Presentazione “Esteban” di Amélie

Buona sera sfumature, la regina del Dark ritorna con un nuovo appassionante libro.

Si chiama “Esteban” ed a breve potremo leggerlo.

Vi lascio la cover, trama e un piccolo estratto che la nostra Amèlie ha regalato a noi lettori.

∼♥♥♥∼

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TITOLO: Esteban (Luces y Sombras #1)

AUTORE: Amélie

AMBIENTAZIONE: Spagna, 2008-2012

GENERE: erotico/dark

DATA DI PUBBLICAZIONE: luglio 2016

TRAMA: Marisol Delgado non ha mai potuto contare sulla sua famiglia: i genitori, ma soprattutto il fratello maggiore, Leon, l’hanno sempre trattata male senza un motivo apparente, considerandola un’estranea. Una notte, però, Leon si spinge oltre il limite, picchiando la sorella senza alcuna pietà. Ogni micidiale colpo di cintura le porta via un pezzetto d’anima, finché non ne rimane traccia. Dopo quella notte, Marisol non sente più niente. Tre anni dopo, la situazione non è cambiata. Solo alcol e sesso riescono a farle provare qualcosa che non sia il solito torpore. Stanchi dei suoi eccessi, i genitori decidono di sbatterla fuori di casa, iscrivendola al Collegio di Oviedo. Qui, Marisol rischia di morire a causa di un incidente. A salvarla è un misterioso ragazzo di nome Esteban. Durante quel breve incontro, nel quale non è riuscita neanche a vederlo in faccia, Marisol sente sbocciare un’emozione imprevista e capisce all’istante che lui è la chiave per ritrovare la sua anima perduta. Inizia a seguirlo e viene a sapere che vive rinchiuso da anni in un’ala del collegio e che una tragedia legata al suo passato gli ha lasciato cicatrici profonde nell’anima e sul volto, celato da una maschera d’argento. Esteban è un ragazzo distrutto, che conosce solo la solitudine e le tenebre, e in lui Marisol percepisce uno spirito affine. Inoltre, è ammaliata da quei magnifici occhi verdi screziati d’ambra, colmi di segreti dolorosi, da quei lunghi capelli neri, lisci e luminosi come seta, da quella voce profonda e vellutata, capace di scaldarle il cuore. Anche Esteban perde la testa per lei, ma teme di offuscare la sua luce con la propria oscurità, così la respinge. Alla fine, però, non possono fare a meno di stare insieme e i due iniziano a vedersi di notte, quando il resto del collegio è addormentato, abbandonandosi alla passione. Marisol si sente felice e completa per la prima volta in vita sua e lo stesso vale per Esteban, ma la loro relazione clandestina non è destinata a durare, perché una scioccante scoperta cambierà le carte in tavola e quello che era cominciato come un sogno, si trasformerà in un vero incubo.

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**ATTENZIONE**

Quest’opera contiene descrizioni di rapporti sessuali e scene violente, quindi se ne consiglia la lettura a un pubblico rigorosamente adulto.

ESTRATTO: Leon scese dall’auto ed entrò in casa, sbattendo con forza la porta. Mi concessi dei bei respiri profondi e poi salii in sella alla bici, uscendo dal mio nascondiglio sicuro e sentendone subito la mancanza. Appena fui abbastanza lontana da casa, accesi la torcia e percorsi le strette vie lastricate che si snodavano tra le grandi case, belle e curate sin nei minimi dettagli, tanto da essere fonte di attrazione per i turisti che sceglievano di visitare la provincia di Navarra. Superai il ponte medievale, che si ergeva maestoso sul fiume Anduña, e presto mi ritrovai all’ingresso della foresta d’Irati, a imboccare il sentiero principale, che conduceva al suo cuore. Mi fermai di colpo, spalancando gli occhi e le orecchie. Gli alberi erano talmente fitti da impedire alla luce lunare di filtrare. Non riuscivo a scorgere neanche un fazzoletto di cielo e questo mi gettò nel panico più assoluto. Mi sentivo in trappola con quella coltre di vegetazione sospesa sulla mia testa come una spada di Damocle. Deglutii, stringendo forte il manubrio della bici. Lo scroscio delle acque dei ruscelli e del fiume si fondeva con lo scalpiccio di alcuni zoccoli. All’improvviso un gufo emise il suo verso sinistro e mi sfuggì un grido, che riecheggiò a lungo intorno a me, zittendo la fauna. Mi passai una mano sulla fronte, madida di sudore nonostante il freddo gelido che superava la barriera dei vestiti, penetrandomi sin nelle ossa.

Marisol, non avere paura. Il bosco non è tuo nemico. Lo conosci e lui conosce te. Ti lascerà passare senza ostacolarti.

E così, ripresi a pedalare lungo il sentiero, soffocando un urlo di gioia quando intravidi il capanno. Lasciai la bici e aprii la pesante porta di legno. La torcia rischiarò l’ambiente quel tanto che bastava a permettermi d’individuare la posizione del ragazzo. Era in piedi, legato a un grosso palo. Aveva il capo che gli penzolava sul petto e i lunghi capelli scuri, che calavano davanti al suo viso, oscillavano a ogni respiro affannoso. I vestiti erano strappati in più punti, rivelando la pelle lacerata, e qualcosa gocciolava vicino alle sue scarpe. Sangue. Leon l’aveva ferito alla guancia con un coltello e probabilmente aveva bisogno di punti. Singhiozzai e in quel momento lui si ridestò, emettendo un gemito. Mi avvicinai con passo titubante, divisa tra la pena per il ragazzo e il disgusto nei confronti di mio fratello e della sua diabolica banda di amici.

«Non… Non ti sei… ancora stancato di… massacrarmi?» disse, con un filo di voce.

Lo guardai a lungo prima di poggiargli una mano sulla spalla. Trasalì ed io con lui. Non mi sembrava di averlo mai visto, ma aveva il volto talmente tumefatto e la luce era così fioca, che avrei anche potuto sbagliarmi.

«Non temere. Non voglio farti del male» sussurrai, spostandomi alle sue spalle.

«Chi… sei?».

«Non ha importanza. Adesso ti libero».

Gli slegai i polsi e poi le caviglie e lo sostenni prima che crollasse in ginocchio. Lo aiutai a sedersi, appoggiandogli la schiena alla trave.

«Torno subito» lo rassicurai.

Andai a prendere l’acqua e tornai da lui, accovacciandomi al suo fianco.

«Vuoi un po’ d’acqua?»

Aprì la bocca e la richiuse di scatto, facendo una smorfia di dolore. Stava soffrendo come un cane ed io mi sentii in colpa per il solo fatto di avere lo stesso sangue di Leon nelle vene. Premetti con delicatezza l’imboccatura della bottiglia sulle sue labbra e lui le schiuse, lasciando che gli dessi da bere. Era la prima volta che mi prendevo cura di qualcuno che non fossi io stessa, perciò l’incertezza mi dilaniava, rendendo impacciati i miei gesti. Quando girò appena il viso da un lato, allontanai la bottiglia. Gli scostai una ciocca di capelli dalla fronte e stavolta non trasalì. Ora sapeva che con me era al sicuro e mi si strinse il cuore.

«Credevo che sarebbe bastato slegarti, ma non riesci neanche a reggerti in piedi. Come faccio a portarti via di qui?».

Non potevo trasportarlo di peso per chilometri, perché ero troppo gracile. Non avevo un cellulare con me per chiedere aiuto a qualcuno, perché i miei genitori non volevano comprarmelo. Gli tastai le tasche, sperando che lui lo avesse, ma rimasi delusa. Il mio intervento era stato inutile. Riflettei per qualche secondo e trovai un’unica soluzione.

«Ascoltami. La cosa migliore è che io torni a casa e telefoni alla polizia, dicendogli di venirti a prendere».

«No. Ni… Niente po… lizia».

«Perché?».

Mi ricordai che Leon lo aveva accusato di furto e sussultai. Forse era vero e quindi temeva di essere arrestato. Se aveva rapporti con mio fratello e i suoi amici, poteva anche essere peggiore di loro. Per quale motivo non ci avevo pensato prima? Ero una stupida. Lo osservai, ancora e ancora, ma qualcosa mi diceva che lui non era cattivo. Mi fidavo, senza neanche conoscerlo. Ero proprio una stupida.

«Allora dimmi cosa fare. Devo tornare a casa e chiamare l’ambulanza? La tua famiglia?».

«Va… Vattene».

Mi pietrificai.

«Sei impazzito? Non posso lasciarti da solo in questo stato!» affermai, con veemenza.

Si passò la lingua sulle labbra spaccate.

«Vai… via. Hai già… fatto molto… per me. Appena mi… sarò ripreso… me ne andrò».

«No, non se ne parla» insistetti, sconvolta.

La sua mano strisciò a terra, avvicinandosi alla mia coscia. Voleva che gliela stringessi e lo accontentai, intrecciando le dita alle sue. Un calore mai sperimentato prima, accese il mio corpo, facendomi battere più forte il cuore. Che cosa mi stava succedendo?

«Non… Non so chi sei, né come… facessi a sapere che… ero qui, ma ti… ringrazio. Starò bene. Te lo… prometto. Il tuo sacrificio non… sarà sprecato» disse, sforzandosi a ogni singola parola.

Avrei tanto voluto guardarlo negli occhi per capire se fosse sincero o no, ma lui li teneva chiusi, troppo debole per restituirmi lo sguardo.

«Vai via» ripeté, mentre le prime lacrime m’inondavano il viso.

Una parte di me voleva esaudire la sua richiesta, mentre l’altra moriva al solo pensiero di abbandonarlo.

«Io… Mi stai chiedendo l’impossibile» confessai, aumentando la stretta intorno alla sua mano.

«Lo… so, ma devi fare come… ti dico. Per favore».

«No» singhiozzai.

«Ti prego. Mi… salverò».

Mi asciugai le lacrime con il dorso della mano. Capii di non avere altra scelta, perché lui non me la stava lasciando.

«Me lo giuri?» gli chiesi.

«Te lo… giuro».

 

 

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