Rilettura ” 50 Sfumature di nero ” Capitolo 1

Eccomi sfumature.

A seguito di questa nuova iniziativa, faremo insieme questa lettura settimanale di 50 sfumature di nero.  🙂

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Lui è tornato. La mamma sta dormendo o sta di nuovo male. Io mi nascondo, rannicchiandomi sotto il tavolo della cucina. Attraverso le dita riesco a vedere la mamma. Dorme sul divano. Tiene la mano sul tappeto verde appiccicoso. Lui indossa gli stivaloni con la fibbia lucente e si china su di lei urlando. Picchia la mamma con una cintura. “Alzati! Alzati! Sei una maledetta troia. Sei una maledetta troia. Sei una maledetta troia. Sei una maledetta troia. Sei una maledetta troia. Sei una maledetta troia.” La mamma singhiozza. “Fermati. Per favore, fermati.” La mamma non urla. La mamma si raggomitola facendosi piccola piccola. Io mi metto le dita nelle orecchie e chiudo gli occhi. Il rumore cessa. Lui si gira e vedo i suoi stivali che entrano in cucina con passo pesante. Mi sta cercando. Si china e sorride. Ha un odore nauseante. Di sigarette e di liquori. “Eccoti qua, piccolo stronzo.” Un urlo agghiacciante lo sveglia. Cristo! È fradicio di sudore e il cuore gli batte a mille. Balza a sedere sul letto e si prende la testa tra le mani. “Cazzo, sono tornati. Il rumore ero io.” Fa un respiro profondo per calmarsi, cercando di liberarsi la mente e le narici dal puzzo di bourbon scadente e di Camel stantie.

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Presentazione standard1

Sono sopravvissuta al terzo giorno “dopo Christian” e al mio primo di lavoro. È stata una gradita distrazione. Il tempo si è dissolto in una nube di volti nuovi, cose da fare, e Mr Jack Hyde. Mr Jack Hyde… mi sorride, i suoi occhi azzurri luccicano, mentre si china sulla mia scrivania. «Ottimo lavoro, Ana. Credo che diventeremo una grande squadra.» Riesco a piegare le labbra in una specie di sorriso. «Ora me ne vado, se per te va bene» mormoro. «Certo, sono le cinque e mezzo. Ci vediamo domani.» «Buona serata, Jack.» «Buona serata, Ana.» Fuori, nell’aria del tardo pomeriggio di Seattle, faccio un bel respiro. Non riempie affatto il vuoto che ho dentro e che sento da sabato mattina, un buco doloroso che mi ricorda la mia perdita. Cammino verso la fermata dell’autobus a testa bassa, fissandomi i piedi, e rifletto sul fatto che non ho più la mia adorata Wanda, il vecchio Maggiolino, né l’Audi. Reprimo subito quel pensiero. No. Non pensare a lui. Certo, posso permettermi una macchina, una bella macchina nuova. Sospetto che sia stato più che generoso nel compilare l’assegno, e il pensiero mi lascia l’amaro in bocca, ma lo caccio via e cerco di tenere la mente più ovattata e vuota possibile. Non posso pensare a lui. Non voglio iniziare a piangere. Non qui, per la strada. L’appartamento è vuoto. Kate mi manca, e la immagino sdraiata su una spiaggia a Barbados mentre sorseggia un cocktail ghiacciato. Accendo la tivù in modo che un po’ di rumore riempia il silenzio e mi dia una parvenza di compagnia, ma non ascolto né guardo. Mi siedo e fisso assente il muro di mattoni. Sono vuota. Non provo altro che dolore. Per quanto tempo riuscirò a sopportarlo? Il suono del citofono mi fa trasalire, e il mio cuore manca un battito. Chi può essere? «Una consegna per Miss Steele» dice una voce annoiata e incorporea, e la delusione mi annienta. Scendo fiaccamente le scale e trovo un ragazzo appoggiato al portone che mastica rumorosamente un chewing-gum, reggendo una grande scatola. Firmo la ricevuta e porto il pacco di sopra. È voluminoso, ma sorprendentemente leggero. Dentro ci sono due dozzine di rose bianche a gambo lungo e un biglietto.

Congratulazioni per il tuo primo giorno di lavoro. Spero che sia andato tutto bene. E grazie per l’aliante. È stato un pensiero molto carino. Ha un posto d’onore sulla mia scrivania. Christian

Fisso il biglietto scritto al computer, il buco nel mio petto si espande. Senza dubbio è stata la sua assistente a spedirlo. Probabilmente Christian non ha nemmeno visto i fiori. Fa troppo male pensarci. Osservo le rose. Sono bellissime e non riesco a decidermi a buttarle nella pattumiera. Per senso del dovere, vado in cucina e cerco un vaso. E così si sviluppa uno schema: svegliarsi, lavorare, piangere, dormire. Be’, cercare di dormire. Non posso sfuggirgli neanche nei sogni. Ardenti occhi grigi, il suo sguardo smarrito, i suoi capelli ramati, tutto mi perseguita. E la musica… così tanta musica. Non sopporto di ascoltare alcun tipo di musica. Sto attenta a evitarla a ogni costo. Perfino i jingle pubblicitari mi fanno rabbrividire. Non ho parlato con nessuno, neppure con mia madre o Ray. Non ho la forza di perdermi in chiacchiere ora. Non voglio saperne. Sono diventata un’isola. Una terra distrutta, devastata, dove non cresce più niente e gli orizzonti sono desolati. Sì, questa sono io. Posso interagire in modo impersonale in ufficio, ma niente di più. Se parlassi con la mamma, so che potrei spezzarmi ancora. E non è rimasto più niente da spezzare. Trovo difficile mangiare. Mercoledì, a pranzo, sono riuscita a mandare giù uno yogurt ed è stata la prima cosa che ho mangiato da venerdì. Sopravvivo grazie a una ritrovata tolleranza per il caffellatte e per la Diet Coke. È la caffeina che mi tiene in piedi, ma mi rende ansiosa. Jack ha iniziato a starmi addosso. Mi irrita. Mi fa domande personali. Che cosa vuole? Io sono gentile, ma devo tenerlo a distanza. Mi siedo e inizio a esaminare una pila di corrispondenza indirizzata a lui, e questo lavoro ripetitivo è una piacevole distrazione. Il segnale sonoro mi avverte dell’arrivo di una mail. Controllo subito chi mi ha scritto. “Merda.” Un messaggio di Christian. “Oh, no, non qui… non al lavoro.”

Da: ChristianGrey

A: Anastasia Steele

Data: 8 giugno 2011 14.05

Oggetto: Domani

Cara Anastasia, perdona questa intrusione al lavoro. Spero che stia andando bene. Hai ricevuto i miei fiori? Ho visto che domani ci sarà l’inaugurazione della mostra del tuo amico alla galleria, e sono sicuro che non hai avuto il tempo di comprare una macchina. La strada è lunga. Sarei più che felice di accompagnartici io, se tu lo volessi. Fammi sapere. ChristianGrey Amministratore delegato,GreyEnterprises Holdings Inc

Gli occhi mi si riempiono di lacrime. Mi alzo precipitosamente dalla scrivania e scappo in bagno. La mostra di José. Me ne ero completamente dimenticata, e avevo promesso di andarci. “Merda, Christian ha ragione: come arrivo fin là?” Mi sfrego la fronte con una mano. Perché José non ha telefonato? Ora che ci penso… perché nessuno ha telefonato? Sono stata così distratta che non ho notato che il mio cellulare è rimasto muto. “Merda! Che idiota sono!” Ho lasciato impostata la deviazione delle chiamate sul BlackBerry. Le mie telefonate stanno arrivando a Christian… A meno che lui non abbia buttato via il BlackBerry. Come ha fatto ad avere la mia mail? Sa che numero di scarpe porto. Un indirizzo di posta elettronica non rappresenta certo un problema per lui. Posso rivederlo? Riuscirei a sopportarlo? Voglio rivederlo? Chiudo gli occhi e getto indietro la testa mentre il dolore e il desiderio mi trapassano come una lancia. Certo che voglio. Forse, forse posso dirgli che ho cambiato idea… No, no, no. Non posso stare con qualcuno che prova piacere nell’infliggermi dolore, qualcuno che non può amarmi. Ricordi strazianti scorrono fulminei nella mia mente: l’aliante, le sue mani che mi tengono, i baci nella vasca da bagno, la sua gentilezza, l’umorismo, e il suo sguardo torbido, cupo e sexy. Mi manca. Sono passati cinque giorni, cinque giorni di agonia che mi sono parsi un’eternità. Mi stringo forte le braccia intorno al corpo, tenendomi insieme. Lui mi manca. Mi manca davvero… Lo amo. Semplice. “Anastasia Steele, sei al lavoro!” Devo essere forte, ma voglio andare alla mostra di José e, nel profondo, la masochista che è in me vuole vedere Christian. Faccio un bel respiro e torno alla scrivania.

Da: Anastasia Steele

A: ChristianGrey

Data: 8 giugno 2011 14.25

Oggetto: Domani

Ciao,Christian, grazie per i fiori. Sono bellissimi. Sì, gradirei un passaggio. Grazie. Anastasia Steele Assistente di JackHyde,Direttore editoriale, SIP

Controllo il telefono e scopro che effettivamente è ancora impostato per deviare le chiamate sul BlackBerry. Jack è in riunione, così chiamo velocemente José. «Ciao, José, sono Ana.» «Ciao, straniera.» Il suo tono è così caldo e amichevole che quasi mi metto a piangere. «Non posso parlare molto. A che ora devo essere lì domani per la tua mostra?» «Vieni?» Sembra eccitato. «Sì, certo.» Sorrido. È il mio primo sorriso sincero dopo cinque giorni. Mi immagino quello ampio di José. «Sette e mezzo.» «Ci vediamo domani. Ciao, José.» «Ciao, Ana.»

Da: ChristianGrey

A: Anastasia Steele

Data: 8 giugno 2011 14.27

Oggetto: Domani

Cara Anastasia, a che ora passo a prenderti? ChristianGrey Amministratore delegato,GreyEnterprises Holdings Inc

 

Da: Anastasia Steele

A: ChristianGrey

Data: 8 giugno 2011 14.32

Oggetto: Domani

L’inaugurazione è alle 19.30. Ache ora suggerisci? Anastasia Steele Assistente di JackHyde,Direttore editoriale, SIP

Da: ChristianGrey

A: Anastasia Steele

Data: 8 giugno 2011 14.34

Oggetto: Domani

Cara Anastasia, Portland è piuttosto lontana. Posso venire a prenderti alle 17.45. Non vedo l’ora di incontrarti. ChristianGrey Amministratore delegato,GreyEnterprises Holdings Inc.

“Oddio.” Vedrò Christian, e per la prima volta in cinque giorni il mio umore migliora impercettibilmente e mi concedo di pensare a come sia stato lui. Gli sono mancata? Probabilmente non tanto quanto lui è mancato a me. Avrà trovato una nuova Sottomessa? Il pensiero è così penoso che lo abbandono immediatamente. Guardo la pila di corrispondenza che devo esaminare per Jack e l’affronto, mentre cerco di spingere di nuovo Christian fuori dalla mia mente. Quella notte, a letto, mi giro e mi rigiro, di dormire. È la prima volta che non piango fino a addormentarmi. Con gli occhi della mente visualizzo il volto di Christian com’era l’ultima volta che l’ho visto, quando ho lasciato il suo appartamento. La sua espressione tormentata mi perseguita. Ricordo che non voleva che me ne andassi, il che era strano. Come sarei potuta rimanere quando le cose erano arrivate a una tale impasse? Entrambi giravamo intorno ai nostri problemi: alla mia paura delle punizioni, alla sua paura di… di cosa? Dell’amore? Mi giro sul fianco e abbraccio il cuscino, sopraffatta da una tristezza schiacciante. Pensa di non meritare di essere amato. Perché si sente così? Ha qualcosa a che vedere con la sua infanzia? Con la sua madre naturale, la prostituta drogata? I pensieri mi tormentano fino alle prime ore del mattino, quando finalmente cado in un sonno frammentato ed esausto. La giornata si trascina lentamente, e Jack è insolitamente premuroso. Sospetto che sia per via dell’abito color prugna e degli stivali neri con il tacco alto che ho preso dall’armadio di Kate, ma non mi soffermo troppo su questo pensiero. Ho deciso che con il primo stipendio andrò a fare shopping. Il vestito mi sta più largo ultimamente, ma faccio finta di niente. Finalmente arrivano le cinque e mezzo. Prendo la giacca e la borsa, cercando di tenere a freno il nervosismo. “Sto per vederlo!” «Hai un appuntamento, stasera?» mi chiede Jack, passando davanti alla mia scrivania per uscire. «Sì. No. Non un vero appuntamento.» Lui alza un sopracciglio, il suo interesse chiaramente stuzzicato. «Un fidanzato?» Arrossisco. «No, un amico. Un ex fidanzato.» «Magari domani ti andrebbe di uscire a bere qualcosa dopo il lavoro… La tua prima settimana è stata formidabile, Ana. Dobbiamo festeggiare.» Sorride e la sua espressione rivela un’emozione che non gli avevo mai visto, facendomi sentire strana. Si mette le mani in tasca e si allontana. Io aggrotto la fronte. Andare a bere qualcosa con il capo: sarà una buona idea? Scuoto la testa. Devo affrontare una serata con Christian Grey. Come posso farcela? Corro in bagno per gli ultimi ritocchi. Fisso a lungo e intensamente il mio viso nel grande specchio. Come al solito sono pallida, con le occhiaie intorno agli occhi troppo grandi. Sembro scarna, tormentata. Vorrei sapermi truccare. Metto un po’ di mascara e di eyeliner e mi pizzico le guance, sperando di dar loro un po’ di colore. Mi sistemo i capelli in modo che ricadano ad arte sulla schiena. Faccio un respiro profondo. Deve bastare. Nervosa, attraverso l’ingresso, con un sorriso e un saluto a Claire, alla reception. Credo che lei e io potremmo diventare amiche. Jack sta parlando con Elizabeth. Con un ampio sorriso corre ad aprirmi la porta. «Dopo di te, Ana» mormora. «Grazie.» Gli sorrido imbarazzata. Taylor mi sta aspettando sul marciapiede. Apre la portiera della macchina. Io lancio un’occhiata esitante a Jack, che mi ha seguita fuori. Sta guardando sgomento il SUVAudi. Mi volto e salgo sul sedile posteriore. Lui è lì. Christian Grey. Indossa il completo grigio, senza cravatta, la camicia bianca aperta sul collo. I suoi occhi grigi brillano. Mi si secca la bocca. Ha un aspetto magnifico, a parte lo sguardo corrucciato che mi rivolge. “Oh, no!” «Quand’è stata l’ultima volta che hai mangiato?» mi domanda con durezza, mentre Taylor chiude la portiera dietro di me. “Merda.” «Ciao, Christian. Anche per me è bello vederti.» «Lascia perdere la tua lingua biforcuta, adesso. Rispondimi.» I suoi occhi ardono. «Mmh… ho mangiato uno yogurt a pranzo. Ah… anche una banana.» «Quand’è stata l’ultima volta che hai mangiato un vero pasto?» mi chiede acido. Taylor mette in moto e si infila nel traffico. Alzo lo sguardo e Jack mi saluta con la mano, anche se non so come fa a vedermi attraverso il vetro scuro. Gli faccio un cenno di risposta. «Chi è quello?» ringhia Christian. «Il mio capo.» Guardo di sottecchi il bellissimo uomo accanto a me. La sua bocca è una linea dura. «Allora? L’ultimo pasto?» «Christian, davvero non ti riguarda» mormoro sentendomi straordinariamente coraggiosa. «Tutto quello che fai mi riguarda. Dimmelo.» “No, non è vero.” Emetto un gemito di frustrazione, alzando gli occhi al cielo, mentre Christian stringe i suoi a fessura. Per la prima volta, dopo tanto tempo, ho voglia di ridere. Cerco in ogni modo di soffocare la risata che minaccia di esplodere. L’espressione di Christian si ammorbidisce mentre io fatico a restare seria, e vedo l’ombra di un sorriso affiorare sulle sue bellissime labbra scolpite. «Dunque?» mi chiede, la voce più dolce. «Pasta alle vongole, venerdì scorso» mormoro. Lui chiude gli occhi mentre la rabbia e forse il rimpianto gli attraversano il viso. «Capisco» dice senza alcuna inflessione nella voce. «Hai l’aria di aver perso almeno tre chili, forse di più. Per favore,Anastasia, devi mangiare» mi rimprovera. Io fisso le dita che tengo intrecciate in grembo. Perché mi fa sempre sentire come una bambina colta in fallo? Si volta verso di me. «Come stai?» mi chiede, la voce di nuovo dolce. “Be’, veramente di merda…” Deglutisco. «Se ti dicessi che sto bene, mentirei.» Lui inspira seccamente. «Anch’io» mormora, poi allunga un braccio e mi prende la mano. «Mi manchi» aggiunge. “Oh, no.” Pelle contro pelle. «Christian, io…» «Ana, per favore. Dobbiamo parlare.» “Sto per mettermi a piangere.” No. «Christian… per favore… Ho pianto così tanto» sussurro, cercando di tenere sotto controllo le emozioni. «Oh, piccola, no.» Lui mi tira per la mano, e prima che me ne accorga sono seduta sulle sue ginocchia. Mi circonda con le braccia e affonda il naso tra i miei capelli. «Mi sei mancata così tanto, Anastasia» sospira. Vorrei divincolarmi da quella stretta, mantenere una certa distanza, ma le sue braccia mi trattengono. Mi stringe contro il suo petto. Mi sciolgo. “Oh, qui è dove voglio essere.” Appoggio la testa sul suo petto e lui mi bacia i capelli più volte. Sono a casa. Odora di lino, di ammorbidente, di bagnoschiuma, e del mio profumo preferito. Christian. Per un momento, mi concedo l’illusione che tutto andrà bene, e ciò placa la mia anima devastata. Qualche minuto dopo Taylor accosta, anche se siamo ancora in città. «Vieni.» Christian mi fa alzare dalle sue ginocchia. «Siamo arrivati.» “Cosa?” «L’elisuperficie… sul tetto di questo palazzo.» Christian getta un’occhiata all’edificio a mo’ di spiegazione. Certo. Charlie Tango. Taylor mi apre la portiera. Mi rivolge un sorriso caldo, benevolo, che mi fa sentire al sicuro. Gli sorrido a mia volta. «Dovrei restituirle il fazzoletto.» «Lo tenga pure, Miss Steele, con i miei migliori auguri.» Arrossisco mentre Christian fa il giro della macchina e mi prende per mano. Lancia un’occhiata interrogativa a Taylor, che lo fissa impassibile, senza rivelare nulla. «Nove?» gli chiede Christian. «Sì, signore.» Christian annuisce mentre si volta e mi conduce nel grandioso atrio del palazzo. Mi crogiolo nella sensazione della sua mano e delle sue abili dita intorno alle mie. Ecco la ben nota attrazione. Mi sento trascinare, Icaro verso il sole. Sono già rimasta scottata, eppure sono di nuovo qui. Raggiungiamo l’ascensore e lui preme il pulsante di chiamata. Lo guardo furtivamente, e gli vedo sulle labbra un mezzo sorriso enigmatico. Mentre le porte della cabina si aprono, mi lascia la mano e mi fa entrare. Le porte si chiudono e azzardo una seconda occhiata furtiva. Lui mi guarda, i suoi occhi grigi brillano, e l’attrazione elettrica è palpabile. Riesco quasi a sentirne il sapore, pulsa, ci spinge l’uno verso l’altra. «Oddio» ansimo mentre mi abbandono per un attimo all’intensità di questa energia viscerale, primitiva. «La sento anch’io» mi dice, lo sguardo ombroso e intenso. Un desiderio, oscuro e mortale, mi si addensa nel basso ventre. Christian mi afferra la mano e mi accarezza le nocche con il pollice, e tutti i miei muscoli si tendono deliziosamente dentro di me. “Come riesce ancora a farmi questo?” «Per favore, non morderti il labbro, Anastasia» mi sussurra. Alzo lo sguardo su di lui, liberando il labbro dai denti. Lo desidero. Qui, adesso, nell’ascensore. Come potrebbe essere altrimenti? «Sai che effetto mi fa» mormora. “Oh, ho ancora potere su di lui.” La mia dea interiore si riprende dopo cinque giorni di disperazione. Di colpo, le porte dell’ascensore si aprono, spezzando l’incantesimo, e siamo sul tetto. Tira vento e, nonostante la giacca, ho freddo. Christian mi mette un braccio intorno alla vita, attirandomi contro di sé, mentre camminiamo in fretta verso Charlie Tango, al centro della piattaforma, con le pale del rotore che girano lentamente. Un uomo alto, biondo, con la mascella squadrata, in un completo nero scende e, stando chinato, corre verso di noi. Stringe la mano di Christian e grida al di sopra del frastuono dell’elicottero. «Pronto a partire, signore. È tutto suo!» «Fatti i controlli di rito?» «Sì, signore.» «Verrà a riprenderlo intorno alle otto e mezzo?» «Sì, signore.» «Taylor l’aspetta fuori.» «Grazie, Mr Grey. Buon viaggio fino a Portland. Signora.» Mi saluta. Senza lasciarmi, Christian annuisce, si china e mi guida verso il portellone dell’elicottero. Una volta dentro, mi lega saldamente al sedile, stringendo forte le cinghie della cintura di sicurezza. Mi lancia un’occhiata d’intesa e il suo sorriso segreto. «Queste ti terranno al tuo posto» mormora. «Devo dire che mi piace vederti legata. Non toccare niente.» Io arrossisco fino a diventare scarlatta, e lui mi accarezza una guancia con l’indice prima di passarmi le cuffie. “Piacerebbe anche a me toccarti, ma non me lo lasceresti fare.” Lo guardo arrabbiata. D’altra parte, ha stretto così tanto le cinghie che a stento riesco a muovermi. Prende posto sul sedile accanto al mio e si allaccia la cintura, poi fa gli ultimi controlli prima del volo. È così competente. E così affascinante. Si infila le cuffie, preme un pulsante e le pale iniziano a girare più veloci, assordandomi. Voltandosi, mi lancia un’occhiata. «Pronta, piccola?» La sua voce riecheggia nella cuffia. «Sì.» Lui sorride. È il suo sorriso da ragazzino. “Wow, non lo vedevo da così tanto tempo.” «Sea-Tac torre di controllo, qui Charlie Tango, Golf… Golf Echo Hotel, autorizzato al decollo verso Portland, via PDX. Confermate, per favore. Passo.» La voce incorporea del controllore di volo risponde, impartendo istruzioni. «Ricevuto, torre di controllo, Charlie Tango pronto. Passo e chiudo.» Christian preme due pulsanti, afferra la leva, e l’elicottero si innalza lentamente e dolcemente nel cielo serale. Seattle e il mio stomaco si staccano da noi, e c’è così tanto da vedere. «Abbiamo inseguito l’alba, Anastasia, e ora inseguiamo il crepuscolo.» La sua voce mi arriva attraverso le cuffie. Mi giro e lo fisso a bocca aperta, sorpresa. Che cosa significa? Come fa a dire le cose più romantiche? Sorride e io non posso che ricambiare, timidamente. «Così come il sole di sera, c’è molto di più da vedere stavolta» dice. L’ultima volta che abbiamo volato su Seattle era buio, ma stasera la vista è spettacolare, letteralmente fuori dal mondo. Voliamo tra i palazzi più alti, salendo sempre di più. «L’Escala è laggiù.» Mi indica un edificio. «Il Boeing è là, e lì puoi vedere lo Space Needle.» Chino la testa. «Non ci sono mai stata.» «Ti ci porterò. Possiamo andarci a mangiare.» «Christian, noi abbiamo rotto.» «Lo so. Ma posso sempre portarti lì per nutrirti.» Mi lancia un’occhiata. Scuoto la testa e decido di non contrastarlo. «È bellissimo quassù, grazie.» «Impressionante, vero?» «È impressionante che tu riesca a fare questo.» «Mi stai adulando, Miss Steele? Io sono un uomo dai molti talenti.» «Ne sono pienamente consapevole, Mr Grey.» Si volta e mi fa un sorrisetto compiaciuto, e per la prima volta in cinque giorni mi rilasso un po’. Forse non sarà così male. «Come va il nuovo lavoro?» «Bene, grazie. È interessante.» «Com’è il tuo capo?» «Oh, lui è okay.» Come faccio a dire a Christian che Jack mi mette a disagio? Lui si volta e mi guarda. «Cosa c’è che non va?» mi chiede. «A parte l’ovvio, niente.» «L’ovvio?» «Oh, Christian, a volte sei veramente molto ottuso.» «Ottuso? Io? Non sono sicuro di gradire il tuo tono, Miss Steele.» «Be’, allora non farlo.» Le sue labbra si piegano in un sorriso. «Mi è mancata la tua lingua biforcuta.» Io sospiro e vorrei gridare: “Tu mi sei mancato. Tutto di te. Non solo la tua lingua!”. Ma rimango in silenzio e guardo fuori da quella boccia di vetro che è il parabrezza di Charlie Tango, mentre proseguiamo verso sud. Il crepuscolo è sulla nostra destra, il sole è basso all’orizzonte – grande, di un arancione fiero e fiammeggiante – e io sono di nuovo Icaro, che ci vola troppo vicino. Il crepuscolo ci segue da Seattle, e il cielo è inondato di sfumature opale, rosa e acquamarina intrecciate come solo Madre Natura sa fare. È una serata limpida e fresca, e le luci di Portland scintillano e ammiccano, dandoci il benvenuto mentre Christian fa scendere l’elicottero sull’elisuperficie. Siamo sul tetto dello stesso edificio di Portland da cui siamo decollati meno di tre settimane fa. Accidenti, è passato pochissimo tempo, eppure mi sembra di conoscere Christian da una vita. Lui spegne Charlie Tango, e alla fine riesco a sentire il mio respiro attraverso le cuffie. “Mmh…” Mi torna in mente in un flash la notte con la musica di Thomas Tallis. Impallidisco. Non voglio pensarci adesso. Christian si slaccia la cintura e si protende per liberare anche me. «Piaciuto il viaggio, Miss Steele?» La sua voce è dolce, i suoi occhi grigi ardono. «Sì, grazie, Mr Grey» replico educatamente. «Bene, andiamo a vedere le foto del ragazzo.» Mi tende la mano e io la prendo. Scendo dall’elicottero. Un uomo con i capelli grigi e la barba ci viene incontro, sorridendo calorosamente, e riconosco in lui la persona che ci ha accolti l’ultima volta che siamo stati qui. «Joe.» Christian sorride e lascia la mia mano per stringere con calore quella dell’uomo. «Tienilo al sicuro per Stephan. Verrà a prenderlo tra le otto e le nove.» «Sarà fatto, Mr Grey. Signora» dice, salutandomi con un cenno della testa. «La macchina l’aspetta di sotto, signore. Oh, l’ascensore è fuori servizio. Dovrete usare le scale.» «Grazie, Joe.» Christian mi prende la mano, e ci dirigiamo verso le scale di emergenza. «Sei fortunata che questo edificio ha solo tre piani, visti i tacchi» borbotta in tono di disapprovazione. Non sta scherzando. «Non ti piacciono gli stivali?» «Mi piacciono molto, Anastasia.» Il suo sguardo si incupisce e penso che stia per dire qualcos’altro, ma si ferma. «Vieni. Andremo piano. Non voglio che tu cada e ti rompa l’osso del collo.» Sediamo in macchina in silenzio, mentre l’autista ci porta alla galleria. La mia ansia è tornata, forte come non mai, e mi rendo conto che il tempo passato su Charlie Tango è stato una momentanea tregua. Christian è silenzioso e pensieroso… persino apprensivo. Il nostro umore più leggero di poco fa si è dissolto. Ci sono tante cose che vorrei dire, ma questo viaggio è troppo breve. Christian guarda fuori dal finestrino. «José è solo un amico» mormoro. Christian si volta e mi guarda, i suoi occhi sono cupi e attenti, non si lasciano sfuggire niente. La sua bocca… oh, la sua bocca è una fonte di distrazione così irresistibile. La ricordo su di me. Dappertutto. La mia pelle brucia. Lui si muove sul sedile e aggrotta la fronte. «Quei bellissimi occhi sono troppo grandi per il tuo viso, Anastasia. Per favore, dimmi che mangerai.» «Sì, Christian. Mangerò» replico automaticamente. «Dico sul serio.» «Ah, sì?» Non riesco a trattenere lo sdegno nella mia voce. Onestamente, l’audacia di quest’uomo… Quest’uomo che mi ha fatto passare l’inferno negli ultimi giorni. No, non è esatto. Sono stata io a ficcarmi in un inferno. No. È stato lui. Scuoto la testa, confusa. «Non voglio litigare con te, Anastasia. Ti rivoglio, e voglio che tu sia in salute» mi dice dolcemente. «Ma non è cambiato niente.» “Ci sono ancora le tue cinquanta sfumature di tenebra.” «Ne parleremo al ritorno. Siamo arrivati.» La macchina si ferma davanti alla galleria. Christian scende, lasciandomi senza parole. Mi apre la portiera, e io esco. «Perché fai questo?» La mia voce è più alta di quanto mi aspettassi. «Faccio cosa?» Christian è preso alla sprovvista. «Perché dici una cosa come quella e poi ti fermi.» «Anastasia, siamo arrivati. Siamo dove volevi essere. Facciamo questa cosa e poi parliamo. Non ho proprio voglia di fare una scenata in mezzo alla strada.» Mi guardo intorno. Ha ragione. È un luogo pubblico, troppo. Stringo le labbra, mentre lui mi osserva con aria truce. «Okay» borbotto imbronciata. Christian mi prende la mano e mi guida dentro l’edificio. Si tratta di un magazzino riconvertito: muri di mattoni, pavimenti di legno scuro, soffitti e tubature a vista bianchi. È spazioso e moderno, e c’è molta gente che si aggira, sorseggiando vino e ammirando il lavoro di José. Per un attimo i miei problemi si dissolvono mentre mi rendo conto che lui ha realizzato il suo sogno. “Vai così, José!” «Buonasera e benvenuti alla mostra di José Rodriguez.» Una giovane donna vestita di nero con i capelli castani corti, il rossetto rosso e grossi orecchini a cerchio ci dà il corti, il rossetto rosso e grossi orecchini a cerchio ci dà il benvenuto. Lancia una rapida occhiata a me, poi una molto più lunga del necessario a Christian, quindi torna a guardare me, sbattendo le palpebre mentre arrossisce. Aggrotto la fronte. “Lui è mio.” O lo era. Mi trattengo dal fulminarla con lo sguardo. Lei mi fissa, poi sbatte di nuovo le palpebre. «Oh, sei tu, Ana. Ci farà piacere conoscere la tua opinione su tutto questo.» Sorridendo, mi passa una brochure e mi fa strada verso un tavolo pieno di bevande e stuzzichini. Come fa a sapere il mio nome? «La conosci?» chiede Christian stupito. Scuoto la testa, ugualmente confusa. Lui si stringe nelle spalle, distratto. «Che cosa vuoi da bere?» «Un bicchiere di vino bianco, grazie.» Lui si acciglia, ma tiene a freno la lingua. «Ana!» José arriva facendosi largo tra la folla. “Accidenti!” Indossa un completo. Sta molto bene e mi sorride raggiante. Mi abbraccia, stringendomi forte. E tutto quello che riesco a fare è non scoppiare a piangere. Il mio amico. Lui è il mio unico amico mentre Kate è via. Gli occhi mi si riempiono di lacrime. «Ana, sono così felice che tu ce l’abbia fatta» mi sussurra nell’orecchio. All’improvviso mi scosta da sé e mi fissa. «Cosa c’è?» «Ehi, stai bene? Mi sembri… be’… strana. Dios mío, sei dimagrita?» Ricaccio indietro le lacrime… “No, anche tu!” «José, sto benissimo. Sono solo molto felice per te. Congratulazioni per la mostra.» Mi trema la voce nel vedere la preoccupazione sul suo volto così familiare, ma devo trattenermi. «Come sei arrivata qui?» mi chiede. «Mi ha portata Christian» dico, improvvisamente in apprensione. «Oh.» José si rabbuia e mi lascia. «Dov’è?» «Laggiù, a prendere da bere.» Indico Christian con un cenno della testa e noto che si sta intrattenendo con qualcuno, mentre aspetta in coda. In quel momento lui alza gli occhi e i nostri sguardi si incrociano. Mi sento paralizzata, mentre fisso quell’uomo di una bellezza impossibile che mi guarda con un’emozione imperscrutabile. Il suo sguardo è ardente, mi brucia dentro, e per un momento ci perdiamo l’uno nell’altra. “Oddio…” Quest’uomo mi rivuole, e nel profondo della mia anima sboccia lentamente una gioia dolce, come una campanula nell’alba appena sorta. «Ana!» José mi distoglie da questi pensieri, e mi riporta al presente. «Sono così contento che tu sia venuta. Senti, devo avvertirti…» L’arrivo di Miss Capelli Cortissimi e Rossetto Rosso gli impedisce di finire la frase. «José, la giornalista del “Portland Printz” è qui per parlarti. Vieni.» Mi rivolge un sorriso educato. «Fico, vero? La fama.» José sorride e io non posso fare a meno di contraccambiare. È così felice. «Ci vediamo dopo, Ana.» Mi bacia sulla guancia e io lo guardo allontanarsi verso una giovane donna in piedi accanto a un fotografo alto e allampanato. Le fotografie di José sono ovunque e, in alcuni casi, montate su grandi pannelli. Sono sia in bianco e nero sia a colori. Molti dei paesaggi sono pervasi di una bellezza eterea. In uno di essi, scattato vicino al lago di Vancouver, è quasi sera e nuvole rosa si riflettono sulla fissità dell’acqua. Per un attimo mi sento in pace, tranquilla. È incredibile. Christian mi raggiunge e mi porge un bicchiere di vino bianco. «È all’altezza?» La mia voce suona più normale. Lui mi guarda con aria interrogativa. «Il vino.» «No. Raramente lo è a eventi come questo. Il ragazzo ha talento, vero?» Christian ammira la foto del lago. «Perché pensi che gli avrei chiesto di farti un ritratto, altrimenti?» Non riesco a trattenere l’orgoglio nella voce. I suoi occhi scivolano impassibili dalle fotografie a me. «Christian Grey?» Il fotografo del “Portland Printz” si avvicina. «Posso scattarle una foto?» «Certo.» Christian nasconde il suo sguardo severo. Io faccio un passo indietro, ma lui mi afferra la mano e mi attira al suo fianco. Il fotografo ci guarda entrambi, senza riuscire a trattenere lo stupore. «Grazie, Mr Grey.» Scatta un paio di foto. «Miss…?» chiede. «Ana Steele» dico. «Grazie, Miss Steele.» Scappa via. «Ho cercato tue foto con altre donne su Internet. Non ce ne sono. Ecco perché Kate pensava che fossi gay.» La bocca di Christian si piega in un sorriso. «Questo spiega la tua domanda inopportuna. No, io non do mai appuntamenti a donne, Anastasia. Solo a te. Ma questo lo sai.» I suoi occhi bruciano di sincerità. «Così non porti mai le tue…» mi guardo intorno per controllare che nessuno ci ascolti «… le tue Sottomesse fuori?» «Qualche volta. Ma non per un appuntamento. Per fare shopping, sai.» Si stringe nelle spalle, senza staccare gli occhi dai miei. Oh, così solo nella sua stanza dei giochi. La sua Stanza Rossa delle Torture e il suo appartamento. Non so che cosa provare al riguardo. «Solo a te, Anastasia» ripete, in un sussurro. Io arrossisco e mi fisso le dita. A suo modo, Christian ci tiene a me. «Il tuo amico sembra più un fotografo di paesaggi che di ritratti. Facciamo un giro.» Mi prende per mano. Ci soffermiamo davanti ad altre stampe, e noto una coppia che annuisce verso di me, sorridendo come se mi conoscesse. Dev’essere perché sono con Christian, ma il ragazzo mi sta fissando apertamente. “Strano.” Giriamo l’angolo, e capisco perché sto ricevendo tante occhiate strane. Appesi sulla parete di fronte ci sono sette ritratti enormi. Miei. Li fisso sconcertata, stupefatta, mentre il colore sparisce dal mio viso. Io: imbronciata, sorridente, corrucciata, seria, divertita. Tutti primi piani, tutti in bianco e nero. “Accidenti!” Ricordo José che armeggiava con la macchina fotografica in un paio di occasioni, quando era venuto a trovarmi e quando l’avevo accompagnato come autista e assistente fotografa. Mi aveva scattato alcune istantanee, o così pensavo. Non queste foto invadenti. Guardo Christian, che sta fissando, ammaliato, ognuno dei ritratti. «A quanto pare, non sono l’unico» mormora criptico, la bocca serrata in una linea severa. Penso che sia arrabbiato. «Scusami» dice, inchiodandomi con il suo luminoso sguardo grigio. Si dirige verso il banco della reception. Qual è il problema, adesso? Lo guardo ipnotizzata mentre parla con Miss Capelli Cortissimi e Rossetto Rosso. Tira fuori il portafoglio e ne estrae la carta di credito. “Merda.” Deve aver comprato un ritratto. «Ehi. Tu sei la musa. Queste fotografie sono fantastiche.» Un ragazzo con un incredibile ciuffo biondo mi fa trasalire. Sento una mano sotto il gomito. Christian è tornato. «Sei un tipo fortunato.» Ciuffo Biondo fa un sorrisetto a Christian, che gli rivolge un’occhiata fredda. «Lo sono» borbotta cupo, mentre mi trascina in disparte. «Hai comprato un ritratto?» «Uno?» sbuffa lui, senza staccare gli occhi dalle foto. «Ne hai comprato più di uno?» Lui alza gli occhi al cielo. «Li ho comprati tutti, Anastasia. Non voglio che qualche sconosciuto sbavi sulla tua foto nell’intimità di casa sua.» La mia prima reazione è quella di ridere. «Meglio che sia tu a farlo?» lo prendo in giro. Lui mi fissa, colto in contropiede dalla mia audacia, penso. In realtà sta cercando di nascondere che la cosa lo diverte. «Francamente sì.» «Pervertito» gli dico e mi mordo il labbro per impedirmi di sorridere. Lui rimane a bocca aperta. Adesso è evidente che è divertito. Si strofina il mento, pensieroso. «Non posso ribattere a quest’affermazione, Anastasia.» Scuote la testa, e il suo sguardo si addolcisce. «Potrei discuterne più approfonditamente con te, ma ho firmato un accordo di riservatezza.» Lui sospira, e si incupisce. «Che cosa mi piacerebbe fare a quella lingua biforcuta!» mormora. Rimango senza fiato, sapendo benissimo cosa vuole dire. «Sei molto volgare.» Cerco di sembrare scioccata e ci riesco. Non ha proprio limiti? Lui mi sorride, poi aggrotta la fronte. «Sembri rilassata in queste fotografie, Anastasia. Non ti vedo spesso così.» “Cosa?” Alt! Cambio di argomento. Senza soluzione di continuità. Da scherzoso a serio. Abbasso lo sguardo. Lui mi solleva il mento, e io respiro a fondo al contatto con le sue dita. «Voglio che tu sia altrettanto rilassata con me» sussurra. Ogni traccia di umorismo è scomparsa. Nel profondo del mio cuore si risveglia la gioia di prima. “Ma com’è possibile?” Abbiamo dei problemi. «Devi smetterla di intimidirmi, se vuoi che lo sia» replico. «Devi imparare a comunicare e a dirmi come ti senti» ribatte lui, gli occhi che brillano. Respiro a fondo di nuovo. «Christian, tu mi vuoi come tua Sottomessa. Il problema è proprio qui, nella definizione di sottomesso. Una volta me l’hai mandata via mail.» Mi fermo cercando di ricordare le parole. «Credo che i sinonimi fossero: “compiacente, adattabile, condiscendente, passivo, accomodante, rassegnato, paziente, docile, domato, soggiogato”. Non era previsto che ti guardassi, né che ti parlassi a meno che tu non mi avessi dato il permesso di farlo. Che cosa ti aspetti?» gli sibilo. Si acciglia, mentre proseguo. «Stare con te mi confonde. Non vuoi che io ti sfidi, ma poi ti piace la mia “lingua biforcuta”. Vuoi obbedienza, eccetto quando non la vuoi, così puoi punirmi. È solo che non so mai che cosa succederà quando sono con te.» Lui stringe gli occhi. «Ottima analisi, come sempre, Miss Steele.» La sua voce è fredda. «Vieni, andiamo a mangiare.» «Siamo qui soltanto da mezz’ora.» «Abbiamo visto le foto. E tu hai parlato con il ragazzo.» «Si chiama José.» «Hai parlato con José. L’uomo che, l’ultima volta che l’ho visto, stava cercando di infilarti la lingua in bocca, sebbene tu non volessi e fossi ubriaca e stessi per vomitare» ringhia. «Lui non mi ha mai picchiata» ribatto, tagliente. Christian mi guarda, fumante di rabbia. «Questo è un colpo basso, Anastasia» sibila minaccioso. Arrossisco, e lui si passa una mano tra i capelli arruffati, l’ira trattenuta a stento. Lo fisso. «Ti porto a mangiare qualcosa. Mi stai sparendo davanti. Trova il ragazzo e salutalo.» «Per favore, possiamo rimanere un altro po’?» «No. Vai. Salutalo.» Gli lancio un’occhiata di traverso, con il sangue che mi ribolle. Mr Dannatamente Maniaco del Controllo. La rabbia è un bene. La rabbia è meglio delle lacrime. Stacco gli occhi da lui e mi guardo intorno in cerca di José. Sta parlando con un gruppo di ragazze. Mi dirigo verso di lui, allontanandomi da Christian. “Solo perché mi ha portato qui lui devo fare quello che mi dice? Chi diavolo si crede di essere?” Le ragazze pendono dalle labbra di José. Una di loro trasalisce nel vedermi sopraggiungere, senza dubbio riconoscendomi dai ritratti. «José.» «Ana. Scusatemi, ragazze.» José sorride loro e mi mette un braccio intorno alle spalle. In un certo senso sono divertita: José che fa lo sdolcinato per impressionare delledonne. «Sembri furiosa» dice. «Devo andare» brontolo. «Sei appena arrivata.» «Lo so, ma Christian deve rientrare. Le fotografie sono fantastiche, José. Hai molto talento.» Lui s’illumina. «È stato bello vederti.» Mi stringe in un abbraccio caloroso, facendomi girare, cosicché riesco a vedere Christian dall’altra parte della galleria. Si è rabbuiato, e capisco che è così perché sono stretta a José. Perciò, in una mossa studiata, avvolgo le braccia intorno al collo del mio amico. Penso che Christian potrebbe morirne. Il suo sguardo si fa più cupo, quasi sinistro, e lui avanza lentamente verso di noi. «Grazie di avermi avvertito riguardo ai miei ritratti» borbotto. «Merda. Scusa, Ana. Avrei dovuto dirtelo. Ti piacciono?» «Mmh… non lo so» rispondo con sincerità, presa in contropiede dalla sua domanda. «Be’, sono stati venduti tutti, perciò a qualcuno piacciono. Non è grandioso? Sei una ragazza da poster.» Mi stringe ancora più forte mentre Christian ci raggiunge guardandomi minaccioso, e fortunatamente José non lo vede. José mi lascia andare. «Non sparire, Ana. Oh, Mr Grey, buonasera.» «Mr Rodriguez, sono molto colpito.» Christian è di una cortesia glaciale. «Mi dispiace che non possiamo rimanere di più, ma dobbiamo tornare a Seattle. Anastasia?» Sottolinea impercettibilmente il plurale e nel farlo mi prende la mano. «Ciao, José. Ancora complimenti.» Gli do un rapido bacio sulla guancia e, prima che possa rendermene conto, Christian mi sta trascinando fuori dall’edificio. So che sta silenziosamente ribollendo di rabbia, ma lo stesso vale per me. Una volta in strada si guarda velocemente intorno, poi prende a sinistra e all’improvviso mi spinge in un vicolo laterale, premendomi con brutalità contro il muro. Mi afferra il viso con entrambe le mani, forzandomi a guardarlo in quei suoi occhi ardenti e determinati. Io sussulto. Le sue labbra si avventano sulle mie. Mi bacia, con violenza. Per un istante i nostri denti si scontrano, poi la sua lingua è nella mia bocca. Il desiderio esplode in tutto il mio corpo come i fuochi d’artificio. Lo bacio a mia volta, condividendo il suo fervore, le mani che affondano nei suoi capelli, tirandoli forte. Lui geme, un suono basso e sensuale dal fondo della gola che si riverbera dentro di me, e la sua mano scende lungo il mio corpo, fino alle cosce, le dita che mi affondano nella carne attraverso il vestito color prugna. Riverso tutta l’angoscia e il dolore degli ultimi giorni nel nostro bacio, legandolo a me. E mi colpisce, in questo momento di passione cieca, che lui faccia lo stesso, che si senta nello stesso modo. Interrompe il bacio ansimando. I suoi occhi, accesi di desiderio, infiammano il sangue già ardente che pulsa nel mio corpo. La mia bocca è debole mentre cerco di introdurre aria preziosa nei polmoni. «Tu. Sei. Mia» ringhia, enfatizzando ogni parola. Si stacca da me e si piega, le mani sulle ginocchia, come se avesse corso la maratona. «Per l’amor di Dio, Ana.» Mi abbandono contro il muro, ansimando e cercando di controllare la reazione tumultuosa del mio corpo, di riguadagnare l’equilibrio. «Mi dispiace» sussurro quando riprendo fiato. «Sì, fai bene. So cosa stavi facendo. Vuoi il fotografo, Anastasia? È evidente che lui prova dei sentimenti per te.» Arrossisco e scuoto la testa. «No, è solo un amico.» «Ho passato tutta la mia vita di adulto cercando di evitare ogni emozione estrema. Eppure tu… tu scateni in me sentimenti che mi sono completamente sconosciuti. È molto…» aggrotta la fronte, cercando di trovare la parola «… sconcertante. Mi piace avere il controllo, Ana, e vicino a te questo…» si alza, il suo sguardo è intenso «… evapora.» Fa un gesto vago con le dita, poi se le passa tra i capelli e respira a fondo. Mi prende per mano. «Vieni, dobbiamo mangiare, e dobbiamo parlare.»

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