capire che non scapperò?
Cosa posso dire?»
Lui mi guarda, rivelandomi ancora la sua paura e la sua
angoscia. Deglutisce. «Una cosa che puoi fare c’è.»
«Cosa?» chiedo.
«Sposami» sussurra.
“Che cosa? Ha davvero detto…?”
Per la seconda volta in meno di mezz’ora il mio mondo
vacilla.
“Porca miseria.” Fisso l’uomo profondamente devastato
che amo. Non posso credere a quello che ha appena
detto.
“Sposarlo?” Mi sta proponendo di sposarlo? Scherza?
Non posso farci niente… dal profondo mi sfugge una
risatina nervosa, incredula, come un’eruzione. Mi mordo il
labbro superiore per fermarmi prima che diventi una risata
isterica su larga scala, ma fallisco miseramente. Giaccio
supina sul pavimento e mi arrendo, ridendo come non ho
mai riso prima, di una risata fragorosa, catartica e
guaritrice.
E per un momento sono da sola, a guardare dall’alto
questa situazione assurda, una ragazza sopraffatta dalle
risate accanto a un bellissimo uomo disturbato. Mi copro il
viso con il braccio, mentre lacrime calde mi salgono agli
occhi. “No, no… questo è troppo.”
Quando l’isteria svanisce, Christian mi solleva
dolcemente il braccio dal volto. Io mi giro e lo guardo.
Torreggia su di me. La sua bocca ha una piega
amaramente divertita, ma i suoi occhi sono di un grigio
bruciante, forse feriti. “Oh, no.”
Gentilmente mi asciuga una lacrima con le nocche.
«Trovi che la mia proposta sia divertente, Miss Steele?»
“Oh, Christian!” Sollevo una mano e gli accarezzo la
guancia con tenerezza, godendo della sensazione della
sua barba corta sotto le mie dita. Dio, io amo quest’uomo.
«Mr Grey… Christian. Il tuo tempismo è senza
dubbio…» Alzo gli occhi su di lui, non trovando la parola.
Mi fa un piccolo sorriso, ma le rughe intorno ai suoi occhi
mi rivelano che è ferito. Mi colpisce.
«Così mi ferisci, Ana. Mi sposerai?»
Mi siedo e mi protendo verso di lui, appoggiando le
mani sulle sue ginocchia. Fisso il suo viso adorabile.
«Christian, ho incontrato la tua psicotica ex con una pistola,
sono stata cacciata dal mio appartamento, mi sono
ritrovata con te che diventavi un turbine…»
Apre la bocca per parlare, ma io alzo la mano. Lui,
obbediente, richiude la bocca.
«Mi hai appena rivelato qualche informazione
francamente scioccante riguardo a te stesso, e ora mi
chiedi di sposarti.»
Lui muove la testa da una parte e dall’altra, come se
stesse considerando i fatti. È divertito. Grazie al cielo.
«Sì, credo che sia un’analisi giusta e accurata» dice
seccamente.
Scuoto la testa. «Cos’è successo all’appagamento
ritardato?»
«L’ho superato, ora sono un deciso sostenitore
dell’appagamento immediato. Carpe diem, Ana»
mormora.
«Guarda, Christian, ti conosco da circa tre minuti, e ci
sono ancora tante cose che devo sapere. Ho bevuto
troppo, ho fame, sono stanca e voglio andare a letto. Ho
bisogno di riflettere sulla tua proposta, proprio come ho
avuto bisogno di riflettere sul contratto che mi hai dato. E, a
essere sincera…» stringo le labbra per mostrargli il mio
disappunto, ma anche per alleggerire l’atmosfera tra noi
«… non è stata la proposta più romantica del mondo.»
Lui piega la testa di lato e le sue labbra si curvano in un
sorriso. «Un punto per te, Miss Steele» sospira, nella sua
voce c’è un certo sollievo. «Perciò non è un no?»
«No, Mr Grey, non è un no, ma non è neanche un sì. Me
lo chiedi solo perché hai paura, e non ti fidi di me.»
«No, te lo chiedo perché ho finalmente trovato qualcuno
con cui voglio passare il resto della mia vita.»
“Oh.” Il mio cuore manca un battito e, dentro di me, mi
sciolgo. Com’è possibile che, nel mezzo della più bizzarra
delle situazioni, lui riesca a dire le cose più romantiche? La
mia bocca si spalanca per lo stupore.
«Non avrei mai pensato che mi sarebbe capitato»
continua. La sua espressione è un concentrato di sincerità.
Lo guardo a bocca aperta, cercando le parole giuste.
«Posso pensarci… per favore? E pensare anche a tutto
quello che è successo oggi? A quello che mi hai appena
detto? Mi hai chiesto pazienza e fiducia. Bene, chiedo le
stesse cose a te, Grey. Ne ho bisogno adesso.»
I suoi occhi cercano i miei e, dopo un attimo, lui si
protende verso di me e mi sistema una ciocca di capelli
dietro l’orecchio.
«Posso farcela.» Mi bacia velocemente sulle labbra.
«Non molto romantico, eh?» Inarca le sopracciglia e io gli
rispondo scuotendo la testa per ammonirlo. «Cuori e
fiori?» chiede dolcemente.
Io annuisco e lui accenna a un sorriso.
«Hai fame?»
«Sì.»
«Non hai mangiato.» I suoi occhi diventano di ghiaccio e
la sua mascella si indurisce.
«No, non ho mangiato.» Mi siedo sui talloni e lo guardo
con aria indifferente. «Essere cacciata dal mio
appartamento dopo essere stata testimone dell’intima
interazione del mio fidanzato con la sua ex Sottomessa mi
ha considerevolmente guastato l’appetito.» Lo fisso truce e
mi pianto i pugni chiusi sui fianchi.
Christian scuote la testa e si alza in piedi con grazia.
“Oh, finalmente ci spostiamo dal pavimento.” Mi porge la
mano.
«Lascia che ti prepari qualcosa da mangiare» dice.
«Non possiamo andarcene a letto e basta?» mormoro
stancamente mentre metto la mano nella sua.
Mi tira su. Sono indolenzita. Mi guarda dolcemente.
«No, hai bisogno di mangiare. Vieni.» Il Christian
autoritario è tornato, ed è un sollievo.
Mi porta nella zona cucina e mi spinge verso uno
sgabello del bancone, mentre lui va ad aprire il frigo. Do
un’occhiata all’orologio: sono quasi le undici e mezzo.
Domani mattina devo alzarmi per andare al lavoro.
«Christian, non ho poi tanta fame.»
Lui mi ignora apposta, mentre rovista nell’enorme
frigorifero. «Formaggio?» mi chiede.
«Non a quest’ora.»
«Pretzel?»
«Freddi di frigorifero? No» esclamo.
Si volta verso di me e sorride. «Non ti piacciono i
pretzel?»
«Non alle undici e mezzo di sera. Christian, vado a letto.
Puoi startene lì a rovistare nel frigorifero per il resto della
notte, se vuoi. Sono stanca, e ho avuto una giornata fin
troppo impegnativa. Una giornata che vorrei dimenticare.»
Scivolo giù dallo sgabello e lui mi lancia uno sguardo di
rimprovero, ma in questo momento non me ne importa.
Voglio andare a letto. Sono esausta.
«Maccheroni al formaggio?» Solleva una ciotola bianca
coperta da un foglio d’alluminio. Sembra così speranzoso
e tenero.
«Ti piacciono i maccheroni al formaggio?» chiedo.
Lui annuisce entusiasta, e il mio cuore si scioglie.
All’improvviso sembra così giovane. Chi l’avrebbe detto? A
Christian Grey piace il cibo da bambini.
«Ne vuoi un po’?» mi chiede. Non posso resistergli, e
poi sono affamata.
Annuisco e gli faccio un debole sorriso. Il sorriso che mi
fa lui in risposta è mozzafiato. Toglie il foglio d’alluminio
dalla ciotola e la infila nel microonde. Io mi siedo di nuovo
sullo sgabello e osservo quella bellezza che è Mr Christian
Grey, l’uomo che vuole sposarmi, che si muove con grazia
e a suo agio per la cucina.
«Allora sai usare il microonde?» lo prendo in giro
dolcemente.
«Se il cibo è confezionato, di solito riesco a farci
qualcosa. È con quello vero che ho problemi.»
Non riesco a credere che questo sia lo stesso uomo che
era in ginocchio davanti a me nemmeno mezz’ora fa. È il
solito lunatico. Dispone i piatti, le posate e le tovagliette sul
bancone.
«È molto tardi» borbotto.
«Non andare a lavorare domani.»
«Io devo andare a lavorare domani. Il mio capo è in
partenza per New York.»
Christian si acciglia. «Vuoi andarci questo fine
settimana?»
«Ho controllato le previsioni del tempo e pare che
pioverà» dico scuotendo la testa.
«Oh, allora che cosa ti va di fare?»
Il trillo del microonde annuncia che la nostra cena è
riscaldata.
«In questo momento voglio solo affrontare un giorno alla
volta. Tutta questa eccitazione è… sfiancante.» Alzo un
sopracciglio, che lui giudiziosamente ignora.
Christian posa la ciotola tra i nostri due posti e si siede
accanto a me. Pare immerso nei suoi pensieri, distratto.
Distribuisco i maccheroni nei piatti. Hanno un profumo
divino, e mi viene l’acquolina. Improvvisamente ho una
fame da lupo.
«Mi dispiace per Leila» mormora.
«Perché?» Mmh… il sapore dei maccheroni è ottimo
tanto quanto il profumo. Il mio stomaco brontola grato.
«Dev’essere stato uno shock terribile per te trovarla nel
tuo appartamento. Taylor lo aveva controllato prima. È
molto turbato.»
«Non biasimo Taylor.»
«Nemmeno io. È stato fuori a cercarti.»
«Davvero? Perché?»
«Non sapevo dove fossi. Hai lasciato la borsa, il telefono
in macchina. Non potevo neppure rintracciarti. Dove sei
andata?» mi chiede. La sua voce è dolce, ma c’è un
sottofondo inquietante nelle sue parole.
«Ethan e io siamo semplicemente andati nel bar
dall’altra parte della strada. Così potevo guardare cosa
succedeva.»
«Capisco.» L’atmosfera tra noi è cambiata sottilmente.
Non è più leggera.
“Okay, bene… possiamo giocare in due a questo gioco.
Aspetta che ti rendo la pariglia, Christian.” Cerco di
assumere un tono noncurante, volendo alleviare la mia
bruciante curiosità ma temendo la risposta, e chiedo: «E tu
cos’hai fatto con Leila nell’appartamento?».
Lo guardo, e lui si blocca con la forchettata di
maccheroni sospesa a mezz’aria. “Oh, no, questo non va
bene.”
«Vuoi saperlo davvero?»
Un nodo mi stringe lo stomaco e l’appetito sparisce.
«Sì» sussurro. “Lo vuoi? Lo vuoi davvero?” La mia vocina
mostra tutto lo sgomento e l’orrore.
La bocca di Christian si tende in una linea. Lui esita.
«Abbiamo parlato, e le ho fatto un bagno.» La sua voce è
roca. Viso che io non replico, aggiunge in fretta: «E le ho
fatto indossare qualcuno dei tuoi vestiti. Spero che non ti
dispiaccia. Era sporca».
“Accidenti. Le ha fatto il bagno?”
Che cosa inappropriata. Vacillo, fissando i maccheroni
che non ho mangiato. La loro vista adesso mi nausea.
“Cerca di razionalizzarlo” mi suggerisce la vocina. Una
parte del mio cervello sa che Christian lo ha fatto solo
perché Leila era sporca. Ma è troppo dura. La me stessa
fragile e gelosa non riesce a tollerarlo.
All’improvviso voglio piangere. Ma non soccombere alle
lacrime in modo composto, lasciandomi rigare le guance
decorosamente. Voglio ululare alla luna singhiozzando.
Faccio un respiro profondo per sopprimere questo
impulso, ma ho la gola arida e dolorante per il pianto e i
singhiozzi trattenuti.
«Era tutto ciò che potevo fare, Ana» mi dice dolcemente.
«Provi ancora dei sentimenti per lei?»
«No!» esclama, sgomento, e chiude gli occhi, la sua
espressione è angosciata. Io mi volto, fissando il cibo che
mi fa rivoltare lo stomaco. Non sopporto di guardare
Christian.
«L’ho vista così… così diversa, così distrutta. Tengo a
lei, come ogni essere umano tiene a un altro.» Scrolla le
spalle come per togliersi di dosso un ricordo spiacevole.
Accidenti, si aspetta la mia comprensione?
«Ana, guardami.»
Non posso. So che se lo facessi scoppierei a piangere.
Questo è davvero troppo da mandar giù. Sono come una
tanica di benzina traboccante, piena al di là della sua
capacità. Non ci sta più nient’altro. Semplicemente, non ce
la faccio a sopportare qualche altra stronzata. Prenderei
fuoco ed esploderei, e sarebbe orribile. Accidenti!
Christian che si prende cura della sua ex Sottomessa in
un modo così intimo. L’immagine guizza nel mio cervello.
Lui le fa il bagno, maledizione… e lei è nuda. Un brivido
doloroso mi squassa il corpo.
«Ana.»
«Cosa?»
«Non significa niente. È stato come prendersi cura di un
bambino, un bambino distrutto» mormora.
Che diavolo ne sa lui di come ci si prende cura di un
bambino? Quella era una donna con cui ha avuto
un’intensa relazione sessuale depravata.
“Oh, fa male.” Faccio un lungo respiro per riprendere
l’equilibrio. O forse lui si sta riferendo a se stesso. È lui il
bambino distrutto. Questo ha più senso… o forse non ha
affatto senso. Tutto ciò è così folle, e all’improvviso io sono
stanchissima. Ho bisogno di dormire.
«Ana?»
Mi alzo, porto il mio piatto nel lavello, butto gli avanzi
nella pattumiera.
«Ana, per favore.»
Mi giro e lo guardo. «Smettila, Christian! Smettila di dire:
“Ana, per favore!”» gli grido, e le lacrime iniziano a
scorrermi sul viso. «Ne ho abbastanza di tutta questa
merda per oggi. Sto andando a letto. Sono stanca ed
emotivamente provata. Ora lasciami perdere.»
Giro i tacchi e praticamente scappo in camera da letto,
portando con me il ricordo dei suoi grandi occhi che mi
fissano sconvolti. Posso sconvolgerlo anch’io: buono a
sapersi. Mi tolgo i vestiti in fretta e furia, e dopo aver
rovistato nel suo cassetto, tiro fuori una T-shirt e vado in
bagno.
Mi fisso allo specchio, e stento a riconoscermi
nell’ombra scarna, con gli occhi rossi e le guance
chiazzate, che mi fissa. È troppo. Mi affloscio sul
pavimento e mi arrendo all’emozione schiacciante che non
posso più contenere, abbandonandomi a singhiozzi
squassanti e lasciando finalmente scorrere le lacrime
senza controllo.0
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