Lettura capitolo 5 “cinquanta sfumature di nero “

Sfumature. A voi il 5 capitolo di  “cinquanta  sfumature di nero”

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«Greta, con chi sta parlando Mr Grey?» La mia testa, con i
capelli ritti per l’inquietudine, sta cercando di fuggire dal
salone e la vocina interiore mi sta urlando di seguirla. Ciò
nonostante, il mio tono suona abbastanza noncurante.
«Oh, quella è Mrs Lincoln. È la proprietaria del salone
insieme a Mr Grey.» Greta sembra più che lieta di
condividere l’informazione.
«Mrs Lincoln?» Pensavo che Mrs Robinson fosse
divorziata. Forse si è risposata con qualche povero fesso.
«Sì. Di solito non viene, ma uno dei nostri parrucchieri è
malato oggi, così lei lo sostituisce.»
«Sa come si chiama di nome Mrs Lincoln?»
Greta mi guarda, aggrotta la fronte, e poi fa il broncio
con le sue labbra rosa, dubbiosa di fronte alla mia
curiosità. “Merda, forse mi sono spinta troppo oltre.”
«Elena» risponde, quasi riluttante.
Il mio sesto senso per le disgrazie non mi ha
abbandonata, e la cosa mi dà uno strano sollievo.
“Sesto senso per le disgrazie?” La mia vocina interiore è
contrariata. “Radar pedofilia.”
Christian ed Elena stanno ancora discutendo. Lui le
parla concitatamente, e lei sembra preoccupata, annuisce,
fa delle smorfie, e scuote la testa. Allungando una mano, gli
massaggia il braccio come per confortarlo e si morde il
labbro. Annuisce ancora, poi mi guarda e mi fa un sorriso
rassicurante.
Io riesco solo a fissarla impassibile. Penso di essere
sotto shock. Come ha potuto portarmi qui?
Lei mormora qualcosa a Christian, e lui lancia una
rapida occhiata verso di me, quindi si gira e le risponde.
Lei annuisce, e credo che gli stia augurando buona fortuna,
ma non sono molto brava a leggere il labiale.
Lui torna verso di me, con il volto teso per l’ansia. “Ma
bene!” Mrs Robinson torna sul retro, chiudendosi la porta
alle spalle.
Christian mi guarda accigliato. «Stai bene?» mi chiede,
ma la sua voce è tesa, diffidente.
«Veramente no. Perché non mi hai presentata?» La mia
voce è fredda, dura.
Lui rimane a bocca aperta. È come se gli mancasse la
terra sotto i piedi.
«Ma io pensavo…»
«Per essere un uomo intelligente, a volte…» Mi
mancano le parole. «Vorrei andarmene, per favore.»
«Perché?»
«Lo sai perché.» Alzo gli occhi al cielo.
Lui mi fissa, lo sguardo ardente.
«Mi dispiace, Ana. Non sapevo che lei fosse qui. Non
c’è mai. Sta aprendo un nuovo salone al Bravern Center,
ed è lì che va di solito. Ma oggi qui c’è qualcuno malato.»
Io mi volto e mi dirigo verso la porta.
«Non avremo bisogno di Franco, Greta» dice Christian
mentre usciamo. Devo trattenere l’impulso di mettermi a
correre. Vorrei scappare via veloce, lontano. Ho un
disperato bisogno di piangere. Devo assolutamente
allontanarmi da tutte queste stronzate.
Christian cammina accanto a me in silenzio, mentre io
rimugino. Mi stringo le braccia intorno al corpo, come per
proteggermi. Tengo la testa bassa, schivando gli alberi
della Second Avenue. Saggiamente, non tenta di toccarmi.
La mia mente ribolle di domande senza risposta.
Confesserà mai, Mr Evasivo?
«Portavi lì le tue Sottomesse?» chiedo a bruciapelo.
«Qualcuna sì» mi risponde piano, il tono pacato.
«Leila?»
«Sì.»
«Il posto sembra nuovo.»
«È stato ristrutturato recentemente.»
«Ah, ecco. Quindi Mrs Robinson ha conosciuto tutte le
tue Sottomesse.»
«Sì.»
«E loro sapevano di lei?»
«No. Nessuna di loro. Solo tu.»
«Ma io non sono una tua Sottomessa.»
«No, chiaramente no.»
Mi fermo e lo guardo. Ha gli occhi spalancati, impauriti.
Stringe forte le labbra.
«Capisci che gran casino è questo?» Lo fisso, la mia
voce è bassa.
«Sì. Mi dispiace.» Quantomeno si degna di sembrare
mortificato.
«Voglio tagliarmi i capelli, preferibilmente in un posto
dove tu non ti sia scopato lo staff o la clientela.»
Lui sussulta.
«Ora, se vuoi scusarmi…»
«Non stai scappando, vero?» mi chiede.
«No, voglio solo tagliarmi questi dannatissimi capelli. Da
qualche parte dove io possa chiudere gli occhi, mentre
qualcuno mi lava la testa, e dimenticarmi tutto il fardello che
ti porti sempre dietro.»
Lui si passa una mano tra i capelli. «Farò venire Franco
nel mio appartamento, o nel tuo» dice, pacato.
«È una donna molto attraente.»
Lui sbatte le palpebre. «Sì, lo è.»
«È ancora sposata?»
«No. Ha divorziato cinque anni fa.»
«Perché non sei con lei?»
«Perché tra noi è finita. Te l’ho detto.» All’improvviso
aggrotta la fronte. Alza l’indice, poi estrae il BlackBerry
dalla tasca della giacca. Deve avere la modalità vibrazione
perché non l’ho sentito suonare.
«Welch!» esclama secco, poi rimane in ascolto. Siamo
fermi sulla Second Avenue, e io guardo il giovane larice
che ho di fronte, le foglie nuove di un verde brillante.
La gente va e viene intorno a noi, presa dalle faccende
del sabato mattina, senza dubbio immersa nei propri
drammi personali. Mi domando se includano stalker, ex
Sottomesse, stupende ex dominatrici, e un uomo cui
manca il concetto di privacy.
«Morto in un incidente d’auto? Quando?» Christian
interrompe i miei pensieri.
“Oh, no. Chi?” Ascolto più attentamente.
«È la seconda volta che quel bastardo non è disponibile.
Deve saperlo. Non prova proprio nessun sentimento per
lei?» Christian scuote la testa disgustato. «Tutto questo
inizia ad avere un senso… no… spiega perché, ma non
dove.» Si guarda intorno, come per cercare qualcosa, e io
mi ritrovo a fare lo stesso. Non c’è nulla che attiri la mia
attenzione. Ci sono solo le persone che fanno shopping, il
traffico e gli alberi.
«Lei è qui» continua Christian. «Ci sta guardando… sì…
no. Due o quattro, ventiquattr’ore su ventiquattro, sette
giorni su sette… Non ho ancora affrontato l’argomento.»
Christian mi guarda negli occhi.
“Affrontato cosa?” Aggrotto la fronte e lui mi guarda
diffidente.
«Cosa…?» sussurra e impallidisce, spalancando gli
occhi. «Capisco. Quando?… Così recente? Ma come?…
nessuna ricerca sul territorio?… okay. Mandami una mail
con il nome, l’indirizzo e le foto, se le hai… ventiquattr’ore
su ventiquattro, sette giorni su sette, da oggi pomeriggio.
Tieniti in contatto con Taylor.» Christian riaggancia e mette
via il telefono.
«Allora?» chiedo esasperata. Me lo dirà?
«Era Welch.»
«Chi è Welch?»
«Il mio consulente per la sicurezza.»
«Ah. E cos’è successo?»
«Leila ha lasciato il marito circa tre mesi fa ed è
scappata con un tizio, che è morto in un incidente stradale
quattro settimane fa.»
«Oh.»
«Quel coglione di strizzacervelli avrebbe dovuto
scoprirlo» dice rabbioso. «Una seccatura, ecco cos’è.
Vieni.» Mi tende la mano e io la prendo automaticamente,
prima di strapparla via di nuovo.
«Aspetta un attimo. Eravamo nel mezzo di una
discussione su di noi. Su di lei, la tua Mrs Robinson.»
Il volto di Christian si indurisce. «Non è la mia Mrs
Robinson. Possiamo parlarne nel mio appartamento.»
«Non voglio venire nel tuo appartamento. Voglio
tagliarmi i capelli!» grido. Se riuscissi a concentrarmi su
questa sola cosa…
Lui estrae di nuovo il BlackBerry dalla tasca e compone
un numero. «Greta, Christian Grey. Voglio Franco nel mio
appartamento tra un’ora. Chiedi a Mrs Lincoln… Bene.»
Rimette via il telefono. «Arriva subito.»
«Christian…!» esclamo, esasperata.
«Anastasia, è chiaro che Leila ha un esaurimento
nervoso. Non so se sia a me o a te che sta dietro, o quanto
oltre è disposta a spingersi. Adesso andremo a casa tua,
e tu prenderai le tue cose. Potrai stare da me finché non
l’avremo rintracciata.»
«Perché dovrei voler fare una cosa del genere?»
«Perché così potrò proteggerti.»
«Ma…»
Lui mi guarda severo. «Verrai a stare da me, a costo di
trascinartici per i capelli.»
Lo fisso a bocca aperta… È una cosa da non credersi.
Cinquanta Sfumature in Splendido Technicolor.
«Penso che tu stia esagerando.»
«No. Possiamo continuare la discussione nel mio
appartamento. Vieni.»
Incrocio le braccia sul petto e lo guardo torva. Adesso
esagera.
«No» dichiaro testarda. Devo opporre resistenza.
«Puoi camminare, oppure posso caricarti in spalla.
Scegli tu, Anastasia.»
«Non oseresti.» Lo fisso corrucciata. Di certo non farà
una scenata sulla Second Avenue, no?
Lui mi fa un mezzo sorriso, che però non coinvolge gli
occhi.
«Oh, piccola, sappiamo entrambi che se lanci il guanto
della sfida, io sarò più che felice di raccoglierlo.»
Ci fissiamo. Poi, all’improvviso, lui si piega, mi afferra
all’altezza delle cosce e mi solleva. Prima che me ne renda
conto, sono sulla sua spalla.
«Mettimi giù!» grido. Oh, mi fa così bene gridare.
Lui allunga il passo, ignorandomi. Tenendomi ben stretta
con una mano, mi sculaccia con l’altra.
«Christian!» urlo. La gente ci fissa. Potrebbe essere più
umiliante? «Cammino! Cammino!»
Mi mette giù, e prima che riesca a rialzarsi io corro via in
direzione di casa mia, in preda alla rabbia, cercando di
ignorarlo. Ovviamente, lui mi raggiunge in un attimo, ma io
continuo a ignorarlo. Che cosa devo fare? Sono così
arrabbiata, ma non sono neppure sicura della ragione per
cui lo sono così tanto. Ce ne sono un’infinità.
Faccio mentalmente l’elenco:
1. Mi ha presa in spalla. Inaccettabile per chiunque abbia
più di sei anni.
2. Mi ha portata al salone di bellezza di cui è proprietario
insieme alla sua ex amante… Ma quanto può essere
stupido?
3. Lo stesso posto dove portava tutte le sue
Sottomesse… Stessa stupidità all’opera.
4. Non si è neppure reso conto che era una cattiva idea.
E lo si direbbe un ragazzo intelligente!
5. Ha ex fidanzate pazze. Posso biasimarlo per questo?
Sono così furiosa. Sì, posso.
6. Conosce il mio numero di conto corrente. Basterebbe
la metà di una cosa del genere per gridare allo stalking.
7. Ha comprato la SIP: di certo ha più denaro che
buonsenso.
8. Insiste perché stia con lui: la minaccia di Leila
dev’essere peggiore di quanto temesse… Non ne aveva
parlato ieri.
La consapevolezza si fa strada nella mia mente.
Qualcosa è cambiato. Cosa può essere? Mi fermo, e
Christian si ferma con me. «Cos’è successo?» chiedo.
Lui aggrotta le sopracciglia. «Cosa intendi?»
«Con Leila.»
«Te l’ho detto.»
«No, non l’hai fatto. C’è qualcos’altro. Ieri non insistevi
perché venissi a stare da te. Perciò, cos’è successo?»
Lui si sposta da un piede all’altro, a disagio.
«Christian! Dimmelo!» grido.
«Ieri è riuscita a ottenere il permesso di circolare con
un’arma.»
“Oddio.” Lo guardo, sbatto le palpebre, e mi sento
sbiancare, mentre assimilo quella notizia. Potrei svenire. E
se lei volesse ucciderlo? No.
«Significa solo che può comprare una pistola» mormoro.
«Ana» dice lui, la voce preoccupata. Mi mette le mani
sulle spalle, attirandomi a sé. «Non penso che farà una
sciocchezza, ma… è solo che non voglio correre questo
rischio con te.»
«Non con me… E tu?» dico sottovoce.
Lui mi guarda accigliato e io lo stringo in un abbraccio,
premendo il viso contro il suo petto. Lui non sembra
preoccuparsene.
«Torniamo a casa» mormora, si china e mi dà un bacio
sui capelli. Proprio così. Tutta la mia rabbia è sparita, ma
non dimenticata. Si è dissolta sotto la minaccia del
pericolo che incombe su Christian. Il pensiero è
insopportabile.
Preparo una valigia piccola e metto il Mac, il BlackBerry,
l’iPad e Charlie Tango nello zaino.
«Viene anche Charlie Tango?» mi chiede Christian.
Io annuisco e lui mi fa un sorrisetto indulgente.
«Ethan torna giovedì» borbotto.
«Ethan?»
«Il fratello di Kate. Starà qui finché non troverà un altro
appartamento a Seattle.»
Christian ha lo sguardo assente, ma noto il gelo
insinuarsi nei suoi occhi.
«È un bene che tu venga a stare da me, allora. Così lui
avrà più spazio» dice pacatamente.
«Non so se ha le chiavi. Dovrò tornare qui.»
Christian non dice niente.
«È tutto.»
Lui afferra la mia valigia e usciamo. Mentre ci dirigiamo
al parcheggio, sul retro del condominio, mi rendo conto che
mi sto guardando alle spalle. Non so se è la mia paranoia
oppure qualcuno mi sta osservando davvero. Christian
apre la portiera del passeggero dell’Audi e mi guarda con
l’aria di chi aspetta qualcosa.
«Vuoi entrare?» mi chiede.
«Pensavo che avrei guidato io.»
«No, guido io.»
«C’è qualcosa che non va nella mia guida? Non dirmi
che conosci il punteggio del mio esame per la patente…
Non mi sorprenderebbe, viste le tue tendenze da stalker.»
Forse sa che ho passato lo scritto per il rotto della cuffia.
«Entra in macchina, Anastasia» taglia corto, stizzito.
«Okay.» Mi affretto a salire. “Francamente gelido, no?”
Forse anche lui ha la mia stessa brutta sensazione.
Un’oscura sentinella che ci osserva. Be’, una pallida
brunetta con gli occhi castani, che ti assomiglia in modo
inquietante e probabilmente ha una pistola nascosta.
Christian si infila nel traffico.
«Le tue Sottomesse erano tutte castane?»
Lui mi lancia un’occhiata. «Sì» borbotta. Sembra incerto,
e io me lo immagino che pensa: “Dove vuole andare a
parare ora?”.
«Me lo stavo solo domandando.»
«Te l’ho detto. Preferisco le brune.»
«Mrs Robinson non è bruna.»
«Probabilmente è questo il motivo» ringhia. «Mi ha fatto
perdere l’interesse per le bionde.»
«Stai scherzando» esclamo.
«Sì, sto scherzando» replica, esasperato.
Io fisso impassibile fuori dal finestrino, scorgendo brune
dappertutto. Nessuna di loro è Leila, però.
E così a lui piacciono solo le brune. Mi domando perché.
È stata davvero Mrs Straordinariamente-Affascinante-
Invece-di-Essere-Vecchia Robinson a fargli rinunciare alle
bionde? Scuoto la testa. Christian Rompicapo Grey.
«Parlami di lei.»
«Che cosa vuoi sapere?» Christian aggrotta la fronte. Il
suo tono di voce dovrebbe mettermi in guardia.
«Parlami del vostro accordo commerciale.»
Lui si rilassa visibilmente, contento di parlare di lavoro.
«Sono un socio accomandante. Non ho un interesse
particolare per il business della bellezza, ma lei ne ha fatto
un’impresa di successo. Io mi sono limitato a metterci i
soldi per aiutarla a iniziare.»
«Perché?»
«Glielo dovevo.»
«Oh!»
«Quando mi sono ritirato da Harvard, lei mi ha prestato
centomila dollari per iniziare l’attività.»
“Accidenti… è anche ricca.”
«Ti sei ritirato dall’università?»
«Non faceva per me. Ho fatto due anni. Sfortunatamente,
i miei genitori non sono stati così comprensivi.»
Mr Grey e la dottoressa Grace Trevelyan che
disapprovano, non riesco a immaginarmelo.
«Non mi sembra che tu abbia fatto poi tanto male a
lasciare. Che cosa studiavi?»
«Politica ed economia.»
“Mmh… numeri.”
«E così lei è ricca?» mormoro.
«Era un’annoiata moglie trofeo, Anastasia. Suo marito
era facoltoso, un magnate del legno.» Fa un ghigno
crudele. «Non le permetteva di lavorare, la controllava
sempre. Alcuni uomini sono così.» Mi lancia un rapido
sorriso di traverso.
«Davvero? Un uomo che vuole controllare tutto! È di
sicuro una creatura mitologica!» Non potrei essere più
sarcastica.
Il ghigno di Christian si fa più ampio.
«Ti ha prestato il denaro di suo marito?»
Lui annuisce e un sorrisetto malizioso gli compare sulle
labbra.
«È terribile.»
«Lui si è rifatto» dice Christian cupo, mentre entra nel
garage sotterraneo dell’Escala.
“Oh?” «Come?»
Christian scuote la testa, come se il ricordo fosse
particolarmente amaro, e parcheggia accanto al SUV Audi.
«Vieni. Franco sarà qui a momenti.»
In ascensore Christian mi guarda. «Sei ancora arrabbiata
con me?» mi chiede con naturalezza.
«Molto.»
Lui annuisce. «Okay» dice e guarda davanti a sé.
Quando arriviamo nell’atrio, Taylor ci sta aspettando.
Come fa a essere sempre nel posto giusto al momento
giusto? Mi prende la borsa.
«Welch si è messo in contatto con te?» gli chiede
Christian.
«Sì, signore.»
«E?»
«È tutto pronto.»
«Ottimo. Come sta tua figlia?»
«Bene, grazie, signore.»
«Perfetto. Tra poco arriverà un parrucchiere. Franco De
Luca.»
«Miss Steele» Taylor mi fa un cenno di saluto con la
testa.
«Salve, Taylor. Ha una figlia?»
«Sì, signora.»
«Quanti anni ha?»
«Sette.»
Christian mi guarda impaziente.
«Vive con sua madre» chiarisce Taylor.
«Oh, capisco.»
Taylor mi sorride. Questo non me l’aspettavo. Taylor è
padre? Seguo Christian nel salone, incuriosita da
quell’informazione.
«Hai fame?»
Scuoto la testa. Christian mi guarda per un attimo e
decide di non litigare.
«Devo fare qualche telefonata. Fa’ come se fossi a casa
tua.»
«Okay.»
Scompare nel suo studio, lasciandomi lì impalata in
quella grande galleria d’arte che chiama casa, a
domandarmi cosa fare di me stessa.
“Vestiti!” Prendo lo zaino e salgo al piano di sopra, nella
mia camera, per dare un’occhiata alla cabina armadio. È
sempre piena di vestiti: tutti nuovi di zecca, con il cartellino
del prezzo ancora attaccato. Tre vestiti da sera lunghi, tre
abiti da cocktail, e tre per tutti i giorni. Il tutto deve essergli
costato una fortuna.
Guardo il prezzo di uno degli abiti da sera: 2998 dollari.
“Accidenti!” Crollo a sedere sul pavimento.
Questa non sono io. Mi prendo la testa tra le mani e
cerco di ragionare sulle ultime ore. È stancante. Perché,
oh, perché mi sono innamorata di qualcuno che è
evidentemente bellissimo, terribilmente sexy, più ricco di
Creso e matto come un cavallo?
Estraggo il BlackBerry dallo zaino e chiamo mia madre.
«Ana, cara! Quanto tempo. Come stai, tesoro?»
«Oh, sai…»
«Cosa c’è che non va? Ancora non funziona con
Christian?»
«Mamma, è complicato. Credo che sia pazzo. Questo è
il problema.»
«Raccontami. Gli uomini… A volte è impossibile capirli.
Bob si sta chiedendo se il nostro trasferimento in Georgia
sia stato un bene.»
«Cosa?»
«Sì, parla di tornare a Las Vegas.»
Oh, qualcun altro ha dei problemi. Non sono l’unica.
Christian appare sulla porta. «Eccoti. Pensavo che fossi
scappata.» Il suo sollievo è evidente.
Alzo la mano per indicargli che sono al telefono. «Scusa,
mamma. Devo andare. Ti richiamo presto.»
«Okay, tesoro. Abbi cura di te. Ti voglio bene!»
«Anch’io ti voglio bene, mamma.»
Riaggancio e guardo Christian. Lui aggrotta la fronte,
con l’aria stranamente imbarazzata.
«Perché ti stai nascondendo qui dentro?» mi chiede.
«Non mi sto nascondendo. Mi sto disperando.»
«Disperando?»
«Per tutto questo, Christian.» Con la mano gli indico i
vestiti.
«Posso entrare?»
«È la tua cabina armadio.»
Lui aggrotta ancora la fronte e si siede incrociando le
gambe, davanti a me.
«Sono solo vestiti. Se non ti piacciono, li riporterò
indietro.»
«Sei un peso considerevole da sopportare, lo sai?»
Lui si gratta il mento… Il suo mento ispido. Le mie dita
smaniano di poterlo toccare.
«Lo so. Sono insopportabile» bofonchia.
«Sì, davvero.»
«Come te, Miss Steele.»
«Perché fai tutto questo?»
Il suo sguardo si fa diffidente. «Lo sai il perché.»
«No, non lo so.»
Lui si passa una mano tra i capelli. «Sei una donna
frustrante.»
«Potresti avere una bella bruna Sottomessa. Una che
dice: “Quanto in alto?” ogni volta che tu le chiedi di saltare,
sempre, ovviamente, che abbia il permesso di parlare.
Allora perché io, Christian? Non riesco a capire.»
Lui mi guarda per un momento, e io non ho idea di cosa
gli passi per la testa.
«Mi hai fatto vedere il mondo in modo diverso,
Anastasia. Tu non mi vuoi per i miei soldi. Tu mi hai dato…
speranza» mi dice piano.
Cosa? Mr Criptico è tornato. «Speranza per cosa?»
Lui si stringe nelle spalle. «Di più.» La sua voce è bassa
e tranquilla. «E hai ragione: sono abituato al fatto che le
donne facciano esattamente quello che dico e quando lo
dico, e facciano sempre quello che voglio. Si invecchia in
fretta. C’è qualcosa in te, Anastasia, che mi attrae a un
livello profondo, che non riesco a capire. È il canto di una
sirena. Non posso resisterti, e non voglio perderti.» Mi
prende la mano. «Non scappare, ti prego. Abbi un po’ di
fiducia in me e un po’ di pazienza. Per favore.»
Sembra così vulnerabile… “È inquietante.” Mi metto in
ginocchio e mi protendo per baciarlo dolcemente sulle
labbra.
«Okay. Fiducia e pazienza, posso sopportarlo.»
«Bene. Perché Franco è qui.»
Franco è piccolo, scuro e gay. Lo adoro dal primo istante.
«Che magnifici capelli!» esclama in un bizzarro, e
probabilmente falso, accento italiano. Scommetto che è di
Baltimora o giù di lì, ma il suo entusiasmo è contagioso.
Christian ci guida verso il bagno, esce in fretta e ritorna
con una sedia.
«Ora vi lascio» mormora.
«Grazie, Mr Grey.» Franco si volta verso di me. «Bene,
Anastasia, cosa possiamo fare per te?»
Christian è seduto sul divano, a spulciare quelli che
sembrano fogli di calcolo. Musica classica, dolce e
melodiosa, si diffonde nel salone. Una donna canta
appassionatamente, mettendo l’anima nella canzone.
Toglie il fiato. Christian alza gli occhi e sorride,
distraendomi dall’ascolto.
«Vedi? Te lo dicevo, gli piace» dice Franco, entusiasta.
«Sei adorabile, Ana» dice Christian, con l’aria di
apprezzare.
«Il mio lavoro è finito» esclama Franco.
Christian si alza e viene verso di noi. «Grazie, Franco.»
Franco si gira, mi afferra e mi stringe in un abbraccio
travolgente, baciandomi su entrambe le guance. «Non
lasciare mai che nessun altro ti tagli i capelli, bellissima
Ana!»
Rido, leggermente imbarazzata per la familiarità dei suoi
modi. Christian lo accompagna nell’atrio, alla porta, e
ritorna qualche momento dopo.
«Sono contento che tu li abbia tenuti lunghi» dice
camminando verso di me, gli occhi luminosi. Prende una
ciocca tra le dita.
«Sono così morbidi» mormora, guardandomi. «Sei
ancora arrabbiata con me?»
Io annuisco e lui sorride.
«Per quale motivo di preciso sei arrabbiata con me?»
Alzo gli occhi al soffitto. «Vuoi l’elenco?»
«C’è un elenco?»
«Un lungo elenco.»
«Ne possiamo discutere a letto?»
«No.» Gli faccio il broncio come una bambina.
«A pranzo, allora. Sono affamato, e non solo di cibo.» Mi
rivolge un sorriso lascivo.
«Non mi lascerò abbindolare dalle tue abilità sessuali.»
Lui trattiene un sorriso. «Che cosa ti dà fastidio nello
specifico, Miss Steele? Sputa il rospo.»
“Okay.”
«Cosa mi dà fastidio? Be’, la tua clamorosa invasione
della mia privacy e il fatto che mi porti nel salone di
bellezza dove lavora la tua ex padrona e dove portavi tutte
le tue amanti per farsi fare la ceretta; inoltre mi hai
maltrattata per la strada, come se avessi sei anni. E,
soprattutto, hai lasciato che la tua Mrs Robinson ti
toccasse!» La mia voce sale in un crescendo.
Lui inarca le sopracciglia, e il suo buonumore svanisce.
«È un bell’elenco. Ma, giusto per chiarire un punto: lei
non è la mia Mrs Robinson.»
«Può toccarti» ripeto.
Lui fa una smorfia. «Sa dove farlo.»
«Che cosa significa?»
Lui si passa entrambe le mani tra i capelli e chiude gli
occhi un istante, come se cercasse una sorta di aiuto
divino. Deglutisce.
«Tu e io non abbiamo regole. Non ho mai avuto una
relazione senza regole, e non so mai dove mi toccherai. Mi
rende nervoso. Il tuo tocco completamente…» Si ferma,
cercando le parole. «È solo che significa di più… così
tanto di più.»
“Di più?” La sua risposta, completamente inaspettata, mi
stende, e ci sono di nuovo quelle parole, semplici ma
ricche di significato, sospese tra noi.
Il mio tocco significa… di più. “Accidenti.” Come posso
resistergli quando parla così? I suoi occhi grigi cercano i
miei, mi scrutano in apprensione.
Esitante, allungo un braccio e l’apprensione diventa
allarme. Christian si tira indietro e io lascio cadere il
braccio.
«Limiti assoluti» sussurra in fretta, lo sguardo dolente e
allarmato.
Non posso fare a meno di provare una forte delusione.
«Come ti sentiresti se non potessi toccarmi?»
«Devastato e defraudato» risponde senza esitazione.
“Oh, il mio Mr Cinquanta Sfumature.” Scuoto la testa e gli
offro un piccolo sorriso rassicurante. Lui si rilassa.
«Un giorno devi dirmi esattamente perché c’è questo
limite assoluto, per favore.»
«Un giorno» dice piano e sembra liberarsi della propria
vulnerabilità in una frazione di secondo.
Come può cambiare così repentinamente? È la persona
più volubile che conosca.
«Allora, il resto del tuo elenco. Invasione della privacy…»
Le sue labbra si incurvano mentre ci riflette. «Perché
conosco il tuo numero di conto corrente?»
«Sì, è inammissibile.»
«Faccio ricerche sulla vita privata di tutte le mie
Sottomesse. Ti farò vedere.» Si gira e va verso il suo
studio.
Io lo seguo diligente, sbalordita. Da uno schedario
estrae una cartelletta. Stampato sull’etichetta c’è: ANASTASIA
ROSE STEELE.
“Porca miseria.” Lo fisso torva.
Lui si stringe nelle spalle, come per scusarsi. «Puoi
tenerla» dice piano.
«Be’, accidenti, grazie» replico seccamente. Do una
scorsa al contenuto. Ci sono una copia del mio certificato
di nascita, oddio, i miei limiti assoluti, il mio accordo di
riservatezza, il contratto – accidenti – il mio numero di
previdenza sociale, il curriculum, le esperienze di lavoro.
«Perciò sapevi che lavoravo da Clayton?»
«Sì.»
«Non è stata una coincidenza. Non sei capitato lì per
caso, vero?»
«No.»
Non so se essere arrabbiata o lusingata.
«Questa è una stronzata. Lo sai, vero?»
«Io non la vedo in questo modo. Con quello che faccio,
devo essere cauto.»
«Ma queste sono cose private.»
«Non faccio mai un uso improprio delle informazioni.
Sono dati che tutti possono ottenere se si applicano un po’,
Anastasia. Per avere il controllo, ho bisogno di
informazioni. È così che ho sempre fatto.» Mi guarda, la
sua espressione è cauta e imperscrutabile.
«Tu fai un uso improprio delle informazioni. Hai
depositato ventiquattromila dollari che non volevo sul mio
conto.»
La sua bocca si stringe in una linea dura. «Te l’ho detto.
È quanto Taylor ha ricavato dalla tua macchina. È
incredibile, lo so, ma è così.»
«Ma l’Audi…»
«Anastasia, hai idea di quanti soldi guadagno?»
Arrossisco. Ovviamente no. «Perché dovrei? Non ho
bisogno di sapere il saldo del tuo conto corrente,
Christian.»
Il suo sguardo si addolcisce. «Lo so. È una delle cose
che amo di te.»
Io lo guardo scioccata. “Che ama di me?”
«Anastasia, io guadagno circa centomila dollari all’ora.»
Rimango a bocca aperta. È una quantità mostruosa di
soldi.
«Ventiquattromila dollari non sono niente. La macchina, i
volumi di Tess dei d’Urberville, i vestiti, non sono niente.»
La sua voce è vellutata.
Lo guardo. Lui davvero non capisce. Straordinario.
«Se fossi in me, come ti sentiresti di fronte a tutta questa
munificenza che ti viene imposta?» gli domando.
Lui mi rivolge uno sguardo vacuo, ed ecco il suo
problema in una parola: empatia, o la mancanza di essa.
Silenzio tra noi.
Alla fine lui scrolla le spalle. «Non lo so» dice, e sembra
genuinamente divertito.
Il mio cuore si gonfia. Ci siamo. Qui sta il punto cruciale
delle sue Cinquanta Sfumature. Non riesce a mettersi nei
miei panni. Bene, ora lo so.
«Non mi fa sentire bene. Voglio dire, tu sei molto
generoso, ma mi fai sentire a disagio. Te l’ho già detto.»
Lui sospira. «Io voglio darti il mondo, Anastasia.»
«Io voglio solo te, Christian. Non mi interessano gli
accessori.»
«Sono inclusi nel pacchetto. Fanno parte di quello che
sono.»
“Oh, qui non se ne esce.”
«Possiamo mangiare?» chiedo. La tensione tra noi è
sfibrante.
Lui si acciglia. «Certo.»
«Cucino io.»
«Bene. Altrimenti c’è del cibo nel frigo.»
«Mrs Jones non viene nel weekend? Perciò tu mangi
soprattutto cose fredde nel fine settimana?»
«No.»
«Non capisco.»
Lui sospira. «Le mie Sottomesse cucinano, Anastasia.»
«Ah, già.» Arrossisco. Come posso essere così
stupida? Gli sorrido dolcemente. «Cosa gradisce
mangiare, signore?»
Lui mi fa un sorrisetto. «Qualunque cosa la signora
riesca a trovare» dice cupamente.
Ispeziono l’impressionante contenuto del frigo, e decido
per un’omelette alla spagnola. Ci sono anche delle patate
fredde. Perfetto. È veloce e facile. Christian è ancora nel
suo studio, senza dubbio a invadere la privacy di qualche
ignaro poveraccio per compilarne il dossier. Il pensiero è
spiacevole e mi lascia l’amaro in bocca. Non so cosa
pensare. Davvero non conosce limiti.
Ho bisogno di un po’ di musica, se devo cucinare, e
cucinerò in modo non sottomesso! Vado verso il camino
dove si trova l’iPod di Christian e lo prendo. Scommetto
che contiene molte canzoni scelte da Leila. La sola idea mi
terrorizza.
“Lei dov’è?” mi domando. “Che cosa vuole?”
Rabbrividisco. Che brutta storia! Non riesco a
capacitarmene.
Faccio scorrere la lunga lista. Voglio qualcosa di
positivo. “Mmh… Beyoncé. Non mi sembra che rientri nei
gusti di Christian. Crazy in Love. Oh, sì! Molto adatta.”
Schiaccio il pulsante per riprodurre il brano e alzo il
volume.
Torno in cucina ancheggiando, tiro fuori una terrina, apro
il frigo e prendo le uova. Le rompo e inizio a sbatterle con il
frullino, mentre ballo.
Con una nuova incursione nel frigo, prendo patate,
prosciutto, e… sì!, piselli dal freezer. Fa tutto al caso mio.
Sistemo una padella sul fornello, ci verso dentro un po’ di
olio d’oliva e riprendo a sbattere le uova.
“Nessuna empatia” rifletto. Vale solo per Christian?
Forse tutti gli uomini sono così, sconcertati dalle donne.
Non lo so. Forse non è poi una grande rivelazione.
Vorrei che Kate fosse qui. Lei lo saprebbe. È stata fin
troppo a Barbados. Dovrebbe tornare a casa alla fine della
settimana, dopo l’ulteriore vacanza con Elliot. Mi domando
se sia ancora libidine a prima vista tra loro.
“Una delle cose che amo di te.”
Smetto di sbattere le uova. L’ha detto. Significa che ci
sono altre cose? Sorrido per la prima volta da quando ho
visto Mrs Robinson: un sorriso sincero, sentito, totale.
Christian mi avvolge tra le sue braccia, facendomi
sussultare.
«Interessante scelta musicale» mi sussurra dietro
l’orecchio, come un gatto che fa le fusa. «Sai di buono.»
Strofina il naso contro i miei capelli, inspirando a fondo.
Il desiderio si irradia nel mio ventre. “No.” Mi libero dal
suo abbraccio.
«Sono ancora arrabbiata con te.»
Lui aggrotta la fronte. «Per quanto tempo hai intenzione
di continuare?» mi chiede, passandosi una mano tra i
capelli.
Mi stringo nelle spalle. «Almeno finché avremo
mangiato.»
Increspa le labbra, divertito. Voltandosi, prende il
telecomando dal bancone e spegne la musica.
«Hai messo tu quella canzone sul tuo iPod?» chiedo.
Lui scuote la testa, la sua espressione si rabbuia, e so
che è stata lei. La Ragazza Fantasma.
«Non credi che stesse cercando di dirti qualcosa?»
«Be’, con il senno di poi, probabilmente sì» risponde
calmo.
Come volevasi dimostrare. Niente empatia.
«Perché è ancora nell’iPod?»
«È una canzone che mi piace abbastanza. Ma se ti
infastidisce la tolgo.»
«No, va bene. Mi piace ascoltare musica quando
cucino.»
«Che cosa ti piacerebbe ascoltare?»
«Sorprendimi.»
Lui si dirige verso l’iPod, mentre io torno al frullino.
Qualche momento dopo la voce morbida e
appassionata di Nina Simone riempie la stanza. È una
delle preferite di Ray: I Put a Spell on You.
Avvampo e mi volto per guardare Christian. Cosa sta
cercando di dirmi? Mi ha stregata molto tempo fa. Oddio…
il suo sguardo è cambiato, la leggerezza se n’è andata, i
suoi occhi sono più cupi, intensi.
Lo guardo ammaliata mentre lentamente, come il
predatore che è in lui, viene verso di me al ritmo voluttuoso
della musica. È scalzo, indossa una camicia bianca
aperta, i jeans e il suo sguardo è ardente.
Nina canta “Sei mio” quando Christian mi raggiunge: le
sue intenzioni sono chiare.
«Christian, per favore» sussurro, il frullino è di troppo
nelle mie mani.
«Per favore cosa?»
«Non farlo.»
«Fare cosa?»
«Questo.»
Mi sta di fronte e mi guarda.
«Sei sicura?» mormora, poi si china e mi toglie il frullino
di mano, mettendolo nella ciotola con le uova. Ho il cuore in
gola. Non voglio questo… sì, lo voglio… disperatamente.
Lui è così irritante, così sensuale e desiderabile. Distolgo
lo sguardo dai suoi occhi ammaliatori.
«Ti voglio, Anastasia» mormora. «Amo e odio, e amo
discutere con te. È una cosa del tutto nuova. Ho bisogno di
sapere che stiamo bene. È il solo modo che conosco.»
«I miei sentimenti per te non sono cambiati» sussurro.
La sua vicinanza è travolgente, inebriante. La familiare
attrazione è lì, tutte le mie sinapsi mi spingono verso di lui,
la mia dea interiore è al massimo della libidine. Fisso il
ciuffo di peli che sporge dalla sua camicia aperta, mi
mordo il labbro, impotente, trascinata dal desiderio. Voglio
assaggiarlo in quel punto.
Lui è così vicino, ma non mi tocca. Il suo calore mi
riscalda la pelle.
«Non ti toccherò finché non mi dirai di sì» dice piano.
«Ma ora come ora, dopo una mattinata davvero schifosa,
vorrei soltanto sprofondare dentro di te e dimenticare tutto
a parte noi.»
“Oddio… Noi.” Una combinazione magica, un pronome
piccolo ma potente che conclude l’affare. Alzo la testa per
fissare il suo volto bellissimo ma serio.
«Ti toccherò la faccia» sussurro, e vedo la sorpresa
riflettersi per un attimo nel suo sguardo, prima che lui
approvi.
Alzo la mano, gli accarezzo la guancia, faccio scorrere le
dita sui peli del mento. Lui chiude gli occhi e sospira,
appoggiando il viso al mio palmo.
Lentamente, si china, e le mie labbra automaticamente
si sollevano per incontrare le sue. È sopra di me.
«Sì o no, Anastasia?» sussurra.
«Sì.»
La sua bocca si chiude dolcemente sulla mia,
blandendola, inducendo le labbra ad aprirsi mentre le sue
braccia mi stringono, attirandomi verso di lui. Una mano mi
accarezza, le sue dita si immergono nei capelli e li tirano
gentilmente sulla nuca, mentre l’altra è aperta sulla mia
schiena e mi spinge contro di lui. Gemo sommessamente.
«Mr Grey.» Taylor fa un paio di colpi di tosse, e Christian
mi lascia immediatamente.
«Taylor» dice, la sua voce è gelida.
Io mi giro e vedo un Taylor a disagio, sulla soglia del
salone. Lui e Christian si guardano, una comunicazione
silenziosa passa tra loro.
«Nel mio studio» ordina Christian, secco, e Taylor
attraversa la stanza a passo svelto.
«Lo spettacolo è solo rimandato» mormora Christian
verso di me prima di seguire Taylor fuori.
Io faccio un respiro profondo, per riprendere l’equilibrio.
Non posso resistergli nemmeno un minuto? Scuoto la
testa, disgustata di me stessa, e grata a Taylor per
l’interruzione, nonostante l’imbarazzo.
Mi domando che cosa quell’uomo abbia dovuto
interrompere in passato. Cos’ha visto? Non voglio
pensarci. Pranzo. Preparerò il pranzo. Mi tengo occupata
tagliando le patate. Che cosa voleva Taylor? La mia mente
gira a vuoto. Che si tratti di Leila?
Dieci minuti più tardi, loro due riemergono, l’omelette è
pronta. Christian sembra preoccupato, quando mi guarda.
«Darò loro istruzioni tra dieci minuti» dice a Taylor.
«Saremo pronti» replica lui uscendo dal salone.
Io prendo due piatti riscaldati e li poso sul bancone della
cucina.
«Mangi?»
«Sì, grazie» dice lui, mentre si siede su uno degli
sgabelli. Adesso mi osserva con attenzione.
«Problemi?»
«No.»
Lo guardo torva. C’è qualcosa che non mi sta dicendo.
Porto in tavola il pranzo e mi siedo accanto a lui,
rassegnata a rimanere all’oscuro.
«È buona» mormora Christian con apprezzamento,
dopo aver assaggiato un boccone di omelette. «Ti va un
bicchiere di vino?»
«No, grazie.» “Ho bisogno di rimanere lucida, quando
sei nei paraggi, Grey.”
Il cibo è appetitoso, anche se non ho molta fame.
Tuttavia mangio, sapendo che Christian mi darebbe il
tormento se non lo facessi. A un tratto, è lui a interrompere
il nostro silenzio carico di pensieri, facendo partire un
brano classico sull’iPod.
«Cos’è?» chiedo.
«Canteloube. Chants d’Auvergne. Questa si chiama
Bailero.»
«È bella. In che lingua è?»
«Francese antico. Occitano, per essere precisi.»
«Tu parli francese, lo capisci?» Mi ritorna in mente
quando l’ho sentito parlare in un fluente francese alla cena
con i suoi genitori…
«Qualche parola, sì.» Christian sorride, visibilmente
rilassato. «Mia madre aveva delle fisse: strumenti musicali,
lingue straniere, arti marziali. Elliot parla spagnolo. Mia e io
francese. Elliot suona la chitarra, io il pianoforte e Mia il
violoncello.»
«Wow. E le arti marziali?»
«Elliot fa judo. Mia si è impuntata quando aveva dodici
anni e si è rifiutata.» Fa un sorrisetto nel ricordare.
«Magari mia madre fosse stata così organizzata.»
«La dottoressa Grace è formidabile quando si tratta dei
talenti dei suoi figli.»
«Deve essere molto orgogliosa di te. Io lo sarei.»
Un’ombra passa sul viso di Christian, e per un momento
mi sembra a disagio. Mi guarda circospetto, come se si
trovasse su un terreno inesplorato.
«Hai deciso cosa ti metterai stasera? O devo scegliere
qualcosa per te?» Il suo tono è diventato improvvisamente
brusco.
Sembra arrabbiato. “Perché? Che cos’ho detto?”
«Uhm… non ancora. Hai scelto tu tutti quei vestiti?»
«No, Anastasia. Non li ho scelti io. Ho dato una lista e la
tua taglia a una personal shopper di Neiman Marcus. Ti
andranno bene. A titolo informativo, ho chiesto di
potenziare il servizio di sicurezza per stasera e i prossimi
giorni. Con Leila imprevedibile e introvabile per le strade di
Seattle, credo che sia una precauzione saggia. Non voglio
che tu esca senza scorta, okay?»
Sbatto le palpebre. «Okay.» Cos’è successo a Devo-
Averti-Ora Grey?
«Bene. Vado a dare istruzioni agli uomini della
sicurezza. Non dovrei metterci molto.»
«Sono qui?»
«Sì.»
“Dove?”
Christian mette il suo piatto nel lavello e scompare. Che
cosa significa tutto questo? È come se ci fossero diverse
persone dentro di lui. Non è un sintomo di schizofrenia?
Devo cercare su Google.
Finisco quello che ho nel piatto, lavo tutto velocemente, e
vado nella mia stanza portando con me il dossier
Anastasia Rose Steele. Tiro fuori dalla cabina armadio i
tre vestiti da sera lunghi. E adesso quale scelgo?
Sdraiata sul letto, osservo il Mac, l’iPad e il BlackBerry.
Sono travolta dalla tecnologia. Mi accingo a trasferire la
playlist di Christian dall’iPad al Mac, poi apro Google per
navigare un po’.
Sono ancora sdraiata sul letto con il Mac davanti a me,
quando Christian entra.
«Che cosa stai facendo?» si informa dolcemente.
Nel panico per un attimo, mi domando se dovrei
lasciargli vedere il sito su cui mi trovo. “Disturbo della
personalità multipla: i sintomi.”
Lui si stende di fianco a me e osserva la pagina web,
divertito.
«Sei su questo sito per una ragione particolare?» mi
domanda con nonchalance.
Il Christian brusco se n’è andato e il Christian giocoso è
tornato. Come diavolo faccio a stargli dietro?
«Ricerche. Su una personalità difficile.» Gli rivolgo il mio
sguardo più impassibile.
Le sue labbra si piegano in un sorriso trattenuto. «Una
personalità difficile?»
«È il mio pallino.»
«Io sono un pallino, adesso? Un’attività extra. Un
esperimento scientifico, forse. E io che pensavo di essere
tutto. Miss Steele, tu mi ferisci.»
«Come sai che sei tu?»
«Intuito.»
«È vero che sei l’unico uomo incasinato, lunatico,
maniaco del controllo che conosca intimamente.»
«Pensavo di essere l’unica persona che conoscevi
intimamente.»
Arrossisco. «Sì. Anche quello.»
«Sei già arrivata a qualche conclusione?»
Mi volto e lo guardo. È sdraiato sul fianco, vicino a me,
con la testa appoggiata al gomito, l’espressione dolce,
divertita.
«Credo che tu abbia bisogno di un’intensa terapia.»
Alza una mano e mi sposta delicatamente i capelli dietro
le orecchie.
«Io penso di avere bisogno di te. Qui.» Mi passa un
rossetto.
Aggrotto la fronte, perplessa. È di un rosso da
donnaccia, per niente adatto a me.
«Vuoi che mi metta questo?» squittisco.
Lui ride. «No, Anastasia, a meno che tu non lo voglia.
Non sono sicuro che sia il tuo colore» dice seccamente.
Si tira su a sedere, mettendosi a gambe incrociate, e si
sfila la camicia dalla testa. “Oddio.” «Mi piace la tua idea
della mappa.»
Lo fisso perplessa. Mappa?
«Le zone off-limits» mi dice a mo’ di spiegazione.
«Oh. Stavo scherzando.»
«Io no.»
«Vuoi che disegni su di te con il rossetto?»
«Si lava. Dopo.»
Questo significa che posso toccarlo liberamente. Un
piccolo sorriso meravigliato mi aleggia sulle labbra.
«Che ne dici di usare qualcosa di più permanente come
un pennarello indelebile?»
«Potrei farmi un tatuaggio.» I suoi occhi luccicano
divertiti.
Christian Grey con un tatuaggio? Rovinare il suo
meraviglioso corpo, quando è già così tanto segnato? Non
sia mai!
«No, il tatuaggio no!» Rido per nascondere l’orrore.
«Rossetto, dunque.» Sogghigna.
Chiudo il Mac e lo metto da parte. La cosa può essere
divertente.
«Vieni.» Mi porge la mano. «Siediti su di me.»
Scalcio via le ballerine, mi tiro su a sedere e gattono su
di lui. Christian si è sdraiato sul letto, ma con le ginocchia
piegate.
«Appoggiati alle mie gambe.»
Mi arrampico su di lui e mi siedo a cavalcioni come mi
ha detto. Ha gli occhi spalancati e circospetti. Ma è anche
divertito.
«Mi sembri… entusiasta della cosa» commenta
sarcastico.
«Sono sempre avida di informazioni, Mr Grey. Ciò
significa che ti rilasserai, perché io saprò fin dove
spingermi.»
Lui scuote la testa, come se quasi non potesse credere
che sta per permettermi di disegnare su tutto il suo corpo.
«Apri il rossetto» mi ordina.
Oh, è entrato in modalità iperautoritaria, ma non me ne
preoccupo.
«Dammi la mano.»
Gli do l’altra.
«Quella con il rossetto.» Alza gli occhi al cielo.
«Stai alzando gli occhi al cielo con me?»
«Sì.»
«Sei molto scortese, Mr Grey. Conosco alcune persone
che diventano violente di fronte a un’alzata di occhi al
cielo.»
«Davvero?» Il suo tono è ironico.
Gli do la mano con il rossetto, e improvvisamente lui si
tira su, per cui ci troviamo faccia a faccia.
«Pronta?» mi chiede in un sussurro basso e dolce, che
mi fa fremere tutta. “Wow.”
«Sì» mormoro. La sua vicinanza è sensuale, i suoi
muscoli scolpiti, il suo caratteristico profumo mescolato
all’odore del mio corpo. Guida la mia mano sulla curva
della sua spalla.
«Premi» sussurra, e la bocca mi si inaridisce mentre lui
guida giù la mia mano, dalla sommità della spalla, intorno
all’incavo del braccio, poi giù, lungo il fianco. Il rossetto
lascia una scia larga, di un colore rosso scuro. Si ferma
sotto la cassa toracica, poi mi dirige verso lo stomaco. Si
tende e mi fissa impassibile negli occhi, ma dietro c’è il
suo sguardo cauto e perplesso; vedo il suo riserbo.
Tiene a freno il suo disgusto, la linea della mascella è
dura, e c’è tensione intorno ai suoi occhi. A metà dello
stomaco mormora: «Lo stesso dall’altra parte». Mi lascia
la mano.
Copio la linea che ho tracciato sul lato sinistro. La fiducia
che lui mi sta dando è inebriante, ma la sensazione è
mitigata dal fatto che posso contare il suo dolore. Sette
piccole cicatrici, rotonde e bianche, gli punteggiano il
petto, ed è un inferno profondo e scuro vedere questa
orrenda, malvagia profanazione del suo bellissimo corpo.
Chi mai farebbe una cosa simile a un bambino?
«Ecco fatto» sussurro, contenendo l’emozione.
«No, non è finito» ribatte lui e traccia con l’indice una
linea intorno alla base del collo. Seguo il percorso del suo
dito con il rossetto. Quando ho finito, guardo le grigie
profondità dei suoi occhi.
«Ora la schiena» mormora. Scendo da lui, per
consentirgli di muoversi. Si gira sul letto, a gambe
incrociate, dandomi le spalle.
«Riprendi la linea tracciata davanti, tutt’intorno dall’altra
parte.» La sua voce è bassa e roca.
Faccio come mi dice e, mentre traccio una linea rossa
che gli corre attraverso la schiena, conto altre cicatrici che
gli deturpano il corpo. Nove in tutto.
Devo combattere il desiderio travolgente di baciargliele
a una a una, e respingere le lacrime che mi salgono agli
occhi. Che razza di animale può fare questo? Lui tiene la
testa piegata, il corpo teso mentre io completo il percorso
intorno alla sua schiena.
«Anche intorno al collo?» sussurro.
Lui annuisce, e io traccio la linea unendola a quella
davanti, sotto i capelli.
«Finito» mormoro. Adesso è come se lui indossasse
una bizzarra vestaglia color pelle, con le cuciture rosso
vivo.
Le sue spalle si afflosciano mentre si rilassa, poi si gira
lentamente, e mi guarda.
«Questi sono i confini» dice pacato, i suoi occhi sono
scuri, le pupille dilatate… dalla paura? Dal desiderio?
Vorrei gettarmi contro di lui, ma mi trattengo e lo fisso, in
attesa.
«Posso farcela. Proprio ora vorrei lanciarmi su di te»
sussurro.
Lui mi sorride malizioso e mi tende le mani, in un gesto
di consenso.
«Bene, Miss Steele, sono tutto tuo.»
Con un gridolino di infantile entusiasmo mi catapulto tra
le sue braccia, mandandolo lungo disteso. Lui si contorce,
facendo una risata fanciullesca, piena di sollievo per aver
superato quella prova difficile. Non si sa come, finisco
sotto di lui sul letto.
«Ora, riguardo a quello spettacolo rimandato…»
mormora e la sua bocca reclama la mia.

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