Lettura – capitolo 8 ” 50 Sfumature di nero “

Sfumature.

A voi , come ogni mercoledì, l’ottavo capitolo di ” Cinquanta Sfumature di nero ”

sfondo

Sawyer parla di nuovo nella sua manica.
«Taylor, Mr Grey è entrato nell’appartamento.» Fa una
smorfia e tira fuori l’auricolare che ha nell’orecchio,
presumibilmente per non sentire le imprecazioni di Taylor.
“Oh, no… Se Taylor è preoccupato…”
«Per favore, mi lasci entrare.»
«Mi dispiace, Miss Steele. Non ci vorrà molto.» Sawyer
alza entrambe le mani in un gesto di difesa. «Taylor e i
ragazzi stanno entrando nell’appartamento proprio in
questo momento.»
Mi sento così impotente. Tendo avidamente l’orecchio
verso ogni minimo suono, ma tutto ciò che sento è il mio
respiro corto. Mi viene la pelle d’oca, ho la bocca riarsa e
mi sento svenire. “Per favore, fa’ che Christian stia bene”
prego silenziosamente.
Non ho idea di quanto tempo passi. Ancora non
sentiamo niente. Di certo è un bene non udire alcun suono.
Niente colpi di pistola. Inizio a passeggiare intorno al
tavolo dell’atrio ed esamino i dipinti alle pareti per
distrarmi.
Non li ho mai davvero guardati, finora; sono tutti
figurativi, di soggetto religioso: la Madonna con il bambino.
Tutti e sedici. Che strano.
Christian non è religioso, vero? Tutti i quadri del suo
salone sono astratti. Questi sono così diversi. Non riescono
a distrarmi a lungo. “Dov’è Christian?”
Fisso Sawyer e lui mi guarda impassibile.
«Cosa succede?»
«Nessuna notizia, Miss Steele.»
All’improvviso, la maniglia della porta si muove. Sawyer
si volta di scatto ed estrae la pistola dalla fondina
ascellare.
Io mi raggelo. Christian appare sulla soglia.
«Tutto a posto» dice, corrugando la fronte davanti a
Sawyer, che rinfodera subito l’arma e fa un passo indietro,
per lasciarmi passare.
«Taylor si preoccupa troppo» mormora Christian mentre
mi tende la mano. Io lo fisso a bocca aperta, incapace di
muovermi, assorbendo ogni dettaglio: i suoi capelli
scarmigliati, il modo in cui stringe gli occhi, la mascella
tesa, i primi due bottoni della camicia slacciati. Penso di
sembrargli una bambina di dieci anni. Christian aggrotta la
fronte davanti alla mia preoccupazione, i suoi occhi sono
cupi.
«Va tutto bene, piccola.» Mi viene incontro,
prendendomi tra le braccia e baciandomi i capelli. «Avanti,
sei stanca. A letto.»
«Ero così preoccupata» mormoro, crogiolandomi nel
suo abbraccio e respirando il suo dolce profumo.
«Lo so. Siamo tutti tesi.»
Sawyer è scomparso, presumibilmente
nell’appartamento.
«Mr Grey, le tue ex stanno dando prova di essere una
vera e propria sfida» mormoro sarcastica. Christian si
rilassa.
«Sì, lo sono.»
Mi lascia e mi prende per mano, guidandomi lungo il
corridoio, fino al salone.
«Taylor e i suoi stanno controllando tutte le credenze e le
cabine armadio. Non penso che lei sia qui.»
«Perché dovrebbe essere qui?» “Non ha senso.”
«Già, appunto.»
«Potrebbe entrare?»
«Non vedo come. Ma Taylor esagera con le precauzioni,
a volte.»
«Hai guardato anche nella tua stanza dei giochi?»
Christian mi lancia una rapida occhiata, con la fronte
aggrottata. «Sì, è chiusa a chiave. Comunque, Taylor e io
abbiamo controllato.»
Faccio un respiro profondo e liberatorio.
«Vuoi qualcosa da bere o altro?» mi chiede Christian.
«No.» La stanchezza mi sta sopraffacendo. Voglio solo
andare a dormire.
«Vieni, ti metto a letto. Hai l’aria esausta.»
L’espressione di Christian si addolcisce.
Non viene con me? Vuole dormire da solo?
Sono sollevata quando mi conduce in camera sua.
Appoggio la pochette sul cassettone e la svuoto. Lancio
un’occhiata al biglietto di Mrs Robinson.
«Tieni.» Lo passo a Christian. «Non so se vuoi leggerlo.
Io intendo ignorarlo.»
Christian lo scorre brevemente, irrigidendo la mascella.
«Non capisco quali lacune possa colmare» dice in tono
liquidatorio. «Devo parlare con Taylor.» Mi guarda. «Vieni,
ti tiro giù la cerniera del vestito.»
«Chiamerai la polizia per la storia della macchina?»
chiedo mentre mi volto.
Lui mi solleva i capelli, le dita che mi accarezzano lievi la
schiena, e mi abbassa la cerniera.
«No. Non voglio assolutamente che la polizia venga
coinvolta. Leila ha bisogno di aiuto, non dell’intervento della
polizia, e io non li voglio qui. Dobbiamo solo raddoppiare
gli sforzi per trovarla.» Si china su di me e mi bacia
dolcemente la spalla.
«A letto» mi ordina e se ne va.
Sono sdraiata a fissare il soffitto, aspettando il suo ritorno.
Sono successe così tante cose oggi… ho così tanto a cui
pensare. Da dove comincio?
Mi sveglio di soprassalto, disorientata. Stavo
dormendo? Sbatto le palpebre verso la lama di luce che
filtra da sotto la porta e noto che Christian non è con me.
Dov’è? Guardo meglio. In piedi, dall’altra parte della
stanza, c’è un’ombra. Una donna, forse? Vestita di nero? È
difficile a dirsi. Disorientata, allungo una mano e accendo
la luce sul comodino, poi mi giro a controllare, ma non vedo
nessuno. Scuoto la testa. L’ho immaginato? L’ho sognato?
Mi tiro su a sedere e mi guardo intorno, mentre un vago
e insidioso senso di disagio si impadronisce di me… ma
sono sola.
Mi strofino la faccia. Che ore sono? Dov’è Christian? La
sveglia dice che sono le due e un quarto del mattino.
Scendo goffamente dal letto e vado a cercarlo,
sconcertata dalla mia fervida immaginazione. Adesso
comincio a vedere le cose. Dev’essere una reazione ai
drammatici risvolti della serata.
Il salone è vuoto, l’unica luce proviene da tre lampade
che pendono dal soffitto sul bancone della zona cucina. La
porta dello studio è socchiusa, e sento che Christian è al
telefono.
«Non so perché chiami a quest’ora. Non ho niente da
aggiungere… Be’, puoi dirmelo adesso. Non devi
lasciarmi un messaggio.»
Rimango immobile sulla porta, origliando con aria
colpevole. Con chi sta parlando?
«No, ascoltami tu. Te l’ho chiesto, e ora te lo ripeto.
Lasciala in pace. Lei non ha niente a che vedere con te. Mi
hai capito?»
Sembra aggressivo e arrabbiato. Esito a bussare.
«Lo so che lo fai. Ma dico sul serio, Elena. Cazzo,
lasciala in pace. Te lo devo scrivere in triplice copia? Mi
hai sentito? Bene. Buonanotte.» Interrompe la
comunicazione e butta il telefono sulla scrivania.
Busso timidamente.
«Cosa c’è?» sbraita, e io per poco non corro a
nascondermi.
È seduto alla scrivania con la testa tra le mani. Mi
guarda, la sua espressione è feroce, ma quando mi vede i
suoi tratti si ammorbidiscono subito. I suoi occhi sono
grandi e guardinghi. All’improvviso mi sembra così stanco.
Mi si stringe il cuore.
Sbatte le palpebre. Il suo sguardo scivola sulle mie
gambe e poi risale. Indosso una delle sue T-shirt.
«Dovresti indossare raso o seta, Anastasia» sussurra.
«Ma anche con la mia T-shirt sei bellissima.»
Oh, un complimento inaspettato. «Mi sei mancato. Vieni
a letto.»
Si alza lentamente dalla sedia, con ancora indosso la
camicia bianca e i pantaloni neri dello smoking. Adesso i
suoi occhi brillano, pieni di promesse… Ma c’è anche un
velo di tristezza. È in piedi di fronte a me, mi fissa con
attenzione ma senza toccarmi.
«Sai che significhi per me?» mormora. «Se dovesse
succederti qualcosa per causa mia…» La voce viene a
mancargli, sulla fronte gli si disegna una ruga, e il dolore
sul volto è quasi palpabile. Sembra vulnerabile, la sua
paura è evidente.
«Non mi succederà niente» lo rassicuro dolcemente.
Alzo una mano e lo accarezzo, facendo scorrere le dita
sull’accenno di barba sulla sua guancia. È
inaspettatamente morbida. «La barba ti cresce
velocemente» sussurro, incapace di nascondere la
meraviglia per l’uomo bellissimo ed enigmatico che mi sta
davanti.
Seguo la linea del suo labbro inferiore, poi faccio
scorrere il dito giù per la sua gola, fino a una lieve traccia
di rossetto alla base del collo. Lui mi osserva, sempre
senza toccarmi, con le labbra socchiuse. Faccio scorrere
ancora il dito e lui chiude gli occhi. Il suo respiro diventa più
affannoso. Le mie dita raggiungono il bordo della camicia,
e slaccio il primo bottone.
«Non voglio toccarti. Voglio solo slacciarti la camicia»
sussurro.
Lui apre gli occhi, fissandomi allarmato. Ma non si
muove, e non mi ferma. Molto lentamente, slaccio un altro
bottone, tenendo la stoffa lontana dalla sua pelle, e mi
sposto cautamente giù, verso il bottone successivo,
ripetendo l’operazione, lentamente, concentrandomi su
quello che sto facendo.
Non voglio toccarlo. “Be’, sì che lo voglio… ma non lo
farò.” Al quarto bottone, la linea rossa riappare, e io gli
sorrido timidamente.
«Torniamo su un terreno sicuro.» Seguo la linea con le
dita, prima di slacciare l’ultimo bottone. Gli apro la camicia
e passo ai polsini, togliendo uno alla volta i raffinati gemelli.
«Posso sfilarti la camicia?» gli domando a bassa voce.
Lui annuisce, con gli occhi spalancati, e io procedo.
Rimane nudo dalla vita in su davanti a me. Senza la
camicia, sembra recuperare il suo equilibrio. Mi fa un
sorriso malizioso.
«E che mi dici dei pantaloni, Miss Steele?» chiede,
alzando un sopracciglio.
«In camera da letto. Ti voglio nel tuo letto.»
«Lo sai, Miss Steele? Sei insaziabile.»
«Non capisco perché.» Gli afferro la mano, lo trascino
fuori dallo studio e verso la camera da letto. La stanza è
gelida.
«Hai aperto la portafinestra del terrazzo?» mi chiede,
aggrottando la fronte non appena entriamo.
«No.» Non ricordo di averlo fatto. Rammento di essermi
guardata intorno, quando mi sono svegliata. La
portafinestra era decisamente chiusa.
“Oh, merda…” Il sangue mi defluisce dal volto, e fisso
Christian, con la bocca spalancata.
«Cosa c’è?» esclama lui, fissandomi.
«Quando mi sono svegliata… c’era qualcuno qui»
sussurro. «Ho pensato di essermelo immaginato.»
«Cosa?» Lui sembra davvero terrorizzato e di colpo
scatta verso la portafinestra per guardare fuori, poi torna
indietro e la chiude. «Sei proprio sicura? Chi?» chiede con
la voce strozzata.
«Una donna, penso. Era buio. Mi ero appena svegliata.»
«Vestiti» ringhia ritornando indietro. «Subito!»
«I miei abiti sono di sopra» piagnucolo.
Lui apre un cassetto e tira fuori un paio di pantaloni di
una tuta.
«Mettiti questi.» Sono decisamente troppo grandi, ma
non è il momento di contraddirlo.
Prende una T-shirt e se la infila velocemente. Poi afferra
il telefono sul comodino e preme due bottoni.
«Lei è ancora qui, dannazione!» sibila nell’apparecchio.
Circa tre secondi più tardi, Taylor e un altro degli uomini
della sicurezza fanno irruzione nella camera da letto.
Christian riassume loro l’accaduto.
«Quando è successo?» chiede Taylor, fissandomi in
modo professionale. È ancora in giacca e cravatta. Ma
quest’uomo non dorme mai?
«Circa dieci minuti fa» mormoro, sentendomi per
qualche ragione in colpa.
«Lei conosce l’appartamento come il palmo della sua
mano» dice Christian. «Porto via Anastasia all’istante. Si
sta nascondendo qui. Trovatela. Quando tornerà Gail?»
«Domani sera, signore.»
«Non deve rimettere piede qui, finché questo posto non
sarà sicuro. Ci siamo capiti?» sbotta Christian.
«Sì, signore. Andrà a Bellevue?»
«Non voglio gravare sui miei genitori con questo
problema. Prenotami una stanza da qualche parte.»
«Va bene.»
«Non stiamo tutti un po’ esagerando?» chiedo.
Christian mi lancia un’occhiata di fuoco. «Leila potrebbe
avere una pistola» ringhia.
«Christian, era in piedi davanti a me, in fondo al letto.
Avrebbe potuto spararmi allora, se avesse voluto farlo…»
Lui rimane un attimo in silenzio, per dominare l’ira,
credo. «Non sono pronto a correre il rischio. Taylor,
Anastasia ha bisogno di scarpe.»
Christian scompare nella cabina armadio, mentre il tizio
della sicurezza mi fissa. Non ricordo il suo nome, Ryan
forse. Sposta lo sguardo alternativamente dal corridoio al
terrazzo. Christian riemerge un paio di minuti dopo, con
indosso i jeans e la giacca gessata e una borsa a tracolla
di pelle. Mi mette un giubbotto di jeans sulle spalle.
«Vieni.» Mi prende la mano e la stringe forte. Devo
praticamente correre per tenermi al passo con le sue
lunghe falcate fino al salone.
«Non riesco a credere che lei si sia potuta nascondere
qui dentro da qualche parte» mormoro, fissando la
portafinestra del terrazzo.
«È un posto grande. Non lo hai ancora visto tutto.»
«Perché non provi semplicemente a chiamarla… a dirle
che vuoi parlarle?»
«Anastasia, quella donna è instabile, e potrebbe essere
armata» risponde irritato.
«Allora noi scappiamo?»
«Per adesso sì.»
«Mettiamo che cerchi di sparare a Taylor.»
«Taylor conosce e capisce le armi» ribatte, storcendo la
bocca. «Sarebbe più veloce di lei con la pistola.»
«Ray è stato nell’esercito. Mi ha insegnato a sparare.»
Christian alza un sopracciglio e per un momento sembra
profondamente divertito. «Tu, con una pistola?» dice
incredulo.
«Sì.» Mi sento offesa. «So sparare, Mr Grey, perciò sarà
meglio che tu stia attento. Non è solo di una folle ex
Sottomessa che devi aver paura.»
«Me lo ricorderò, Miss Steele» mi risponde seccamente,
divertito, e mi sembra un bene che, anche in questa
situazione ridicolmente tesa, io riesca a farlo sorridere.
Taylor ci raggiunge nell’atrio e mi passa la valigia e le
mie Converse nere. Sono stupita che mi abbia preparato il
bagaglio. Gli sorrido timidamente, con gratitudine, e lui
contraccambia il sorriso in fretta e in modo rassicurante.
Senza pensarci, lo abbraccio forte. Lo colgo di sorpresa e,
quando lo lascio andare, lui ha le guance rosse.
«Stia attento» gli mormoro.
«Sì, Miss Steele» bofonchia.
Christian guarda me corrucciato e Taylor in modo
interrogativo, ma lui gli sorride e, molto velocemente, si
aggiusta la cravatta.
«Fammi sapere dove sto andando» dice Christian.
Taylor si fruga nella giacca, tira fuori il portafoglio e
passa a Christian una carta di credito.
«Potrebbe voler usare questa, quando sarà là.»
Christian annuisce. «Bella pensata.»
Ryan ci raggiunge. «Sawyer e Reynolds non hanno
trovato nulla» dice a Taylor.
«Accompagna Mr Grey e Miss Steele in garage» gli
ordina Taylor.
Il garage è deserto. Be’, sono quasi le tre del mattino.
Christian indica in fretta il posto del passeggero dell’Audi
R8 e mette la mia valigia e la sua borsa a tracolla nel
bagagliaio anteriore. L’Audi A3 accanto a noi è un casino:
tutti gli pneumatici sono stati tagliati e sulla carrozzeria è
stata versata vernice bianca. È una visione agghiacciante
e mi rende ancor più riconoscente verso Christian, che mi
sta portando altrove.
«Lunedì arriverà un’auto sostitutiva» mi dice Christian,
cupo, quando prende posto di fianco a me.
«Come faceva lei a sapere che era la mia macchina?»
Lui lancia un’occhiata ansiosa e sospira. «Aveva
un’Audi A3. Ne compro una a tutte le mie Sottomesse. È
l’auto più sicura della sua categoria.»
Ah. «Perciò non era un regalo di laurea.»
«Anastasia, benché lo sperassi, tu non sei mai stata la
mia Sottomessa, perciò tecnicamente è un regalo di
laurea.» Esce dal posto macchina e si avvia verso l’uscita
del garage.
“Benché lo sperassi… Oh, no…” La mia vocina interiore
non nasconde la propria tristezza. Ogni volta torniamo a
questo punto.
«Lo speri ancora?» sussurro.
Il telefono della macchina squilla. «Grey» risponde
Christian.
«Fairmont Olympic. A mio nome.»
«Grazie, Taylor. E… sta’ attento.»
Taylor rimane in silenzio un attimo. «Sì, signore» dice
poi tranquillo, e Christian riaggancia.
Le strade di Seattle sono deserte, e Christian accelera
lungo la Fifth Avenue, verso la I-5. Una volta sull’interstatale,
spinge sul pedale dell’acceleratore, diretto a nord. Va così
veloce che per un attimo vengo spinta indietro, sul sedile.
Lo guardo. È immerso nei suoi pensieri, in un silenzio
meditabondo e cupo. Non ha risposto alla mia domanda.
Guarda spesso nello specchietto retrovisore e capisco che
sta controllando se qualcuno ci segue. Forse è per questo
che siamo venuti sulla I-5. Che io sappia, il Fairmont è a
Seattle.
Guardo fuori dal finestrino, cercando di razionalizzare ciò
che la mia mente esausta e iperattiva elabora. Se Leila
avesse voluto farmi del male, in camera ne avrebbe avuto
l’opportunità.
«No, non lo spero, non più. Pensavo che fosse ovvio.»
Christian interrompe dolcemente le mie riflessioni.
Lo guardo sbattendo le palpebre, e mi stringo addosso il
giubbotto. Non so se il freddo che sento viene da dentro
me o dall’esterno.
«Temevo che… lo sai… temevo di non essere
abbastanza.»
«Sei più che abbastanza. Per l’amor di Dio, Anastasia,
che cosa devo fare per fartelo capire?»
“Parlami di te. Dimmi che mi ami.”
«Perché pensavi che ti avrei lasciato quando ti ho detto
che il dottor Flynn mi aveva raccontato tutto di te?»
Lui sospira profondamente, chiude gli occhi per un
attimo, e per un bel po’ non risponde. «Non puoi nemmeno
immaginare l’abisso della mia depravazione, Anastasia. E
non è qualcosa che voglio condividere con te.»
«E davvero pensi che ti lascerei, se lo sapessi?» La mia
voce è alta, incredula. Non capisce che lo amo? «Hai una
così scarsa opinione di me?»
«So che te ne andresti» dice tristemente.
«Christian… credo che sia molto improbabile. Non
posso immaginare di stare senza di te.» “Mai…”
«Invece mi hai già lasciato una volta… Ma non voglio
tornare sull’argomento.»
«Elena mi ha detto di averti visto sabato scorso»
sussurro pacata.
«Non è vero.» Aggrotta la fronte.
«Non sei andato a trovarla, quando ti ho lasciato?»
«No» risponde lui, irritato. «Ti ho appena detto che non
l’ho fatto. E non mi piace che si dubiti di me» mi
rimprovera. «Non sono andato da nessuna parte lo scorso
fine settimana. Ho costruito il modellino di aliante che mi
avevi regalato. Mi ci è voluta una vita» aggiunge.
Mi si stringe il cuore. Mrs Robinson ha detto di averlo
visto.
Lo ha fatto o non lo ha fatto? Mi ha mentito. Perché?
«Contrariamente a ciò che Elena pensa, non corro da lei
ogni volta che ho un problema, Anastasia. Non corro da
nessuno. Avrai notato che non sono una persona loquace.»
Stringe con forza il volante tra le mani.
«Carrick mi ha detto che non hai parlato per due anni.»
«Ah, sì?» Le labbra di Christian si stringono in una linea
dura.
«In parte l’ho spinto io a farmi quella confidenza.»
Imbarazzata, mi guardo le unghie.
«E che altro ti ha detto il paparino?»
«Mi ha detto che tua madre era il medico che ti ha
visitato quando ti hanno portato in ospedale… dopo che ti
hanno trovato nel tuo appartamento.»
L’espressione di Christian rimane impassibile…
sospettosa.
«Dice che imparare a suonare il pianoforte ti ha aiutato.
E anche Mia.»
A quel nome, lui piega le labbra in un sorriso intenerito.
Dopo un attimo racconta: «Aveva circa sei mesi quando è
arrivata. Io ero elettrizzato, Elliot un po’ meno. Aveva già
avuto un rivale con il mio arrivo. Lei era perfetta». Lo
stupore dolce e malinconico nella sua voce è contagioso.
«Adesso un po’ meno, ovviamente» borbotta, e io ricordo i
riusciti tentativi di Mia di ostacolare le nostre intenzioni
lascive al ballo. Mi viene da ridere.
Christian mi lancia un’occhiata di traverso. «Lo trovi
divertente, Miss Steele?»
«Sembrava determinata a dividerci.»
Lui fa una risata forzata. «Sì, c’è quasi riuscita.» Allunga
una mano verso di me e mi stringe un ginocchio. «Ma ce
l’abbiamo fatta, alla fine.» Sorride e poi guarda un’altra
volta nello specchietto retrovisore. «Non penso che siamo
seguiti.» Esce dalla I-5 e torna verso il centro di Seattle.
«Posso farti qualche domanda su Elena?» Siamo fermi
a un semaforo.
Lui mi guarda, sulla difensiva. «Se proprio devi»
borbotta imbronciato, ma non lascio che la sua irritabilità
mi freni.
«Tempo fa mi hai detto che lei ti amava in un modo che
trovavi accettabile. Che cosa significa?»
«Non è ovvio?» mi chiede.
«Non a me.»
«Ero fuori controllo. Non potevo tollerare di essere
toccato. Non riesco a sopportarlo nemmeno adesso. Per
un adolescente di quattordici-quindici anni con gli ormoni in
subbuglio era un periodo difficile. Mi ha mostrato il modo
per sfogarmi.»
“Oh.” «Mia mi ha detto che eri un attaccabrighe.»
«Maledizione, ma perché la mia famiglia ha la tendenza
a parlare tanto? A dire il vero… è colpa tua.» Ci siamo
fermati a un altro semaforo, e lui mi guarda con gli occhi
stretti a fessura. «Tu riesci a cavar fuori le informazioni
dalle persone lusingandole.» Scuote la testa fingendosi
disgustato.
«Non ho estorto alcuna confessione a Mia. In effetti è
stata molto affabile. Era preoccupata che tu facessi
scoppiare una rissa se non mi avessi vinta all’asta»
borbotto indignata.
«Oh, piccola, non c’era alcun pericolo. In nessun modo
avrei lasciato che qualcun altro ballasse con te.»
«Hai lasciato che lo facesse il dottor Flynn.»
«C’è sempre un’eccezione alla regola.»
Christian svolta nell’imponente e alberato viale
d’accesso del Fairmont Olympic Hotel e parcheggia vicino
alla porta d’ingresso, di fianco alla quale c’è una pittoresca
fontana di pietra.
«Vieni.» Esce dall’auto e prende i bagagli. Un addetto al
parcheggio ci raggiunge di corsa, con l’aria sorpresa per il
nostro arrivo a quell’ora tarda. Christian gli lancia le chiavi
della macchina.
«Il nome è Taylor» dice. L’inserviente annuisce e non
riesce a contenere la gioia mentre sale sull’R8 e la porta
nel garage. Christian mi prende per mano e si avvia verso
la hall.
Mentre sono di fianco a lui al banco della reception, mi
sento profondamente, totalmente ridicola. Sono nell’hotel
più prestigioso di Seattle, con indosso un giubbotto
enorme, pantaloni della tuta enormi e una vecchia T-shirt,
accanto a un dio greco elegante e bellissimo. Non mi
sorprende che la receptionist passi con lo sguardo da me
a Christian, come se qualcosa non le tornasse. Certo, è
intimidita da lui. Io alzo gli occhi al cielo quando la vedo
diventare rossa e cominciare a balbettare. “Le tremano
persino le mani!”
«Ha… ha bisogno di aiuto… con le valigie, Mr Taylor?»
chiede diventando sempre più rossa.
«No, Mrs Taylor e io possiamo farcela da soli.»
“Mrs Taylor!” Ma io non porto un anello. Nascondo le
mani dietro la schiena.
«Siete nella Suite della Cascata, Mr Taylor, undicesimo
piano. Il nostro fattorino vi accompagnerà.»
«Va benissimo così» taglia corto Christian. «Dove sono
gli ascensori?»
Miss Rossore ce lo spiega, e Christian mi prende di
nuovo per mano. Io guardo ancora un attimo l’imponente,
sontuosa hall, piena di poltrone imbottite e deserta, se non
fosse per una donna con i capelli neri che dà dolcetti al suo
terrier seduta su un comodo divanetto. Ci guarda e ci
sorride, mentre ci avviamo agli ascensori. E così questo
hotel consente l’ingresso anche agli animali? Strano per un
posto così elegante!
La suite ha due camere da letto, una sala da pranzo e
persino un pianoforte a coda. Nell’imponente soggiorno c’è
il camino acceso. Questa suite è più grande del mio
appartamento.
«Ebbene, Mrs Taylor, non so tu, ma io ho proprio
bisogno di un drink» sussurra Christian, chiudendo la porta
con un giro di chiave.
In camera appoggia la mia valigia e la sua borsa a
tracolla sull’ottomana ai piedi dell’enorme letto a
baldacchino e mi conduce nel soggiorno, dove il fuoco
scoppietta allegro. È una vista che rincuora. Rimango in
piedi e mi scaldo le mani mentre Christian versa qualcosa
da bere per entrambi.
«Armagnac?»
«Sì, grazie.»
Dopo un momento mi raggiunge accanto al fuoco e mi
porge un bicchiere di cristallo da brandy.
«Che giornata, eh?»
Annuisco e i suoi occhi grigi mi fissano inquisitori,
preoccupati.
«Sto bene» sussurro rassicurante. «E tu?»
«Be’, in questo momento voglio bere e poi, se non sei
troppo stanca, voglio portarti a letto e perdermi dentro di
te.»
«Credo che si possa fare, Mr Taylor.» Gli sorrido e lui si
toglie le scarpe e si sfila le calze.
«Mrs Taylor, smettila di morderti il labbro» mi sussurra.
Io arrossisco. L’Armagnac è delizioso e lascia una scia
di calore bruciante mentre mi scende come seta in gola.
Alzo lo sguardo su Christian: anche lui sta bevendo, e mi
guarda, e i suoi occhi sono cupi, affamati.
«Non smetti mai di stupirmi, Anastasia. Dopo un giorno
come oggi, o come ieri, non ti lamenti né corri via urlando.
Sono ammirato. Sei molto forte.»
«Tu sei un’ottima ragione per rimanere» mormoro. «Te
l’ho detto, Christian: non andrò da nessuna parte, non
m’importa quello che hai fatto. Sai quello che provo per
te.»
Piega le labbra, come se dubitasse delle mie parole, e
aggrotta la fronte, come se ciò che gli sto dicendo fosse
penoso da ascoltare. Oh, Christian, cosa devo fare per farti
capire quello che sento?
“Lascia che ti picchi” invita sarcastica la mia vocina.
«Dove appenderai i ritratti che José mi ha fatto?» Cerco
di alleggerire l’atmosfera.
«Dipende» dice abbozzando un sorriso. Questo è
ovviamente un argomento di conversazione molto più
gradevole.
«Da cosa?»
«Dalle circostanze» risponde misterioso. «La mostra
non è ancora finita, perciò non devo decidere subito.»
Piego la testa di lato e stringo gli occhi.
«Puoi guardarmi male quanto vuoi, Mrs Taylor. Non dirò
niente» mi prende in giro.
«Potrei tirarti fuori la verità con la tortura.»
Lui alza un sopracciglio. «Anastasia, se fossi in te, non
farei promesse che non puoi mantenere.»
Oddio, è quello che pensa davvero? Poso il bicchiere
sulla mensola del camino, quindi, cogliendo Christian di
sorpresa, prendo anche il suo bicchiere e lo metto accanto
al mio.
«Be’, dobbiamo solo stare a vedere» mormoro. Molto
coraggiosamente – resa audace dal brandy, senza dubbio
– lo prendo per mano e lo tiro verso la camera. Mi fermo ai
piedi del letto. Christian sta cercando di nascondere un
sorriso divertito.
«E ora che mi hai qui, Anastasia, che cosa ne farai di
me?» scherza, la voce bassa.
«Inizierò con lo spogliarti. Voglio finire quello che avevo
cominciato.» Allungo le mani verso il bavero della sua
giacca, attenta a non toccarlo, e lui non si muove, ma
trattiene il fiato.
Delicatamente, gli sfilo la giacca dalle spalle. I suoi occhi
rimangono fissi su di me, senza più traccia di ilarità. Le
pupille si dilatano, lo sguardo diventa… diffidente?
Bisognoso? Lo si può interpretare in tanti modi diversi!
“Che cosa sta pensando?” Appoggio la sua giacca
sull’ottomana.
«Adesso la T-shirt» bisbiglio e gliela tiro su. Lui
collabora sollevando le braccia e chinandosi. Dopo che
gliel’ho sfilata dalla testa, mi fissa. Indossa solo i jeans che
gli cadono sui fianchi in modo tanto provocante. L’orlo del
boxer si intravede appena.
Il mio sguardo famelico si posa sul suo addome teso, su
quel che rimane del rossetto, sbiadito e sbavato, e sul suo
petto. Non desidero altro che far scorrere la lingua tra i suoi
peli e sentire il suo sapore.
«E adesso?» sussurra lui, gli occhi che luccicano.
«Voglio baciarti qui.» Faccio scorrere il dito sul suo
ventre da un fianco all’altro.
Lui schiude le labbra e inspira profondamente. «Non ti
fermerò» sospira.
Lo prendo per mano. «Sarà meglio che ti sdrai, allora»
mormoro e lo conduco verso il letto. Lui sembra sbalordito,
e mi viene in mente che forse nessuno ha mai preso
l’iniziativa con lui dopo di… lei. “No, non andare là.”
Lui scosta le coperte, si siede sul bordo e mi guarda, in
attesa, con aria diffidente e seria. Io gli sono davanti in
piedi, mi tolgo il giubbotto di jeans e lo lascio cadere sul
pavimento, poi faccio scivolare giù anche i pantaloni della
tuta.
Si sfrega il pollice contro la punta delle dita. Ha voglia di
toccarmi, ci scommetto, ma resiste al desiderio. Respiro
profondamente e mi faccio coraggio. Quindi mi sfilo la Tshirt.
Sono nuda di fronte a lui. I suoi occhi sono fissi nei
miei. Lo vedo deglutire e le sue labbra si schiudono.
«Tu sei Afrodite, Anastasia» mormora.
Gli prendo il volto tra le mani, gli sollevo la testa e mi
chino per baciarlo. Un gemito si leva dal profondo della sua
gola.
Non appena appoggio la bocca alla sua, mi prende per i
fianchi e, prima di rendermene conto, mi trovo inchiodata
sotto di lui sul letto. Mi fa divaricare le gambe e vi si
rannicchia in mezzo. Mi bacia con violenza, le nostre lingue
si intrecciano. La sua mano mi accarezza risalendo dalla
coscia al fianco, sempre più su fino al ventre e ai seni,
stringendo, palpando, tirandomi un capezzolo per
eccitarmi.
Io gemo, e muovendo involontariamente il bacino contro
di lui sfioro deliziosamente la sua erezione. Christian
smette di baciarmi e mi guarda divertito e senza fiato.
Flette le anche, in modo che la sua eccitazione prema
contro di me… “Sì. Proprio lì.”
Chiudo gli occhi e gemo di nuovo. Lui ripete il gesto, ma
stavolta io rispondo spingendomi contro di lui e
gustandomi il suo gemito. Mi bacia ancora. La nostra lenta
e deliziosa tortura continua. Io mi strofino su di lui. Lui si
strofina su di me. Mi perdo in lui, ed è inebriante la
sensazione di riuscire a escludere qualsiasi altra cosa.
Tutte le mie preoccupazioni sono cancellate. In questo
momento sono qui con lui, il sangue mi pulsa nelle vene,
tamburellandomi nelle orecchie e mescolandosi al suono
dei nostri respiri affannosi. Affondo le mani nei suoi capelli,
tenendolo avvinto alla mia bocca e consumandolo; la mia
lingua è avida quanto la sua. Faccio scorrere le dita sul suo
braccio e poi giù fino ai jeans, quindi spingo la mano,
vogliosa e intrepida, dentro i suoi boxer, eccitandolo
sempre di più… dimenticando tutto, tranne che noi.
«Finirai per castrarmi, Ana» mi sussurra all’improvviso,
scostandosi da me e alzandosi. Bruscamente, si cala i
jeans e mi porge la bustina del preservativo.
«Tu vuoi me, piccola, e io voglio te. Sai cosa devi fare.»
Con dita agili e ansiose, strappo la bustina e srotolo il
preservativo su di lui. Christian mi sorride, i suoi occhi grigi
come la nebbia pieni di carnali promesse. Si protende
verso di me e strofina il naso contro il mio, chiudendo gli
occhi, e lentamente, deliziosamente, mi entra dentro.
Gli afferro le braccia e sollevo il mento, godendomi la
meravigliosa pienezza del suo possesso. Lui fa scorrere i
denti lungo il mio mento, si tira indietro e poi affonda di
nuovo dentro di me, lento, dolce, tenero. Il suo corpo preme
sul mio, i suoi gomiti e le sue mani sono ai lati del mio viso.
«Mi fai dimenticare tutto. Sei la migliore delle terapie»
sussurra d’un fiato, mentre si muove con una lentezza
dolorosa, assaporando ogni centimetro di me.
«Per favore, Christian, più veloce» mormoro, volendo di
più, adesso.
«Oh, piccola, ho bisogno di questa lentezza.» Mi bacia
dolcemente, mordicchiandomi il labbro inferiore, avvinto
dai miei deboli gemiti.
Muovo le mani tra i suoi capelli e mi abbandono al ritmo,
mentre la sua lentezza mi fa salire sempre più in alto verso
il piacere, finché non raggiungo un orgasmo veloce e
potente.
«Oh, Ana» mormora mentre si lascia andare, e il mio
nome sembra una benedizione sulle sue labbra mentre
trova appagamento.
La sua testa è sulla mia pancia, le sue braccia sono intorno
a me. Le mie dita s’intrufolano tra i suoi capelli scarmigliati,
e restiamo così per non so quanto tempo. È tardi e io sono
stanca, ma voglio solo godermi questa quiete dopo il
piacere che ho provato nel fare l’amore con Christian Grey.
Sì, perché è questo ciò che abbiamo fatto: l’amore. Dolce
e soave.
Il suo orgasmo è stato potente, come il mio, e altrettanto
veloce. È quasi troppo da comprendere. Con tutte quelle
folli attrezzature, sto perdendo di vista il suo semplice e
onesto viaggio con me.
«Non ne avrò mai abbastanza di te. Non lasciarmi»
mormora e mi bacia la pancia.
«Non vado da nessuna parte, Christian, e mi sembra di
ricordare che volevo essere io a baciare la tua pancia»
borbotto assonnata.
Lui sorride, con la bocca sulla mia pelle. «Niente ti
fermerà adesso, piccola.»
«Non credo di riuscire a muovermi, sono così stanca.»
Christian sospira e si sposta, riluttante, venendo a
sdraiarsi di fianco a me con la testa appoggiata a un
gomito e tirando le coperte su di noi. Mi guarda, e i suoi
occhi brillano di calore e d’amore.
«Ora dormi, piccola.» Mi bacia i capelli e avvolge le
braccia intorno a me e io mi lascio andare alla deriva.
Quando apro gli occhi, la luce che inonda la stanza me li fa
socchiudere. Mi gira la testa per la mancanza di sonno.
“Dove sono? Ah, in albergo…”
«Ciao» mormora Christian sorridendomi dolcemente. È
disteso accanto a me, completamente vestito. Da quanto
tempo è qui così? Mi stava studiando? All’improvviso mi
sento incredibilmente intimidita e il mio viso si accende
sotto il suo sguardo fisso.
«Ciao» sussurro, contenta di essere sdraiata sulla
pancia. «Da quanto tempo mi stai guardando così?»
«Potrei osservarti dormire per ore, Anastasia. Ma sono
qui da cinque minuti.» Mi si avvicina e mi dà un bacio. «La
dottoressa Greene arriverà tra poco.»
«Oh.» Mi ero dimenticata dell’inopportuna iniziativa di
Christian.
«Hai dormito bene?» mi chiede dolcemente. «Mi è
sembrato di sì, visto come russavi.»
“Oh, che simpatico burlone, Mr Cinquanta Sfumature.”
«Io non russo!» ribatto, seccata.
«No, non lo fai.» Sogghigna. La tenue linea del rossetto
è ancora visibile sul suo collo.
«Hai fatto la doccia?»
«No. Aspettavo te.»
«Ah… okay.»
«Che ore sono?»
«Le dieci e un quarto. Non ho avuto cuore di svegliarti
prima.»
«Mi avevi detto di non avere affatto un cuore.»
Sorride tristemente, ma non ribatte. «La colazione è qui:
pancake e bacon per te. Avanti, alzati, comincio a sentirmi
solo qui fuori.» Mi dà una pacca sul sedere, facendomi
saltare e sollevare dal letto.
“Mmh…” La versione affettuosa di Christian.
Mentre mi stiracchio, sento dolori dappertutto… senza
dubbio il risultato di tutto il sesso, il ballo e il traballamento
su costose scarpe con il tacco alto. Barcollo fuori dal letto e
mi dirigo verso il sontuoso bagno, mentre ripenso agli
eventi del giorno prima. Quando ne esco, infilo uno dei
morbidissimi accappatoi che trovo appesi a un gancio di
ottone.
Leila, la ragazza che mi assomiglia. È la sconcertante
immagine evocata dal mio cervello in vena di congetture,
insieme alla sua inquietante presenza nella camera da letto
di Christian. Che cosa vuole? Me? Christian? Per fare
cosa? E perché diavolo mi ha rovinato la macchina?
Christian mi ha detto che avrò un’altra Audi, come tutte le
sue Sottomesse. Questo pensiero non mi piace. Ma visto
che sono stata così generosa con il denaro che lui mi
aveva dato, non posso farci molto.
Nel soggiorno della suite non c’è traccia di Christian. Lo
trovo nella sala da pranzo. Mi accomodo al tavolo,
apprezzando la pantagruelica colazione apparecchiata
davanti a me. Christian sta leggendo i giornali della
domenica e beve il caffè. Ha già finito di mangiare. Mi
sorride.
«Mangia. Avrai bisogno di tutte le tue forze oggi» mi
prende in giro.
«E perché? Vuoi chiudermi in camera da letto?» La mia
dea interiore si sveglia di soprassalto, tutta scarmigliata
come se avesse appena concluso una serata rovente.
«Per quanto l’idea mi alletti, pensavo di uscire. Di
prendere un po’ d’aria fresca.»
«Non sarà pericoloso?» chiedo con aria innocente,
cercando inutilmente di evitare il tono ironico.
Christian si oscura in volto e i suoi lineamenti si
irrigidiscono. «Il posto dove andremo è sicuro. Questo non
è uno scherzo» aggiunge severo.
Arrossisco e fisso la mia colazione. Non mi va di essere
rimproverata dopo tutto quello che ho passato ieri notte.
Mangio in silenzio, irritata.
Christian non scherza riguardo alla mia sicurezza,
questo dovrei saperlo. Vorrei alzare gli occhi al cielo, ma
mi trattengo.
Okay, sono stanca e irascibile. Ho avuto una giornata
lunga ieri e non ho dormito abbastanza. Perché invece lui
sembra sempre fresco come una rosa? La vita è ingiusta.
Qualcuno bussa alla porta.
«Questa dev’essere la dottoressa» bofonchia Christian,
punto ancora sul vivo dalla mia ironia. Si alza dal tavolo.
Non possiamo solo goderci una mattinata tranquilla?
Sospiro lasciando a metà la colazione e mi alzo per
accogliere la dottoressa Contraccettivo.
Siamo in camera da letto, e la dottoressa Greene mi
guarda a bocca aperta. È vestita in modo più casual
dell’ultima volta, con un twin-set di cashmere rosa pallido e
pantaloni neri, e i bei capelli biondi sono sciolti.
«E ha smesso di prenderla? Così di punto in bianco?»
Arrossisco, sentendomi incredibilmente stupida.
«Sì.» La mia voce potrebbe essere più flebile?
«Lei potrebbe essere incinta» dice pragmaticamente.
“Cosa?!” Il mondo mi cade addosso. Mi sembra quasi di
collassare, credo di essere sul punto di vomitare. “No!”
«Ecco, vada a fare pipì in questo.» È superprofessionale
oggi. Non guarda in faccia nessuno.
Prendo, remissiva, il piccolo contenitore di plastica che
mi porge e vado in bagno, stordita. No. No. “No.” Non è
possibile… Non è possibile… Per favore, no. No.
Che farebbe Christian? Impallidisco. Diventerebbe
matto.
“No, per favore!” sussurro in una preghiera silenziosa.
Passo alla dottoressa Greene il campione di urina e lei
ci infila un bastoncino bianco.
«Quando ha avuto l’ultimo ciclo?»
Come può pensare che sia in grado di ricordarmi certi
particolari quando tutto quello che riesco a fare è fissare
ansiosa il bastoncino bianco?
«Ehm… mercoledì? Non quello appena passato, quello
precedente. Il primo giugno.»
«E quando ha smesso di prendere la pillola?»
«Domenica. Domenica scorsa.»
Lei si morde le labbra.
«Dovrebbe essere a posto» dice tagliente. «Capisco
dalla sua espressione che una gravidanza non
programmata sarebbe una cattiva notizia. Perciò il
medrossiprogesterone è una buona idea se non riesce a
ricordarsi di prendere la pillola tutti i giorni.» Mi guarda
severa, e io tremo sotto il suo piglio autoritario. Poi afferra
il bastoncino bianco e lo scruta.
«Lei è salva. Non ha ancora ovulato, perciò, se avete
preso adeguate precauzioni, non dovrebbe essere incinta.
Ora, lasci che le parli di questa iniezione. L’altra volta
l’avevamo scartata per via dei suoi effetti collaterali, ma
francamente l’effetto collaterale di un bambino ha una
portata molto più ampia e duratura.» Sorride, compiaciuta
di quella piccola battuta, ma io non riesco a ribattere. Sono
troppo scioccata.
La dottoressa si lancia in un lungo discorso sugli effetti
collaterali, e io rimango lì seduta, paralizzata e sollevata al
tempo stesso, senza ascoltare una parola. Credo che
potrei tollerare un numero infinito di estranee accanto al
mio letto, piuttosto che confessare a Christian l’eventualità
di una gravidanza.
«Ana!» La dottoressa Greene schiocca le dita.
«Facciamo questa cosa.» Mi trascina fuori dalle mie
fantasticherie, e io mi arrotolo di buon grado la manica.
Christian chiude la porta dietro di lei e mi guarda con
diffidenza. «Tutto a posto?» mi chiede.
Io annuisco in silenzio, e lui piega il capo di lato, il volto
teso e preoccupato.
«Anastasia, cosa succede? Che cosa ti ha detto la
dottoressa Greene?»
Scuoto la testa. «Tra sette giorni avrai il via libera»
bofonchio.
«Sette giorni?»
«Sì.»
«Ana, cosa c’è che non va?»
Deglutisco. «Non c’è nulla di cui preoccuparsi. Per
favore, Christian, lascia perdere e basta.»
Lui si piazza minacciosamente di fronte a me. Mi afferra
il mento, facendomi piegare indietro la testa, e mi fissa
negli occhi, scrutandomi a fondo e cercando di decifrare il
mio panico.
«Dimmelo» mi esorta con insistenza.
«Non c’è niente da dire. Vorrei vestirmi.» Giro la testa di
lato, per sottrarmi alla sua presa.
Lui sospira e si passa una mano tra i capelli,
aggrottando la fronte. «Facciamo la doccia» dice alla fine.
«Certo» borbotto io, distratta, e lui fa una smorfia con la
bocca.
«Vieni» mi dice imbronciato, afferrando con forza la mia
mano. Si dirige a grandi passi verso il bagno e io lo seguo.
Non sono l’unica di cattivo umore, a quanto pare. Christian
apre l’acqua della doccia e si sveste rapidamente, prima
di voltarsi verso di me.
«Non so cosa ti abbia turbata, o se tu sia di malumore
solo per la mancanza di sonno» mi dice slacciandomi
l’accappatoio. «Ma voglio che tu me lo dica. La mia
immaginazione sta già galoppando, e non mi piace.»
Io alzo gli occhi al cielo, e lui mi fissa truce. “Oh, no!
Okay… si parte.”
«La dottoressa Greene mi ha rimproverata di non aver
preso la pillola. Ha detto che avrei potuto essere incinta.»
«Cosa?» Impallidisce e si blocca, mentre mi fissa.
«Ma non lo sono. Mi ha fatto fare il test. È stato uno
shock, tutto qui. Non posso credere di essere stata così
stupida.»
Lui si rilassa visibilmente. «Sei sicura di non esserlo?»
«Sì.»
Fa un profondo sospiro di sollievo. «Bene. Sì, capisco
che notizie simili possano essere molto sconvolgenti.»
Sconvolgenti? «Ero più preoccupata della tua
reazione.»
Lui corruga la fronte mentre mi guarda, perplesso. «La
mia reazione? Be’, naturalmente sono sollevato… Sarebbe
stato il massimo della trascuratezza e della maleducazione
da parte mia se ti avessi messo incinta.»
«Allora forse dovremmo astenerci» ribatto.
Mi fissa per un momento, sbalordito, come se stessi
facendo un esperimento scientifico su di lui. «Sei proprio
di cattivo umore stamattina.»
«È stato uno shock, tutto qui» ripeto, infastidita.
Afferrando il bavero del mio accappatoio, lui mi attira in
un abbraccio caloroso, mi bacia i capelli, mi preme la testa
contro il suo petto. I peli mi solleticano la guancia,
distraendomi dai miei pensieri. Oh, se solo potessi
strofinarmi contro di lui!
«Ana, non sono abituato a questo» mormora. «La mia
naturale inclinazione sarebbe quella di picchiarti, ma dubito
seriamente che tu lo vorresti.»
«No, non voglio.» Mi stringo forte a lui, e rimaniamo così
per un’eternità, in uno strano abbraccio. Lui nudo e io
avvolta nell’accappatoio. Sono di nuovo annientata dalla
sua onestà. Non sa proprio nulla di relazioni normali, e
neppure io, a parte quello che ho imparato da lui. Be’, mi
chiede fiducia e pazienza; forse dovrei fare altrettanto.
Si scosta da me e mi toglie l’accappatoio. Lo seguo,
sollevando il viso sotto il getto d’acqua. C’è abbastanza
spazio per due in quella doccia gigantesca. Christian
prende lo shampoo e inizia a lavarsi i capelli. Poi me lo
passa e io faccio lo stesso.
“Oh, come si sta bene!” Chiudo gli occhi e mi lascio
avvolgere dalla piacevolezza dell’acqua calda. Mentre mi
sciacquo via lo shampoo, sento le sue mani su di me, che
mi insaponano: le spalle, le braccia, sotto le ascelle, il
seno, la schiena. Con gentilezza, mi fa voltare e mi attira a
sé mentre continua a frizionare il mio corpo, l’addome, la
pancia, poi le sue dita esperte si infilano tra le mie gambe,
mmh… il mio sedere. Oh, è bello e così intimo. Mi fa
voltare ancora, in modo che lo guardi in faccia.
«Ecco» mi dice calmo, consegnandomi il
bagnoschiuma. «Voglio che mi lavi via quel che rimane del
rossetto.»
Lo guardo confusa. Lui mi fissa attentamente, bagnato e
bellissimo. I suoi splendidi occhi grigi non rivelano nulla.
«Non ti allontanare tanto dalla riga, per favore» mormora
secco.
«Okay» replico piano, cercando di assorbire l’enormità
di ciò che mi ha appena chiesto di fare: toccarlo ai margini
delle sue zone off-limits.
Mi verso un po’ di bagnoschiuma sul palmo, sfrego una
mano contro l’altra per creare la schiuma e poi le appoggio
entrambe sulle sue spalle e con movimenti leggeri lavo via
la riga di rossetto. Lui si irrigidisce e chiude gli occhi, il
volto impassibile, ma ha il fiato corto, e so che stavolta non
è desiderio ma paura. Mi fa male.
Con mani tremanti, seguo la linea che gli scende sul
petto, insaponando e frizionando dolcemente, e lui
deglutisce, la mascella che si tende e i denti che si
serrano. Mi si stringono il cuore, e la gola. “Oh, no, sto per
piangere.”
Mi fermo per versarmi altro bagnoschiuma nella mano e
lo sento rilassarsi. Non posso guardarlo. Non posso
sopportare la sua sofferenza. È troppo. Deglutisco.
«Sei pronto?» mormoro e la tensione è palpabile nella
mia voce.
«Sì» sussurra, con la voce roca, venata di paura.
Gli appoggio delicatamente le mani su entrambi i lati del
torace, e lui si irrigidisce di nuovo.
È troppo. Sono sopraffatta dalla fiducia che ha in me,
sopraffatta dalla sua paura, dal danno subito da
quest’uomo bellissimo, imperfetto, questo angelo caduto.
Le lacrime mi riempiono gli occhi e scivolano giù per il
mio viso, perdendosi nell’acqua della doccia. “Oh,
Christian! Chi ti ha fatto questo?”
Il suo diaframma si muove rapidamente a ogni respiro
faticoso, il suo corpo è rigido ed emana tensione mentre le
mie mani si muovono lungo la linea, cancellandola. Se solo
potessi cancellare anche il suo dolore, lo farei. Farei
qualsiasi cosa. E non desidero niente di più che baciare
ogni sua singola cicatrice, baciare e cancellare quegli anni
orrendi di abbandono. Ma so di non poterlo fare, e le
lacrime scorrono incontrollate sulle mie guance.
«No, per favore, non piangere» mormora lui, la voce
angosciata mentre mi stringe tra le braccia. «Per favore,
non piangere per me.»
E io scoppio in singhiozzi, nascondendo il viso contro il
suo collo, mentre penso a quel bambino perso in un mare
di paura e di dolore, terrorizzato, trascurato, abusato…
ferito al di là di ogni sopportazione.
Scostandosi, mi prende la testa tra le mani, me la fa
sollevare e si china su di me per baciarmi.
«Non piangere, Ana, per favore» mormora contro la mia
bocca. «È stato tanto tempo fa. Desidero ardentemente
che mi tocchi, ma non riesco a tollerarlo. È troppo. Per
favore, per favore, non piangere.»
«Anch’io ti voglio toccare. Più di quanto tu possa capire.
Vederti così… così ferito e spaventato, Christian… mi fa
davvero male. Ti amo così tanto.»
Lui mi accarezza le labbra con il pollice. «Lo so. Lo so»
sussurra.
«Sei una persona facile da amare. Non lo vedi?»
«No, piccola, non lo vedo.»
«Eppure lo sei. E io ti amo e così pure la tua famiglia. Ed
Elena e Leila, anche se hanno uno strano modo di
dimostrarlo. Ma ti amano. Tu ne sei degno.»
«Basta.» Mi mette il dito sulle labbra e scuote la testa,
un’espressione angosciata sul viso. «Non posso starti a
sentire. Io non sono niente, Anastasia. Sono il guscio di un
uomo. Io non ho un cuore.»
«Sì che ce l’hai. E io lo voglio, lo voglio tutto. Tu sei una
bella persona, Christian, davvero una bella persona. Non
dubitarne mai. Guarda ciò che hai fatto… tutti i risultati che
hai raggiunto.» Singhiozzo. «Guarda quello che hai fatto
per me, quello a cui hai voltato le spalle per me» sussurro.
«Lo so. So che cosa provi per me.»
Lui mi guarda, gli occhi spalancati, terrorizzati. L’unico
rumore è lo scrosciare costante dell’acqua che scorre su di
noi.
«Tu mi ami» mormoro.
I suoi occhi si spalancano ancora di più. Apre la bocca.
Fa un respiro profondo, come per scaricarsi. Ha l’aria
torturata… vulnerabile.
«Sì» sussurra. «Ti amo.»

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